Antiche pratiche marziali millenarie sia occidentali che orientali..
se insegnate da personale competente e qualificato, permettono di acquisire consapevolezza di sé e delle proprie abilità, consapevolezza della propria corporeità, permettono di instaurare un significativo ed equilibrato rapporto tra mente e corpo.
Offrono l’occasione di sviluppare una sensibilità tra il movimento fisico e l’atteggiamento mentale, favorendo nel individuo la concentrazione, l’autocontrollo, il concetto di sé e al contempo accrescendone il senso di maggiore sicurezza ed autostima.Offrono, inoltre, la possibilità di prendere consapevolezza della propria emotività, imparando a gestire l’istintività, e di esprimere l’aggressività in un contesto protetto e secondo modalità prestabilite. Costituiscono un ottimo strumento di espressione catartica di sfogo e di rigenerazione, favoriscono lo scaricamento delle tensioni apportando benefici al sistema cardiocircolatorio e in senso più ampio al sistema psicofisico, favorendo un valido supporto sul piano motivazionale.
1. Docce Fredde L'esposizione all'acqua fredda è una pratica di ormesi (uno stress positivo per il corpo) che offre diversi vantaggi:
Miglioramento della circolazione: Il freddo fa contrarre e poi dilatare i vasi sanguigni, stimolando il flusso sanguigno e aiutando a eliminare le tossine.
Energia e attenzione: Il rilascio improvviso di endorfine e noradrenalina aumenta la prontezza mentale e l'umore.
Supporto immunitario: Stimola la produzione di globuli bianchi, rendendo l'organismo più resistente.
Recupero muscolare: Riduce l'infiammazione e il dolore muscolare (DOMS) dopo l'allenamento.
2. Respirazione Metodo Wim Hof Questa tecnica combina respirazione controllata, ritenzione del respiro ed esposizione al freddo:
Riduzione dello stress: Aiuta a bilanciare il sistema nervoso autonomo, abbassando i livelli di cortisolo.
Aumento dell'ossigenazione: La fase di respirazione profonda massimizza l'ossigeno nel sangue e migliora la capacità polmonare.
Controllo dell'infiammazione: Gli studi indicano che la tecnica può influenzare la risposta immunitaria e ridurre temporaneamente i marcatori infiammatori.
Maggiore resistenza e focus: Aumenta la tolleranza al disagio e migliora la concentrazione mentale.
3. Digiuno di 24 Ore Il digiuno prolungato (noto anche come approccio Eat-Stop-Eat) permette al sistema digestivo di riposare e attiva importanti processi biologici:
Autofagia: Il corpo avvia un processo di pulizia cellulare, eliminando le proteine e le cellule danneggiate.
Regolazione dell'insulina: Migliora la sensibilità insulinica, riducendo i picchi glicemici.
Benessere metabolico: Promuove l'utilizzo dei grassi accumulati come fonte di energia.
Riduzione dell'infiammazione: Diminuisce lo stress ossidativo e l'infiammazione sistemica.
4. Corsa La corsa è una delle attività aerobiche più accessibili ed efficaci per migliorare la salute generale:
Salute cardiovascolare: Rafforza il cuore, migliora la capacità polmonare e contribuisce a ridurre la pressione sanguigna e il colesterolo LDL.
Benessere mentale: Stimola la produzione di endorfine e serotonina, aiutando ad alleviare lo stress, l'ansia e i sintomi della depressione (il noto "runner's high").
Attraverso il superamento di sfide estreme e l’accettazione della sofferenza come parte del percorso, sia stato in grado di trovare la pace e di scoprire la vera forza interiore.
Potentissimum esse qui se habet in potestate Potentissimo è colui che ha potere in se stesso Seneca Epistuale morales ad Lucillum , Liber XIV
L’essenza di un Uomo è di giocare, rischiare (vivere, lottare non soltanto per vivere o far sopravvivere la specie); a differenza degli animali l’uomo è homo ludens. Dunque egli fa delle cose ”inutili” ovverossia contrario alla propria stessa esistenza: la morale è esattamente questo. L’uomo è un giocatore ed ogni esperienza autentica umana è una messa in gioco, talvolta pericolosa l’ “esperienza”-è etimologicamente legata al “pericolo”; in latino experiri = sperimentare, ha la medesima radice di periculum = pericolo).
il se è il passeggero/padrone che di solito dorme….
il cocchiere è un ubriacone dalle personalità multiple, la scimmia inquieta del buddismo, e ogni personalità che lo attraversa è convinta di essere il padrone della carrozza e di sapere dove andare. I cavalli (le emozioni) non sempre obbediscono agli ordini così contraddittori e ogni tanto s’infuriano, posseduti dalla loro natura selvaggia si muovono prepotentemente come vogliono vanno lì dove il loro istinto bestiale li porta trascinando l’intera carrozza su strade dissestate, ammaccando il veicolo e demoralizzando e confondendo ancor più l’incapace cocchiere che si crede il padrone.
Si dice che a volte è proprio in situazioni di crisi (κρίσις der. di κρίνω distinguere) tra sballottamenti e perturbazioni il padrone della carrozza si svegli e si ricordi di SE STESSO.
“La carrozza è collegata al cavallo dalle stanghe, il cavallo al cocchiere dalle redini, e il cocchiere al padrone dalla voce del padrone. Ma il padrone non c’è. E se c’è, dorme. Il cocchiere deve sentire la voce del padrone per sapere dove andare, ma il cocchiere è al pub, ubriaco, e non sente nulla. I cavalli, non ricevendo ordini, vanno dove l’erba sembra più verde o dove si spaventano.” — Parafrasi da P.D. Ouspensky, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”
Osho espande questo concetto focalizzandosi sulla consapevolezza. Per lui, noi siamo “abitati” da migliaia di piccoli “io” che si danno il cambio al posto di guida.
“Il tuo cocchiere è un ciarlatano. Ogni volta che un nuovo desiderio ti attraversa, un nuovo cocchiere prende il posto del precedente e grida: ‘Io sono il padrone!’. Ma è solo un pensiero passeggero. La crisi è benedetta perché in quel momento tutte le tue false personalità falliscono contemporaneamente. Quando la carrozza sta per schiantarsi, il chiasso dei finti padroni tace per il terrore. In quel silenzio di paura, il Vero Sé può finalmente aprire gli occhi.” — Ispirato ai discorsi di Osho su Gurdjieff e il sufismo
Il punto chiave di Osho:
Identificazione: Il dramma è che il cocchiere crede di essere il padrone. La crisi serve a “dis-identificarsi”: a capire che tu non sei colui che tiene le redini (la mente), ma colui che siede dentro.
Osservazione: Osho insegna che non devi lottare con i cavalli (le emozioni). Devi solo guardare. Se il passeggero è sveglio e osserva, il cocchiere diventa improvvisamente attento. La sola presenza del padrone trasforma il comportamento di tutto il sistema.
Una visione spirituale focalizzata sulla trasformazione interiore e sulla consapevolezza di sé. Le fonti esplorano l’insegnamento di figure come Gurdjieff, Osho e il Buddha, evidenziando la distinzione tra la conoscenza intellettuale e l’esperienza diretta della verità. Viene data grande importanza al superamento del giudizio morale, considerato un limite che frammenta la mente e impedisce la visione reale. L’obiettivo centrale è il passaggio da una mente disturbata e meccanica a uno stato di osservazione pura e presenza silenziosa. Attraverso la meditazione, l’individuo può liberarsi dalle illusioni e dai condizionamenti per scoprire ciò che è eterno e immortale. Questi scritti invitano a una disciplina interiore capace di integrare corpo e anima in un’unità consapevole.
”Il potere maieutico” di risvegliare lo spirito combattivo, il suscitare desiderio della sfida , stimolare la grinta e la determinazione, indurre lo sforzo per andare oltre la paura, come elemento motivatore, come sfida da affrontare e non minaccia da evitare, un percorso formativo fondamentale per gli individui che intendano approcciarsi alle arti di combattimento .
Un viaggio rivolto sia ai praticanti marzialisti, che nella pratica cercano una via interiore, sia a chi si vuole cimentarsi nel lato agonistico sportivo.
Ogni storia è un viaggio speciale ma qualcuno parte da più lontano ed arriva in terre inesplorate
maièutica s. f. ([dal gr. μαιευτική (τέχνη), propr. «(arte) ostetrica confer Socrate
Sul corpo: (a) Due atleti che praticano il pugilato, nudi e barbuti, con un caestus sulle mani; quello a sinistra sanguina copiosamente dal naso; l’altro per una ferita alla fronte. Tra di loro è scritto: NIKOΣΘENEΣEΠOIEΣEN, Νικοσθένης εποίησεν. (b) Due lottatori, ciascuno che afferra il braccio destro dell’altro, nudi e barbuti.
Era il tempo del monsone, la stagione delle piogge, e anche se Bangkok era all’asciutto, il Nord non lo era. Le piogge arrivavano spesso, accompagnate prima da una brezza e poi da un vento che correva fra gli alberi, che frullava e mulinava il fogliame in potenti turbini, mentre il cielo si raffreddava e si oscurava. A volte c’era il tuono, altre volte no, solo la pioggia, che poteva trasformarsi in un rovescio spettacolare, o restare per ore un picchiettio costante, che gocciolava fra le foglie larghe e pesanti.
Da solo nella mia stanza, con i sensi acuiti, sentivo le lucertole sul tetto mentre pattugliavano i bordi delle finestre, in cerca di insetti attratti dalla luce. A volte, dalle finestre filtrava chiaramente della musica rock o pop thailandese, e all’inizio pensavo che provenisse dal paese sottostante. «Oh no, qualcuno ha messo a palla quella schifezza» pensavo. Un giorno, appena terminata la mia mezz’ora di meditazione, era partita la techno e mi ero precipitato fuori, per capire da dove provenisse, scoprendo che veniva dal seminterrato del mio cottage. Bussai alla porta ma non ricevetti risposta. Più tardi, Ajahn si mostrò contrito quando glielo raccontai: «Ah, sì, è un monaco, è mio cugino».
«Puoi chiedergli di usare le cuffie o qualcosa del genere?» Ajahn mi guardò a lungo. «Ti spostiamo» disse poi. «Lui è un po’ disturbato.»
Se dovessi mai fare un monologo di cabaret sulla mia permanenza in un centro di meditazione buddhista nel Nord della Thailandia, ci sarebbe di sicuro un pezzo chiamato “Il monaco nel sottoscala”. Un altro monaco, un thailandese che aveva frequentato l’università nell’Indiana, mi accompagnò nel cammino del giorno seguente e mi diede la sua solidarietà. «È terribile, disturbarti così» disse. «Sei venuto per l’isolamento più totale e quello ti spara la techno. E che cazzo!»
Il quarto giorno, dopo il canto serale, quando tutti lentamente si erano alzati e iniziavano a camminare, Panyavudo mi si avvicinò e mi chiese, senza giri di parole: «Ti hanno mai fatto un rito di magia nera?» nello stesso modo con cui avrebbe potuto chiedere a un ubriaco se aveva bevuto.
«Non credo proprio» risposi io. «Vedo delle strisce rosse intorno al tuo petto, proprio qui, sopra le costole» e mi passò le mani sopra le costole, dove mi ero fatto male. Fui piuttosto scioccato.
Le costole mi stavano dando fastidio, e forse aveva notato che le massaggiavo, ma di certo non ne avevo parlato con nessuno. Mi condusse in un angolo tranquillo, mi sedetti e lui sedette dietro di me, mi poggiò i piedi contro la schiena, concentrando l’energia su di me per sciogliere i nodi e – chi lo sa? – forse mi sentii meglio.
Devi stare attento» mi disse poi. «Capita a volte, prima di un incontro, che a un combattente diano qualcosa di strano da mangiare o da bere o che gli lancino una maledizione». Avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto sentire strano? Non era un evento raro, in Thailandia.
Ci volle tempo, ma alla fine convinsi Panyavudo a parlarmi della magia nera. C’erano alcuni monaci che praticavano la magia, la capivano e la usavano per contrastare la magia negativa che incontravano, quelli che realizzavano amuleti benedetti e che lavoravano con i thailandesi più superstiziosi. A quanto pare, Panyavudo era uno di loro. Certamente Ajahn Suthep non lo era, invece. Rideva e poi raccontava la storia di un famoso monaco mago, che faceva potenti incantesimi. «Ma quando era malato, andava comunque all’ospedale. Perché? Morirà comunque. Non ci credo, alla magia». E Ajahn rideva, un bambino grasso e soddisfatto di sé.
A Panyavudo era stato detto di ignorare la magia e per quattro anni aveva seguito l’indicazione. Di recente aveva deciso che doveva invece abbracciarla e conoscerla, per poterla lasciare in seguito e proseguire nel cammino verso l’illuminazione. Aveva percepito che il comprenderla, ora, faceva parte del suo dovere, un concetto molto importante per i monaci.
«La magia è frutto di intensa concentrazione» mi spiegò, sbattendo le palpebre dietro le lenti (spesse, ma non quanto quelle di Ajahn). Un esperto di arti magiche può concentrarsi, entrare in contatto con la tua mente e influenzarla con pensieri estranei.Per combatterlo bisogna ricorrere alla coscienza e alla consapevolezza, e mantenere forte la mente in modo che sia in grado di difendersi, riconoscendo i pensieri che le sono propri rispetto a quelli che potrebbero esservi stati introdotti da qualcun altro. Non devi dire l’ora della tua nascita a nessuno» mi disse Panyavudo, perché questo dato, stando a lui, poteva aiutarli a individuarti.
Per contrattaccare dovevi essere consapevole e conoscere te stesso, avere fiducia nelle tue sensazioni. Se una persona ti passa qualcosa da mangiare, prova a sentirlo per qualche minuto, avverti che tipo di vibrazione trasmette.
Spiegò che la pratica del tai chi mi avrebbe aiutato, come la meditazione e la consapevolezza. Potevo anche sperimentare la “meditazione compassionevole”, in cui dirigi pensieri positivi sulle persone che ami, che ti piacciono, che ti sono indifferenti, che non ti piacciono, purché siano del tuo stesso sesso. «Ma non sui defunti, perché quello può attirare gli spiriti». Il dolore può essere il residuo di spiriti che sono stati feriti – quello delle formiche che avevo…
eliminato dal bagno, per esempio, o di qualcuno a cui avevo fatto un torto. Quest’ultima cosa mi diede da pensare.
«Le energie negative possono ritorcersi contro di noi e abbiamo a disposizione ottant’anni di vita» lo disse come se fosse un dato assodato «per cui sii cauto, perché possono accumularsi e farti del male. Sii gentile e dimostra il tuo amore».
Panyavudo era un uomo intelligente e colto, che aveva vissuto in Olanda e in Germania fra i ventidue e i ventiquattro anni, per poi lavorare nel settore dell’import-export e al parlamento di Bangkok. Non era uno sciocco contadino superstizioso, faceva parte a pieno titolo del mondo moderno.
Mi guardò a lungo, e poi disse: «C’è una fascia di metallo intorno alla tua testa e alla tua fronte, una stretta fascia d’oro». Si passò le dita intorno al capo, per farmi capire cosa intendeva. «Significa qualcosa, per te?»
Scossi il capo.
«Allora forse dovresti occupartene» disse, sorridente come sempre. «Hai bisogno di vedere il lato spirituale del combattimento e dell’autodifesa, oltre al lato fisico e mentale. Le persone si allenano per costruire la volontà di combattere, ma la magia nera può distruggerla».
A partire dal sesto giorno si era verificata una specie di svolta e i miei attacchi di noia assoluta stavano sparendo. In fondo, che cos’è la noia? È solo un’altra sensazione, solo un’emozione, un’illusione – non è reale. La noia è come il dolore, arriva per farti vedere il carattere della noia stessa. Il dolore insorge per insegnarti il dolore. Una volta sedetti per quarantacinque minuti e smisi più per via dello shock che per la sofferenza. Quando Ajahn s’immergeva profondamente nella meditazione, stava seduto per sei ore e mezza. La mia consapevolezza stava crescendo e mi riusciva più facile accostarmi a essa, potevo caderci dentro e sentirla più familiare. Le cose incominciarono a diventare più chiare. Potevo vedere i miei pensieri da più punti di vista – stavo incominciando a vedere i miei problemi a trecentosessanta gradi.
Mi ero anche adattato alla mancanza di cibo e alle sei ore di sonno, e mi sentivo energico e forte per tutto il giorno senza il sostegno del caffè. In parte l’appagamento derivava anche dalla mancanza di tutte le intrusioni tecnologiche che avevano fatto parte della mia vita, l’interminabile brusio di sottofondo dei microchip che mi circondavano. Era come essere di nuovo bambino. Avevo la sensazione che quella situazione si sarebbe potuta protrarre all’infinito, ma fuori dalla finestra, attraverso la giungla, mi giungeva anche il richiamo del mondo. Il vento sibilava insinuandosi fra gli…alberi e nel folto dei bambù, le gocce incontravano le foglie. C’era un rumore costante, il rombo di motori lontani, uno scooter per strada, il vento, le cicale, i ragazzi alla porta accanto che chiacchieravano in un fluido thailandese, i monaci solitari che camminavano appena fuori dalla mia finestra.
Il decimo giorno, nel buio del primo mattino, salii in macchina, indossando di nuovo i miei soliti indumenti scuri, e non più quelli bianchi e puri, così comodi, così rilassanti per la mente. Mi ero messo il deodorante, il cui pungente odore filtrava dalla T-shirt di Bruce Lee. Tutte le catene e gli ammennicoli della società – tecnologia, denaro e carte di credito, biglietti e passaporti, un cellulare prestatomi da un amico: tante cose, ognuna più pesante dell’altra. Ajahn mi invitò a tornare per scrivere un libro su ciò che lui stava facendo, la meditazione e le esperienze dei farang in diversi templi. Penso che mi stesse invitando nel senso in cui i monaci buddhisti a volte invitano i laici a lavorare con loro, per costruire templi e cose del genere, per conquistarsi dei meriti.
«La consapevolezza può arrivare a incidere su tutto, può essere una parte di ogni cosa, del tuo allenamento e della tua lotta» mi disse Ajahn. Per i monaci non costituiva un problema il fatto che io fossi, anche solo a volte, un combattente. «Se usi la consapevolezza nella boxe, puoi essere conscio e non prigioniero dello stesso movimento, puoi essere senza forma, e ciò che è privo di forma non può essere sconfitto, finché sei forte dentro e hai i piedi ben radicati» mi spiegò Ajahn. Virgil si sarebbe sicuramente trovato d’accordo.
Mentre viaggiavamo attraverso la campagna nebbiosa, incontrando di tanto in tanto membri delle tribù delle colline, nei loro abiti tradizionali, che camminavano lungo la strada, Ajahn, che sedeva davanti, si voltò e mi disse: «La consapevolezza ti aiuterà a vedere libero da illusioni».
Annuii. «Hemingway parlava sempre di scrivere la frase “autentica”» dissi, quasi a me stesso.
«Il vecchio e il mare» mi disse Ajahn, e sorrise. «Una bella storia».
Onora la tenebra rispetta le radici affonda nella Terra ferrosa ma torna alla Luce guerriero respirando le stelle… con tutto il tuo Cuore…. Nella tempesta….tra le fitte nebbie, nel crepaccio, dove ogni cosa appare dolorosamente inevitabile, densamente univoca…. la trama si nasconde, aggrovigliandosi e dell’arazzo si vedono solo fili contorti si sentono solo tempie pulsanti…. è la terra, che nutre, ma toglie il respiro ….. l’Aria è più in alto, lo Spazio Altrove…. stai quieta anima stai nella mischia e fai ciò che puoi… il resto è fragore di Marte non il Cosmo