La disciplina dell’ultimo giorno: Oggi

La Saggezza
non arriva in regalo,
ma deve essere perseguita,
rincorsa,
conquistata.

Decidere consapevolmente le proprie azioni

Agire senza aspettative

Accogliere in serenità qualsiasi risultato

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Se oggi fosse
l’ultimo giorno della mia Vita
vorrei fare
quello che sto per fare oggi ?
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Arjuna comincia ad agire, a combattere,
non sa cosa avverrà di lui,
nè dei suoi compagni,
nè dell’esito della battaglia
o del futuro del suo popolo.
Ma sapere questo è il compito del Divino,
del “conoscitore del campo”.
All’essere umano in realtà
compete solo di agire,
cioè di vivere,
all’interno della Straordinaria Manifestazione
in cui si dispiega la sua Vita.

​शिव Shiva

L’antico nome di Śiva è Rudra, il dio selvaggio Śhiva è il Signore di tutti gli yogin (i praticanti dello yoga), l’asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nella beatitudine (ānanda) e nel samādhi
È il signore dell’elevazione che dona ai devoti la forza necessaria per perseverare nella propria disciplina spirituale (sādhana) è il protettore degli eremiti, degli asceti, degli yogin, dei sādhu di tutti quegli aspiranti spirituali che con lo scopo di indagare sulla Verità e conseguire così la liberazione (mokṣa)

In virtù dei suoi molteplici aspetti, benevoli e terrifici a un tempo, assume forme ed epiteti diversi.
Come signore del tempo presiede all’incessante dinamica creazione-annientamento-rigenerazione, il cui ritmo è scandito dalla sua danza cosmica.
Oltre che come sommamente potente e come distruttore, è venerato anche come divino asceta.
La divinità femminile che spesso lo accompagna, simbolo della sua shakti o energia vitale, assume anch’essa diverse sembianze e viene via via identificata con Uma, Parvati, Durga, Kali ecc.
La molteplicità delle manifestazioni del dio è sottolineata da particolari iconografie, che lo ritraggono con il corpo per metà maschile e per metà femminile, o come una figura a tre teste.

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yadātamas tan na divā na rātrir na san na cāsac chiva eva kevalaḥ tad akṣaraṃ tat savitur vareṇyaṃ prajñā ca tasmāt prasṛtā purāṇi

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dove non vi è oscurità, – né notte, né giorno, – né Essere, né Nonessere, – là vi è il Propizio, solo, – assoluto ed eterno; – là vi è il glorioso splendore – di quella Luce dalla quale in principio – sgorgò antica saggezza

Aumnamasivaya

Śvetāśvatara Upaniṣad

Nel  poema epico Mahābhārata  Indra, re degli dèi, consigliò a suo figlio, l’eroe Arjuna, di propiziarsi Śiva in modo che gli prestasse il proprio potentissimo arco ( Gandhiva).
Arjuna aveva infatti bisogno delle armi più forti dei Deva per sconfiggere i suoi malvagi cugini Kaurava nella guerra di Kurukshetra.

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Arjuna intraprese una serie di dure pratiche ascetiche, durante le quali si focalizzò su Śiva, adorandolo nella forma di liṅga, e rivolgendo a quest’ultimo la propria devozione. Śiva, constatando la purezza dei suoi intenti, volle mettere alla prova il suo ardore guerriero: un giorno, il Pandava fu attaccato da un grande demone sotto forma cinghiale, reagì e scagliò una freccia. Śiva, che nel frattempo aveva assunto la forma di un cacciatore (kirāta), scagliò a sua volta una freccia che colpì il bersaglio nello stesso istante di quella di Arjuna.
Il cinghiale cadde al suolo senza vita, ma Arjuna si accorse che qualcun altro aveva interferito con quello scontro. Accortosi della presenza del cacciatore, ebbe un contenzioso su chi avesse colpito la preda per primo, la discussione si trasforò in un feroce duello. Combatterono per lungo tempo,  Arjuna non riusciva a sopraffare l’avversario. Stremato e ferito, meditò su Śiva invocando umilmente il suo aiuto. Quando riaprì gli occhi vide il corpo del cacciatore adornato da fiori e capì che questi non era altri che lo stesso Śiva. Arjuna si prostrò ai suoi piedi, scusandosi per non averlo riconosciuto e per essersi addirittura scagliato in battaglia contro di lui. Śiva gli sorrise rivelandogli il proprio vero intento: assicurarsi che Arjuna fosse qualificato per utilizzare la sua arma più potente. Il Dio così gli promise che, prima dell’inizio della guerra, gli avrebbe consegnato l’arco ed insegnato ad usarlo, quindi scomparve.

In Shiva è la danza della creazione come della distruzione.
E’ in essa che Shiva,  rispecchia la bipolare ed ambivalente interconnessione di vita e morte, si erge danzando al di sopra del demone della nescienza (sanscrito: avidya).
Come per la feroce Kalì, il divino Shiva presenta caratteri poliedrici ed ambivalenti ed ora lo si vede benevolo, ora irato, ora ottenebrato. E’ questo il gioco delle sue cinque operazioni di emissione, mansione, assorbimento, offuscazione e grazia.
Rudra, lo spietato dio che dissemina distruzione e poi Maheshvara, signore di tutte le divinità e Bhairava altra immagine terribile ma a doppio significato poichè Bhairava vuol dire sostenitore degli yoghin e sostenitore del cosmo.

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La triplice forma di Shiva è anche quella di supremo yoghin Mahayogin e come polarità maschile è mahadeva sposo di Parvati, la shakti, l’energia cosmica che manifesta il mondo prima di trasfigurarsi come la distruttiva Kali, la terribile dea del tempo che getta nella fossa del samsara le esistenze fenomeniche.

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Shiva è anche Androgino in Ardhanarishvara, per metà uomo e per metà donna che nei sinuosi movimenti danza nel cosmo come Nataraja. Insomma il dio di questa dimensione cosmogonica è Shiva adorato nei santuari al cui si presta l’immagine della sua terribile creazione, mostro e protettore a forma di makara antropomorfo (il Kirtthimukha) la doppia medaglia della distruzione-benevolenza. Shiva è adorato e temuto.

SHIVA E DIONISO

”In verità Dioniso ed Ade sono lo stesso dio”.
Egli, in similitudine con Shiva, è il Nume dell’ebrezza (Via della Mano Sinistra), della contemplazione, del distacco, che presenta di immediatezza.
L’uso simbolico dello specchio, la danza delle menadi, similmente al ballo più tardo della Taranta, ci indicano una sorta “scatenamento consapevole ed unitario”.

Angelo Tonelli
(grecista scrittore)

Entrambe le divinità esprimono essenzialmente l’anelito spirituale che celebra l’aspetto divino degli istinti naturali dell’uomo e la profonda comunione condivisa dall’animale umano con la vita selvaggia e l’intero cosmo.
Dioniso e Shiva sono dèi della vegetazione, protettori di animali ed alberi, vivono nelle foreste e nelle montagne in modo austero ed essenziale, nudi o abbigliati della sola pelle di animali selvatici, poiché essi sono manifestazioni del Riconoscimento della vera Natura dell’essere. 
Sono dunque ambedue “immagini archetipiche della vita indistruttibile”, personificazioni di quell’energia vitale conosciuta dai greci come Zoe: il soffio vitale del mondo a cui la morte non si può contrapporre, poiché a morire sono le singole vite e non la Vita in sé.
Questa energia vitale indistruttibile è convenzionalmente rappresentata da simboli associati ad entrambi i culti, come il Toro, il Fallo (o Lingam nel caso di Shiva) e il Serpente, che identificano entrambe le divinità come personificazioni del principio maschile ascendente.
Ma sia Shiva che Dioniso sono anche giovani divinità androgine, eterni adolescenti con caratteristiche maschili e femminili, spiriti di energia giocosa, distruttiva e trasformativa che li rivela come divinità ambivalenti, mutevoli, che esprimono paradosso, ambiguità e coincidenza di opposti come essenza ultima di quello stato divino in cui le dualità vengono meno.

Confer “Shiva e Dioniso” di Alain Danielou  

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Lord Shiva, una divinità centrale nell’Induismo, esplorandone i molteplici ruoli e i significati simbolici. Viene presentato non solo come il dio della distruzione, ma anche come una forza di rigenerazione e equilibrio cosmico, fondamentale per la creazione e il mantenimento dell’universo. La fonte illustra come i vari aspetti fisici e le narrazioni mitologiche di Shiva, dalla sua terza occhio al suo rapporto con Parvati e Ganesha, offrano profonde intuizioni spirituali sulla coscienza, sull’eliminazione dell’ego e sulla ricerca della liberazione. Inoltre, viene sottolineata la rilevanza duratura della filosofia di Shiva nella vita quotidiana dei seguaci, che trovano nella sua figura una guida per affrontare le contraddizioni dell’esistenza e raggiungere la pace interiore.



Distruttore e Creatore/Preservatore: Shiva è il dio della distruzione, ma questa distruzione non è dettata dalla rabbia o dalla vendetta; è una “pura e cruda reimpostazione”. L’essenza di Shiva è la forza che distrugge per necessità, “per ripulire ciò che non serve più, affinché qualcosa di più grande, qualcosa di più essenziale, possa sorgere al suo posto”. Questo riflette il ciclo eterno di nascita, crescita, declino e rinnovamento dell’esistenza. La sua danza cosmica, l’Ananda Tandava come Nataraja, non è solo intrattenimento, ma il “ritmo fondamentale dell’esistenza stessa”, che crea, mantiene e distrugge l’universo in un flusso continuo. Questa distruzione non è una fine, ma una “transizione necessaria” che trasforma e rinnova, come un fuoco sacro che non si spegne mai, ma cambia e si trasforma.

Eremita distaccato e Amante/Padre appassionato: Sebbene si ritiri in meditazione sulle montagne, ricoperto di cenere, dimostrando un distacco supremo dalle cose mondane, è anche un “marito devoto a Parvati e un padre amorevole di Ganesha”. Questo paradosso mostra che Shiva è contemporaneamente “al di fuori del mondo ma profondamente al suo interno”, incarnando l’idea di essere “nel mondo ma non del mondo”. La sua unione con Parvati, che rappresenta la “riunione della coscienza” (Purusha) e dell'”energia creativa” (Prakriti), è fondamentale per l’equilibrio cosmico e la continuazione della vita.

Meditatore Silenzioso e Danzatore Cosmico: Shiva è il “silenzioso meditatore la cui ogni danza mantiene l’intero universo in rotazione”. La sua capacità di comunicare saggezza senza dire una parola, come il Dakshin Amirthi (il maestro silenzioso), indica che la “vera comprensione non viene insegnata, ma realizzata” dall’interno, e la trasmissione diretta della verità è più importante delle parole. Allo stesso tempo, la sua danza di Nataraja rappresenta il “ritmo fondamentale dell’esistenza”, dove “ogni galassia che gira, ogni cuore che batte, ogni pensiero che sorge e si dissolve” partecipa alla sua danza eterna. Questo bilanciamento tra quiete e attività dinamica è un ideale spirituale: essere “calmi nel centro di una ruota che gira, pacifici all’interno, dinamici all’esterno”.

Terrificante ma Amorevole e Compassionevole: Pur essendo il dio della distruzione che può ridurre Kamadeva in cenere con il suo terzo occhio, è anche “completamente appassionato e amorevole dell’umanità”. La sua storia del Samudra Manthan, in cui beve il veleno Halahala per salvare l’esistenza, dimostra il suo ruolo di “guaritore universale” e “essere divino che assorbe la sofferenza universale per proteggere l’esistenza”. Questo atto rivela che la sua forza non distrugge per il caos, ma “trasforma per protezione”, mantenendo l’universo in equilibrio. Insegna che la vera forza non è sfuggire alle proprie tossine emotive e spirituali (come rabbia, ego, gelosia), ma imparare a contenerle e trasformarle.

Maestria sul Tempo e sulla Mente: La mezzaluna che adorna la sua fronte simboleggia la sua “maestria sul tempo e sulla nostra mente fluttuante”. Egli esiste oltre l’orologio che scorre e oltre le emozioni e i pensieri, ricordando che la “vera saggezza significa dominare la propria coscienza interna piuttosto che esserne dominati”.

La Morte dell’Ego e la Nascita della Saggezza: Nel Nataraja, Shiva sottomette il demone dell’ignoranza e dell’ego (Apasara) ma non lo distrugge, insegnando che l’ego “deve essere trascenduto, non annientato”. La storia di Ganesha, in cui la sua testa viene sostituita con quella di un elefante, simboleggia la “distruzione necessaria di tutti i nostri desideri terreni” e il “passaggio dall’ego limitato alla saggezza divina”, un processo doloroso ma essenziale per la trasformazione dal sé limitato alla coscienza divina.


Il Simbolo della Cenere (Vipruti): La cenere che ricopre il corpo di Shiva non è solo un segno di lutto, ma rappresenta “ciò che resta quando ogni illusione brucia via”, la verità finale che “ogni cosa terrena è solo temporanea e solo lo spirito eterno è ciò che dura”. Questo simboleggia il distacco ultimo e la natura transitoria della realtà materiale rispetto all’eterno spirito interiore.
In sintesi, i paradossi di Shiva non sono mere contraddizioni, ma “una saggezza pratica che aiuta ancora molti indù in tutto il mondo a navigare tra nascita e morte, successo e fallimento, amore e perdita, proprio come hanno fatto per migliaia di anni”. Egli rappresenta uno “stato di coscienza, pura coscienza in sé”, una realtà interiore accessibile a tutti gli esseri umani. La sua essenza insegna che il risveglio non è una destinazione, ma una “danza tra forma e assenza di forma, tra il sé individuale e il sé universale”. In ultima analisi, Shiva non è qualcosa di esterno da adorare a distanza, ma “la consapevolezza stessa di essere in grado di sentire questo podcast… la consapevolezza che è sperimentata da tutti noi in questo momento”. La saggezza di Shiva invita a guardare profondamente nel momento presente, poiché ciò che si cerca non è nascosto, ma “sta danzando proprio qui, meditando proprio ora e amando attraverso il nostro stesso essere”.


Shiva è una divinità centrale, spesso associata alla distruzione e alla trasformazione, ma questa distruzione è intesa come un processo di rinnovamento e rigenerazione. È parte della Trimurti, insieme a Brahma (il creatore) e Vishnu (il preservatore), e la sua esistenza trascende il tempo, essendo considerato auto-manifestato. La sua unione con Parvati simboleggia l’equilibrio tra le energie maschili e femminili (Shiva e Shakti).


Shiva è ricca di elementi come la luna crescente (che simboleggia il passaggio del tempo e l’immortalità), il serpente (controllo degli istinti e Kundalini Shakti), il damru (il suono primordiale della creazione e dissoluzione), il terzo occhio (intuizione spirituale e distruzione dell’ignoranza), la cenere (impermanenza della vita) e il tridente (superamento delle sofferenze e unificazione delle energie). Nandi, il toro, è il suo veicolo e simboleggia forza e devozione. La forma di Nataraja, il danzatore cosmico, incarna il ciclo di creazione, preservazione e distruzione.


Egli incarna distruzione, creazione, trascendenza e coscienza cosmica, fondendo l’ascetismo con l’impegno, la distruzione con la compassione. Questa dualità è un tema centrale, con Shiva che rappresenta sia la quiete assoluta che la forza di trasformazione. La sua figura riconcilia aspetti opposti come il terrificante e il mite, il distruttore e il restauratore, il riposo eterno e l’attività incessante. Il Lingam, una rappresentazione aniconica, simboleggia la sua essenza senza forma e l’energia creativa.


A prima vista, lo Shiva Lingam potrebbe sembrare una struttura semplice, ma la sua forma racchiude un profondo simbolismo. Si dice che la forma cilindrica rappresenti la natura infinita dell’universo, senza inizio né fine. È interessante notare che spesso viene collocato in una yoni, ovvero una base circolare, che rappresenta la dea Parvati (Shakti), consorte del dio Shiva.

Insieme, il Lingam e lo Yoni simboleggiano l’unione delle energie maschile e femminile. Questo equilibrio cosmico di Shiva (il divino maschile) e Shakti (il divino femminile) rappresenta la creazione, l’armonia e il flusso della vita.


hiva è spesso associato ai cinque elementi della natura: terra, acqua, fuoco, aria e spazio. Ci sono cinque templi specifici nell’India meridionale, chiamati Panchabhoota Sthalas, dove il Lingam rappresenta uno di questi elementi. Tra questi:

Il tempio Ekambareswarar di Kanchipuram rappresenta la Terra.
Il tempio Jambukeswarar a Thiruvanaikaval rappresenta l’acqua.
Il tempio Arunachaleswarar a Tiruvannamalai rappresenta il fuoco.
Il tempio SriKalahasteeswara rappresenta l’Aria.
Il tempio di Chidambaram rappresenta lo spazio.
Questi templi evidenziano il legame tra le forze cosmiche e la figura di Shiva, ricordandoci il delicato equilibrio della natura. Tuttavia, sono stati creati appositamente per la Sadhana e non per il culto in particolare.


Lo Shiva Lingam è spesso considerato una fonte di energia cosmica. I testi antichi lo descrivono come una rappresentazione simbolica del pilastro cosmico di luce, che collega il cielo e la terra. Molti devoti credono che adorare il Lingam li aiuti a canalizzare l’energia universale nelle loro vite e a donare loro chiarezza e forza spirituale. In effetti, meditare sullo Shiva Lingam aiuta anche ad allineare la propria energia personale con il divino.


C’è un’idea sbagliata comune secondo cui lo Shiva Lingam sia puramente un simbolo fallico. Sebbene alcune interpretazioni iniziali lo interpretassero in questo modo, in qualche modo non riescono a concentrarsi sul suo significato spirituale più ampio.

Il Lingam, se compreso appieno, simboleggia creazione, conservazione e dissoluzione: questo è l’eterno ciclo dell’universo. Riguarda meno lo stato fisico e più lo stato metafisico della natura. Ma, nel complesso, consideratelo un promemoria del fatto che tutte le cose sono create, sostenute e, in ultima analisi, trasformate in meglio.


Elemento Iconografico

Significato Simbolico

Chandrakaladhara (Luna Crescente)

Passaggio del tempo, immortalità, eternità, natura ciclica di creazione/distruzione, equilibrio degli opposti

Naga (Serpente)

Controllo sugli istinti primari, Kundalini Shakti, impavidità, calma interiore, maestria sulle forze distruttive

Damru (Tamburo)

Suono primordiale (Nada), cicli di creazione/dissoluzione, ritmo cosmico, essenza di Om

Terzo Occhio

Intuizione spirituale, saggezza, eradicazione del male/ignoranza, vedere attraverso illusioni e falsità

Fiume Gange

Purificazione, nutrimento, potere vivificante, purificazione spirituale, protezione compassionevole

Ash (Ceneri)

Natura transitoria della vita, realtà ultima della morte, impermanenza del mondo materiale, rinuncia agli attaccamenti, percorso verso la liberazione

Tridente (Trishula)

Potere di superare la sofferenza fisica, mentale e spirituale; unificazione delle energie di creazione/preservazione/distruzione; autorità divina, equilibrio cosmico

Nandi (Toro)

Forza, lealtà, rettitudine, devoto ideale, energia sessuale e fertilità controllate

Lingam & Yoni

Potere riproduttivo, forze creative di Shiva e Parvati, unità delle energie maschili e femminili, origine di tutta la creazione

Marchio Sacro (Tre Linee Orizzontali)

Inerzia, distruzione passiva dei tre mondi (corpo, proprietà, natura) mentre la Prakriti riprende il suo

Il culto del fallo è un culto comune a molti popoli dell’antichità, oltre che presso i popoli della civiltà della valle dell’Indo (vedi sopra), anche nella antica Grecia di Dioniso, nell’antico Egitto di Osiride, presso i popoli celtici dell’Europa, a Cnosso, a Tebe, a Malta; e un simbolismo fallico è stato ravvisato anche nei megaliti ritrovati in Bretagna, Corsica e Inghilterra.[21] La funzione dell’organo genitale maschile è la sua capacità di dare quel seme da cui poi la vita: si comprende quindi come le falloforie e l’adorazione di oggetti fallici (o di animali che ne ricordino la forma come il serpente o il pesce), possano avere il valore di una implorazione di fecondità, e per estensione anche di fortuna e benessere. Ma nello scivaismo, accanto a questo aspetto più terreno, si affianca il legame del fallo stesso col Dio: è in quest’associazione, in questo passaggio che il simbolo fallico diventa liṅga, oggetto sacro cioè, acquistando pertanto una valenza più elevata. Nello Śiva Purāṇa Siva afferma chiaramente la sua identità col fallo, sia esso simbolo o meno:

«Il fallo è identico a me […] ovunque si trovi un sesso eretto, sono presente io stesso.»

(Śiva Purāṇa, I, cap. 9, 43-44; citato in A. Daniélou, Śiva e Dioniso, 1980, op. cit., p. 52)

Secondo i Purāṇa la più grande virtù del liṅga è la semplicità, che si pone a metà tra la venerazione delle icone e la loro assenza: il liṅga è né con forma (rūpa) né senza forma (arūpa), come una colonna di fiamme, forma senza forma (arūparūpam).[52]

La proprietà di produrre il seme vitale non è però l’unica proprietà: l’organo sessuale maschile è infatti in grado di dare piacere. Nei culti śaiva anche il piacere è un aspetto del divino, anzi in non poche tradizioni tantriche quest’aspetto si colloca su un piano superiore rispetto a quello della procreazione. I figli di Siva e della sua amante (Pārvatī o Satī o Umā) non sono generati da un amplesso, ma in altri modi: il dio e la dea sono uniti nell’estasi del piacere (ānanda), ma il loro amplesso è sterile.[21]

«Coloro che non vogliono riconoscere la natura divina del fallo, che non comprendono l’importanza del rito sessuale, che considerano l’atto sessuale indegno e spregevole, oppure una semplice funzione fisica, sono sicuri di fallire nei loro tentativi di realizzazione materiale o spirituale.»

(Lingopāsanā rahasya; citato in A. Daniélou, Miti e dèi dell’India, 2008, op. cit., pp. 263-264)

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