Neppure la contemplazione è senza azione Lucius Annaeus Seneca De Serenum de Otio
致虛極,守靜篤。萬物並作,吾以觀復。夫物芸芸,各復歸其根。歸根曰靜,是謂復命。復命曰常,知常曰明。不知常,妄作凶。知常容,容乃公,公乃王,王乃天,天乃道,道乃久, 沒身不殆。 道德經 XVI, 16 Dao De Jing
致虛極. Arriva al culmine del vuoto 守靜篤 mantieni con fermezza la quiete 萬物並作 i diecimila esseri tutti insieme sorgono 吾以觀復 Io contemplo il loro ritorno 夫物芸芸 tornano a casa ciascuno alle proprie radici 各復歸其根 Tornare alle radici è quiete 是謂復命 è tornare al proprio destino 命曰常 Tornare al proprio destino è l’eterno 知常曰明 Conoscere l’eterno è illuminazione 不知常 non conoscere 妄作凶 è essere senza radici 知常容 Conoscere l’eterno è comprendere 容乃公 comprendere perciò essere imparziali 公乃王 imparziali(equi) perciò regali 王乃天 regali perciò celesti 天乃道 celesti perciò uniti con il Dao 道乃久 uniti con il Dao perciò eterni 沒身不殆。Senza un io nessun pericolo(sconfitta)
“Nam vita humana prope uti ferrum est: si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit. Item homines exercendo videmus conteri; si nihil exerceas, inertia atque torpedo plus detrimenti facit quam exercitio.” La vita umana è come il ferro: se te ne servi si usura; se non te ne servi, arrugginisce. Così vediamo che gli uomini si consumano con il lavoro; ma se non fanno nulla, l’inerzia e il torpore saranno loro ancor più danno del lavoro.
Catone il Censore citato in Aulo Gellio, 11, 2, 6.
Le partite erano piuttosto violente, soprattutto a Sparta. Si dice che sia all’origine del calcio storico fiorentino.
A Sparta un tipo di episkyros veniva giocata durante una festa annuale, da cinque squadre di 14 giocatori ognuna. Principalmente era giocato dagli uomini ma anche le donne a volte lo giocavano. Il gioco dell’episkyros ,venne adottato dai Romani, che lo trasformarono in harpastum, era parte integrante dell’allenamento dei gladiatori ed era giocato soprattutto dalle legioni a presidio dei confini La latinizzazione del greco ἁρπαστόν (harpaston), forma neutra di ἁρπαστός (harpastos), “portare via”, dal verbo ἁρπάζω (harpazo), “cogliere, strappare”.σφαιρομαχία (sphairomachia), letteralmente “battaglia con la palla”,da σφαῖρα (sphaira) “palla, sfera” e μάχη (mache), “battaglia”.
Sono poche le fonti scritte riguardanti l’harpastum: nel primo libro del DeipnosophistaiAteneo di Naucrati asserisce che l’harpastum è il suo gioco preferito e lo descrive citando un frammento del commediografo greco Antifane, del IV secolo a.C. riguardante quindi l'(h)arpastòn (da ciò si può ipotizzare l’uguaglianza tra i due sport): … Prese la palla ridendo e la scagliò ad uno dei suoi compagni. Riuscì ad evitare uno dei suoi avversari e ne mandò a gambe all’aria un altro. Rialzò in piedi uno dei suoi amici, mentre da tutte le parti echeggiavano altissime grida “È fuori gioco!”, “È troppo lunga!”, “È troppo bassa!”, “È troppo alta!”, “ È troppo corta!” “Passala indietro nella mischia!.
Διήγησις τοῦ κλεινοῦ ἀγῶνος τῶν Φλορεντινῶν, διὰ στίχων, ὅσος παρ’ ἑκείνοις μὲν κάλτζιον, παρὰ δὲ τοῖς ἁρχαίοις καλεῖται ἁρπάστον, ποιηθεῖσα παρὰ Γεοργίου Κορεσσίου τοῦ Χίου Venezia, Antonio Pinelli, 1611 [Tradotto in italiano da Anton Maria Salvini in Bini 1688 col titolo Descrizione in versi del Nobil Giuoco dei Fiorentini, che da loro Calcio si chiama, e dagli antichi Harpaston, composta da Giorgio Coresio di Scio Gentiluomo di Costantinopoli, Lettore di Lingua Greca nello Studi di Pisa, volgarizzato in altrettanti versi sciolti Toscani]
Le cose sono di due maniere: alcune in nostro potere, altre no. Sono in nostro potere: l’opinione, il volere, il desiderio, l’avversione, in breve tutte quelle cose che dipendono dalla nostra volontà. Non sono in nostro potere: il corpo, le ricchezze, gli onori, le dignità pubbliche, e in breve tutte quelle cose che non dipendono da noi. Le cose poste in nostro potere sono per natura libere, non possono essere impedite né avversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo non sono cose nostre. Ricordati dunque che se reputerai per libere, quelle cose che sono per natura schiave, e per proprie quelle che sono di altri, ti capiterà di trovare ora un ostacolo, ora un altro, di essere afflitto, turbato, di dolerti degli uomini e degli Dei. Se invece stimerai tuo ciò che é tuo veramente, e capirai quali sono le cose che non sono in tuo potere, mai nessuno ti potrà forzare, nessuno impedire, non ti lamenterai di nessuno, non incolperai alcuno, non avrai nessun nemico, nessuno ti nuocerà, perché nessuno in effetti ti potrà fare del male. Ora, se hai desiderio di raggiungere questo felice stato, sappi che ciò richiede sforzo e concentrazione d’animo non comune, e che, certe cose esteriori, devono essere eliminate dalla mente, altre pensate al tempo giusto, e devi dedicarti sopra tutto alla cura di te stesso. Perché, se vorrai ad un tempo ottenere i predetti beni ed insieme dignità e ricchezze, è possibile che non otterrai nulla, perché se starai dietro alle ricchezze senza preoccuparti di accrescerti interiormente, senza dubbio ne sarai privato, perché solo attraverso l’accrescimento di se stessi si può godere beatitudine e libertà.
Pertanto a ciascuna apparenza che ti capiterà nella vita, innanzi tutto abituati a dire: questa é un'apparenza, e non é proprio quello che sembra di essere.
Poi comincia ad esaminarla e inquadrarla nella tua mente, e cioè vedere se essa appartiene alle cose che sono in nostra facoltà, ovvero a quelle che non lo sono. Ed appartenendo a quelle che non lo sono, dal tuo cuore venga questa sentenza: – Ciò a me non importa.
Μετάφραση Ω συ Ασκληπιέ, γιατρέ των πάντων, ω δέσποτα Παιάνα πού μαγεύεις τα εκ των νόσων παθήματα των ανθρώπων, πού προξενούν μεγάλους πόνους, συ πού καταπραΰνεις με τα δώρα σου ο ισχυρός, είθε να έρθεις φέρων σε εμάς την υγεία και καταπαύων τις βαρειές ασθένειες και τον ολέθριο θάνατο, συ ω νέε, πού συντελείς στην αύξηση και απομακρύνεις τα κακά ο καλότυχος συ το ισχυρό βλαστάρι, το πολυτίμητο του Φοίβου Απόλλωνος, ο εχθρός των νοσημάτων, πού έχεις άμεμπτη σύζυγο την Υγείαν έλα, μακάριε, σωτήρα μας, δώσε μας καλό τέλος του βίου.
O Asclepio, guaritore di tutte le cose, o maestro di Paiana dove evochi le più malate afflizioni degli uomini, che causano grandi dolori, tu che con i tuoi doni conforti il potente, vieni tu a portarci la salute e porre fine alle gravi malattie e alla morte perniciosa, tu, oh nuovo, che contribuisci ad aumentare e a rimuovere i mali la fortunata che sei il forte germoglio, il prezioso di Febo Apollo, il nemico delle malattie, dove hai una moglie irreprensibile Igeia vieni, beato, nostro salvatore, donaci un buon fine di vita.
Η γέννηση του Ασκληπιού Ήταν γιος του Απόλλωνα και της Κορωνίδας, κόρης του βασιλιά Φλεγύα. Όταν ο Απόλλων σκότωσε την Κορωνίδα λόγω ζήλιας, επειδή ερωτεύτηκε τον Ίσχυ, το γιο του Έλατου, πήρε το βρέφος και το έφερε στο Πήλιο, όπου το παρέδωσε στη φροντίδα του κένταυρου Χείρωνα. Ο Χείρωνας ανέθρεψε το παιδί, το μόρφωσε στη τέχνη του κυνηγιού και του μετέδωσε τα μυστικά της ιατρικής επιστήμης (Απολλόδωρος III 10.3). Era il figlio di Apollo e Coronis, figlia del re Flegias. Quando Apollo uccise Coronide per gelosia, perché si era innamorata di Ischy, figlio di Elatos, prese il bambino e lo portò sul Pelio, dove lo affidò alle cure del centauro Chirone. Chirone allevò il bambino, lo addestrò all'arte della caccia e gli trasmise i segreti della scienza medica (Apollodoro III 10,3).
La Disciplina è il primo ed ultimo baluardo in questa dimensione Ekpito
”A qualunque costo imprimere ad ogni occupazione, anche quella più modesta, un carattere di completezza fino a rendere intero il frammento e dritto il curvo..” Julius Evola
XIII. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM Multum tibi esse animi scio; nam etiam antequam instrueres te praeceptis salutaribus et dura vincentibus, satis adversus fortunam placebas tibi, et multo magis postquam cum illa manum conseruisti viresque expertus es tuas, quae numquam certam dare fiduciam sui possunt nisi cum multae difficultates hinc et illinc apparuerunt, aliquando vero et propius accesserunt. Sic verus ille animus et in alienum non venturus arbitrium probatur; haec eius obrussa est. Non potest athleta magnos spiritus ad certamen afferre qui numquam suggillatus est: ille qui sanguinem suum vidit, cuius dentes crepuere sub pugno, ille qui subplantatus ad versarium toto tulit corpore nec proiecit animum proiectus, qui quotiens cecidit contumacior resurrexit, cum magna spe descendit ad pugnam. Ergo, ut similitudinem istam prosequar, saepe iam fortuna supra te fuit, nec tamen tradidisti te, sed subsiluisti et acrior constitisti; multum enim adicit sibi virtus lacessita. So che hai molto coraggio; anche prima che temprassi il tuo spirito con insegnamenti salutari e utili per superare le avversità della vita, eri già piuttosto soddisfatto del tuo atteggiamento di fronte alla sorte e ancor più lo sei ora dopo averla affrontata con decisione e aver provato le tue forze; in queste non si può mai confidare con sicurezza finché non si presentino numerose, e talvolta incalzanti, difficoltà da ogni parte. Così si sperimenta il coraggio vero, che non è sottoposto all’arbitrio altrui: è la prova del fuoco. Un atleta non può combattere con accanimento se non è già livido per le percosse: chi ha visto il proprio sangue e ha sentito i denti scricchiolare sotto i pugni, chi è stato messo a terra e schiacciato dall’avversario e, umiliato, non si è perso d’animo, chi si è rialzato più fiero, dopo ogni caduta, va a combattere con buone speranze di vittoria.
Quindi, per continuare con questo paragone, molte volte ormai hai subito l’assalto del destino; tu, però non ti sei arreso, ma sei balzato in piedi e hai resistito con maggior fermezza: il valore, quando è sfidato, si moltiplica.