Nam vita humana prope uti ferrum est: si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit… La vita umana è come il ferro: se te ne servi si usura; se non te ne servi, arrugginisce

“Nam vita humana prope uti ferrum est: si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit. Item homines exercendo videmus conteri; si nihil exerceas, inertia atque torpedo plus detrimenti facit quam exercitio.”
La vita umana è come il ferro: se te ne servi si usura; se non te ne servi, arrugginisce. Così vediamo che gli uomini si consumano con il lavoro; ma se non fanno nulla, l’inerzia e il torpore saranno loro ancor più danno del lavoro.

Catone il Censore citato in Aulo Gellio, 11, 2, 6.

Diretto e rotazione del piede posteriore

Indubbiamente ogni atleta sviluppa le sue abilità nella percorso della sua crescita agonistica e nel procedere della propria partica sviluppa il suo modus operandi ed esistono innumerevoli modi di esprimere le tecniche e scuole di pensiero diverso ma qui di seguito due video di due eccelsi atleti

Patrizio Oliva campione olimpico di pugilato a Mosca 1980, campione europeo EBU nei superleggeri e welter e campione mondiale WBA nei superleggeri.

Giorgio Petrosyan Ha vinto il prestigioso torneo k-1 max nel 2009 e nel 2010, al tempo la massima espressione della kickboxing sotto i 70 kg di peso, e tuttora detiene il titolo di campione intercontinentale dei pesi medi WMC. È stato sotto contratto per gli eventi della organizzazione singaporiana di kickboxing glory nella quale ha vinto il torneo 2012 glory 70kg slam.
È stato a lungo considerato il kickboxer più forte al mondo nella sua divisione di peso, avendo ottenuto importanti vittorie contro campioni di indiscusso livello ed altri top fighters come Naruepol Fairtex, Andy Souwer (2 volte), Dzhabar Askerov, Albert Kraus (2 volte), Mike Zambidis, Yoshihiro Sato, Artur Kyshenko, Ky Hollenbeck, Davit Kiria e Robin Van Roosmalen; mentre ha ottenuto un pareggio contro il thailandese Buakaw Por. Pramuk. Per due anni consecutivi è stato premiato come miglior atleta thai-boxer di tutti i tempi.

Episkyros Harpastum

Le partite erano piuttosto violente, soprattutto a Sparta. 
Si dice che sia all’origine del calcio storico fiorentino.

A Sparta un tipo di episkyros veniva giocata durante una festa annuale, da cinque squadre di 14 giocatori ognuna. Principalmente era giocato dagli uomini ma anche le donne a volte lo giocavano.
Il gioco dell’episkyros ,venne adottato dai Romani, che lo trasformarono in harpastum, era parte integrante dell’allenamento dei gladiatori ed era giocato soprattutto dalle legioni a presidio dei confini La latinizzazione del greco ἁρπαστόν (harpaston), forma neutra di ἁρπαστός (harpastos), “portare via”, dal verbo ἁρπάζω (harpazo), “cogliere, strappare”.σφαιρομαχία (sphairomachia), letteralmente “battaglia con la palla”,da σφαῖρα (sphaira) “palla, sfera” e μάχη (mache), “battaglia”. 

Sono poche le fonti scritte riguardanti l’harpastum: nel primo libro del Deipnosophistai Ateneo di Naucrati asserisce che l’harpastum è il suo gioco preferito e lo descrive citando un frammento del commediografo greco Antifane, del IV secolo a.C. riguardante quindi l'(h)arpastòn (da ciò si può ipotizzare l’uguaglianza tra i due sport): … Prese la palla ridendo e la scagliò ad uno dei suoi compagni. Riuscì ad evitare uno dei suoi avversari e ne mandò a gambe all’aria un altro. Rialzò in piedi uno dei suoi amici, mentre da tutte le parti echeggiavano altissime grida “È fuori gioco!”, “È troppo lunga!”, “È troppo bassa!”, “È troppo alta!”, “ È troppo corta!” “Passala indietro nella mischia!.

Διήγησις τοῦ κλεινοῦ ἀγῶνος τῶν Φλορεντινῶν, διὰ στίχων, ὅσος παρ’ ἑκείνοις μὲν κάλτζιον, παρὰ δὲ τοῖς ἁρχαίοις καλεῖται ἁρπάστον, ποιηθεῖσα παρὰ Γεοργίου Κορεσσίου τοῦ Χίου
 Venezia, Antonio Pinelli, 1611 [Tradotto in italiano da Anton Maria Salvini in Bini 1688 col titolo Descrizione in versi del Nobil Giuoco dei Fiorentini, che da loro Calcio si chiama, e dagli antichi Harpaston, composta da Giorgio Coresio di Scio Gentiluomo di Costantinopoli, Lettore di Lingua Greca nello Studi di Pisa, volgarizzato in altrettanti versi sciolti Toscani]

Kali Kālīkā  काली “La Nera”

Con il nome Shakti, governa l’energia materiale, attiva, creativa, perennemente in mutamento.
Come Parvati, rappresenta il principio primo che si manifesta nel mondo.
Come Durga, Dea guerriera, ci viene incontro con impeto e potenza.
Con il nome di Lakshmi, porta con sé dolcezza e infinita abbondanza.
Come Radha, è l’amore divino, essenza di ogni relazione, potenza di piacere.
Saraswati, Ella canta il suono creativo della vibrazione eterna.

Durgā Mahîshâsuramardini, significa “combattere il demone Mahîshâsura”

Secondo il racconto del Devi Mahatmyam del Mārkaṇḍeya Purāṇa, la forma di Durga o dea Shamila, dea della seduzione e portatrice di pace, fu creata come dea guerriera per combattere e distruggere il demone Mahishasura. Grazie ad intense preghiere a Brahmā, Mahishasura ebbe la grazia di non poter essere sconfitto da alcun uomo o essere celeste. In virtù di questo potere, attaccò i Deva che andarono in aiuto della Trimurti (Brahmā, Visnù e Śiva), ma Mahishasur sconfisse tutti gli dèi compresa la triade stessa. Scatenò un regno di terrore sulla terra, in cielo e negli inferi. Infine, dal momento che solo una donna avrebbe potuto ucciderlo, gli dèi e la triade crearono un abbagliante raggio di energia dal quale nacque Durga. Secondo il mito legato alla sua nascita, la Dea Kali apparve dal terzo occhio di Durga quando quest’ultima venne minacciata da due demoni chiamati Chanda e Munda per poi abbatterli.
Difatti, nei Purana, Kali simboleggia proprio l’ira della Dea Durga.

La sua forma era di una bellezza accecante, con il viso scolpito da Śiva, il busto da Indra, il seno da Chandra (la Luna), i denti da Brahma, le natiche dalla Terra, le cosce e le ginocchia da Varuṇa (il vento), e i suoi tre occhi da Agni (il fuoco), il corpo dorato e dieci braccia. Ogni dio le diede anche la sua arma più potente: Śiva il tridente, Viṣṇu il disco, Indra la vajra, dalla quale scaturisce la folgore, ecc.

La parola Shakti, che significa “forza”, riflette l’aspetto guerriero della dea, In altre sue incarnazioni come Annapurna o Parvati appare più materna, e come Karunamayi (karuna, “gentilezza”) è più dolce.

Om Girijayai Vidmahe Shiva Priyayai Dhimahi Tanno Durga Prachodayat.

गिरिजाय च विद्महे, शिवप्रियाय च धीमहि, तन्नो द ुर्गा प्रचोदयात् ।।

Om, concentro la mia mente sulla dea Durga, la figlia di Kathyayana. O Divina Madre, aiutami a pensare in modo più chiaro e saggio. Possa la tua luce guidare e illuminare i miei pensieri.

Perturbant homines non res ipsae, sed rerum opiniones….ταράσσει τοὺς ἀνθρώπους οὐ τὰ πράγματα, ἀλλὰ τὰ περὶ τῶν πραγμάτων δόγματα Epittèto Ἐπίκτητος

ταράσσει τοὺς ἀνθρώπους οὐ τὰ πράγματα, ἀλλὰ τὰ περὶ τῶν πραγμάτων δόγματα: οἷον ὁ θάνατος οὐδὲν δεινόν (ἐπεὶ καὶ Σωκράτει ἂν ἐφαίνετο), ἀλλὰ τὸ δόγμα τὸ περὶ τοῦ θανάτου, διότι δεινόν, ἐκεῖνο τὸ δεινόν ἐστιν. ὅταν οὖν ἐμποδιζώμεθα ἢ ταρασσώμεθα ἢ λυπώμεθα, μηδέποτε ἄλλον αἰτιώμεθα, ἀλλ’ ἑαυτούς, τοῦτ’ ἔστι τὰ ἑαυτῶν δόγματα. ἀπαιδεύτου ἔργον τὸ ἄλλοις ἐγκαλεῖν, ἐφ’ οἷς αὐτὸς πράσσει κακῶς: ἠργμένου παιδεύεσθαι τὸ ἑαυτῷ: πεπαιδευμένου τὸ μήτε ἄλλῳ μήτε ἑαυτῷ.


traduzione in latino del testo greco di Angelo Poliziano dedicata a Lorenzo De’ Medici

1. τῶν ὄντων τὰ μέν ἐστιν ἐφ’ ἡμῖν, τὰ δὲ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν. ἐφ’ ἡμῖν μὲν ὑπόληψις, ὁρμή, ὄρεξις, ἔκκλισις καὶ ἑνὶ λόγῳ ὅσα ἡμέτερα ἔργα: οὐκ ἐφ’ ἡμῖν δὲ τὸ σῶμα, ἡ κτῆσις, δόξαι, ἀρχαὶ καὶ ἑνὶ λόγῳ ὅσα οὐχ ἡμέτερα ἔργα. [2] καὶ τὰ μὲν ἐφ’ ἡμῖν ἐστι φύσει ἐλεύθερα, ἀκώλυτα, ἀπαραπόδιστα, τὰ δὲ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν ἀσθενῆ, δοῦλα, κωλυτά, ἀλλότρια. μέμνησο οὖν, [3] ὅτι, ἐὰν τὰ φύσει δοῦλα ἐλεύθερα οἰηθῇς καὶ τὰ ἀλλότρια ἴδια, ἐμποδισθήσῃ, πενθήσεις, ταραχθήσῃ, μέμψῃ καὶ θεοὺς καὶ ἀνθρώπους, ἐὰν δὲ τὸ σὸν μόνον οἰηθῇς σὸν εἶναι, τὸ δὲ ἀλλότριον, ὥσπερ ἐστίν, ἀλλότριον, οὐδείς σε ἀναγκάσει οὐδέποτε, οὐδείς σε κωλύσει, οὐ μέμψῃ οὐδένα, οὐκ ἐγκαλέσεις τινί, ἄκων πράξεις οὐδὲ ἕν, οὐδείς σε βλάψει, ἐχθρὸν οὐχ ἕξεις, οὐδὲ γὰρ βλαβερόν τι πείσῃ.4] τηλικούτων οὖν ἐφιέμενος μέμνησο, ὅτι οὐ δεῖ μετρίως κεκινημένον ἅπτεσθαι αὐτῶν, ἀλλὰ τὰ μὲν ἀφιέναι παντελῶς, τὰ δ’ ὑπερτίθεσθαι πρὸς τὸ παρόν. ἐὰν δὲ καὶ ταῦτ’ ἐθέλῃς καὶ ἄρχειν καὶ πλουτεῖν, τυχὸν μὲν οὐδ’ αὐτῶν τούτων τεύξῃ διὰ τὸ καὶ τῶν προτέρων ἐφίεσθαι, πάντως γε μὴν ἐκείνων ἀποτεύξη, δι’ ὧν μόνων ἐλευθερία καὶ εὐδαιμονία περιγίνεται. [5] εὐθὺς οὖν πάσῃ φαντασίᾳ τραχείᾳ μελέτα ἐπιλέγειν ὅτι «φαντασία εἶ καὶ οὐ πάντως τὸ φαινόμενον. » ἔπειτα ἐξέταζε αὐτὴν καὶ δοκίμαζε τοῖς κανόσι τούτοις οἷς ἔχεις, πρώτῳ δὲ τούτῳ καὶ μάλιστα, πότερον περὶ τὰ ἐφ’ ἡμῖν ἐστιν ἢ περὶ τὰ οὐκ ἐφ’ ἡμῖν: κἂν περί τι τῶν οὐκ ἐφ’ ἡμῖν ᾖ, πρόχειρον ἔστω τὸ διότι «οὐδὲν πρὸς ἐμέ»

Le cose sono di due maniere: alcune in nostro potere, altre no.
Sono in nostro potere: l’opinione, il volere, il desiderio, l’avversione, in breve tutte quelle cose che dipendono dalla nostra volontà.
Non sono in nostro potere: il corpo, le ricchezze, gli onori, le dignità pubbliche, e in breve tutte quelle cose che non dipendono da noi.
Le cose poste in nostro potere sono per natura libere, non possono essere impedite né avversate.
Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo non sono cose nostre.
Ricordati dunque che se reputerai per libere, quelle cose che sono per natura schiave, e per proprie quelle che sono di altri, ti capiterà di trovare ora un ostacolo, ora un altro, di essere afflitto, turbato, di dolerti degli uomini e degli Dei.
Se invece stimerai tuo ciò che é tuo veramente, e capirai quali sono le cose che non sono in tuo potere, mai nessuno ti potrà forzare, nessuno impedire, non ti lamenterai di nessuno, non incolperai alcuno, non avrai nessun nemico, nessuno ti nuocerà, perché nessuno in effetti ti potrà fare del male.
Ora, se hai desiderio di raggiungere questo felice stato, sappi che ciò richiede sforzo e concentrazione d’animo non comune, e che, certe cose esteriori, devono essere eliminate dalla mente, altre pensate al tempo giusto, e devi dedicarti sopra tutto alla cura di te stesso.
Perché, se vorrai ad un tempo ottenere i predetti beni ed insieme dignità e ricchezze, è possibile che non otterrai nulla, perché se starai dietro alle ricchezze senza preoccuparti di accrescerti interiormente, senza dubbio ne sarai privato, perché solo attraverso l’accrescimento di se stessi si può godere beatitudine e libertà.


Poi comincia ad esaminarla e inquadrarla nella tua mente, e cioè vedere se essa appartiene alle cose che sono in nostra facoltà, ovvero a quelle che non lo sono. Ed appartenendo a quelle che non lo sono, dal tuo cuore venga questa sentenza: – Ciò a me non importa.

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