Onordando il Fiume sotterraneo della Tradizione

La Tradizione è un fiume sotterraneo, che s’inabissa e riaffiora, grazie al richiamo segreto dei suo adepti…e la Forza attrattiva che irrompe nel profondo ”dei cercatori” risvegliati dal torpore dal silenzioso richiamo degli Archetipi dormienti, ma pulsanati
F.D.P

Marcet sine adversario virtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem viris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum vertant; non quid sed quemadmodum feras interest

Il valore si infiacchisce se non ha avversari: allora appare quanto è grande e che forza ha, quando mostra la sua capacità di sopportazione. Sappi dunque che i ” seguaci della virtù ” devono comportarsi nello stesso modo, non temere le difficoltà e le avversità né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada la ritengano un” possibilità di” bene e la trasformino in un bene; ciò che è importante non è ciò che tu sopporti ma in che modo lo sopporti.
SENECA

Exercitationes ἄσκησις addestramento Seneca De Providentia

Ignis aurum probatmiseria fortes viros

Il fuoco è la prova dell’oro, la sventura quella dell’uomo forte

Quare aliqua incommoda bonis viris accidant,
cum providentia sit…

 

Per quale ragione alcune sventure toccano ai buoni pur essendovi la provvidenza…
 Exercitationes, ἄσκησις ,addestramento o “formazione”  a cui il divino, la Sorte, per gli stoici il logos impersonale, immanente, sottopone  il vir bonus, per sperimentarne, rafforzarne e metterne in mostra il valore.

L’idea delle sventure come banco di prova
della virtù è presente
nell’antica
Stoa, ma  è Seneca  porla al centro di un’intera opera:

‘De Provvidentia”

Si suppone  Seneca instauri il rapporto metaforico tra dio e l’uomo buono (saggio) come tra padre e figlio per allentare le maglie del rigido determinismo e fatalismo stoico, e riservare così  mediante un espediente retorico, un certo margine alla libertà morale dell’uomo, che si sperimenta, si forma, si eleva nel rapporto con il divino, il principio assoluto.
Le avversità, intese come prove, assumono quindi un significato altamente positivo, di iniziazione, poiché non solo impediscono all’uomo virtuoso di illanguidire 4, II 
Marcet sine adversario virtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem viris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum vertant; non quid sed quemadmodum feras interest
Il valore si infiacchisce se non ha avversari: allora appare quanto è grande e che forza ha, quando mostra la sua capacità di sopportazione. Sappi dunque che i buoni devono comportarsi nello stesso modo, non temere le difficoltà e le avversità né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada la ritengano un bene e la trasformino in un bene; ciò che è importante non è ciò che tu sopporti ma in che modo lo sopporti.
Sono vere e proprie “occasioni di virtù” 6, IV. con uno strano  esito paradossale in cui il proprio valore è commisurato alle prove da affrontare.
Avversità inevitabili talvolta, dure, aspre ma in fin dei conti, onde del mare della vita tramite le quali ci si fortifica, talvolta ci si vivifica , sentendone e sperimentandone la drammaticità come intensità di energia vitale, di presenza alla vita, che ci costringe a leggere messaggi e simboli provenienti dal profondo della nostra esistenza. 

Nolite, obsecro vos, expavescere ista quae di inmortales velut stimulos admovent animis: calamitas virtutis occasio est.
Illos merito quis dixerit miseros qui nimia felicitate torpescunt, quos velut in mari lento tranquillitas iners detinet: quidquid illis inciderit, novum veniet.
Vi scongiuro, non spaventatevi di queste cose che gli dèi immortali infondono negli animi come degli stimoli: una disgrazia è un’occasione di virtù.
A ragione si possono definire miseri coloro che sono infiacchiti per l’eccessiva fortuna, che una inerte bonaccia opprime come su un mare piatto: ogni cosa che ad essi accadrà, sopraggiungerà come una novità.

 Il ricorso frequente a immagini militari, che rimandano alla metafora vita/milizia, sottolinea l’intento eroico marziale. l’influsso della visione  tradizionale romana,
MOS MAIORUM, che traspare dall’esempio
dei soldati.

 

Paragrafo 96, Libro 16 di Seneca Epistulae morales ad Lucilium

 

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VIVERE MILITARE EST

 

Atqui vivere, Lucili, militare est.

Itaque hi qui iactantur et per operosa atque ardua sursum ac deorsum eunt et expeditiones periculosissimas obeunt fortes viri sunt primoresque castrorum; isti quos putida quies aliis laborantibus molliter habet turturillae sunt, tuti contumeliae causa.
Vale.

Ma, caro Lucilio, vivere è fare il soldato.

Perciò coloro che sono sbattuti qua e là, e costretti a percorrere per dritto e per traverso strade faticose e difficili e affrontano spedizioni piene di rischi, sono uomini valorosi, i primi tra i soldati; quanti, invece, si lasciano languidamente andare a un ozio nauseante, mentre gli altri si affannano, sono delle colombelle, e si garantiscono la sicurezza con il disonore.

Stammi bene.

Il discorso morale svolto da Seneca si caratterizza nel senso di un’etica agonistica ed eroica, la quale in fatti ha come protagonista il vir bonus, il vir fortis che 

esprime in misura ancora più marcata la forza (morale) del
vir. II,3  e I,4 De Providentia
Athletas videmus, quibus virium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos viribus utantur; caedi se vexarique patiuntur et, si non inveniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur.
lottatore di pancrazio louvere
Vediamo che gli atleti, che hanno cura del loro fisico, lottano con tutti i più forti ed esigono da coloro dai quali sono allenati per la gara, che questi impieghino tutte le loro forze contro di essi; tollerano di essere battuti e maltrattati e, se non trovano uno alla loro altezza, si battono con più avversari contemporaneamente.
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4. Ignominiam iudicat gladiator cum inferiore componi et scit eum sine gloria vinci  qui sine periculo vincitur.
Idem facit fortuna: fortissimos sibi pares quaerit, quosdam fastidio transit. Contumacissimum quemque et rectissimum adgreditur, adversus quem vim suam intendat: ignem experitur in Mucio, paupertatem in Fabricio, exilium in Rutilio, tormenta in Regulo, venenum in Socrate, mortem in Catone. Magnum exemplum nisi mala fortuna non invenit
Il gladiatore giudica vergognoso esser messo a confronto con uno a lui inferiore e sa che è sconfitto senza gloria chi è vinto senza pericolo.
Lo stesso fa la fortuna: va in cerca dei più forti, che siano al suo livello, alcuni li trascura con disprezzo.

Assale i più fieri e retti, contro i quali possa spiegare la sua forza: prova il fuoco in Muzio , la povertà in Fabrizio6 , l’esilio in Rutilio , le torture in Regolo , il veleno in Socrate, la morte in Catone. Solo la cattiva sorte trova un grande esempio.

Anche se cade, combatte ancora in ginocchio etiam si cecidit de genu pugnat

Il passo ulteriore consiste nell’affermare la volontaria ricerca, da parte del
vir bonus, di tali opportunità che gli consentono di far emergere la sua
virtus analogamente i soldati migliori sono avidi di occasioni in cui dimostrare quanto valgono 4, IV
Gaudent, inquam, magni viri aliquando rebus adversis, non aliter quam fortes milites bello; Triumphum ego murmillonem sub Ti. Caesare de raritate munerum audivi querentem: “Quam bella” inquit “aetas perit!” Avida est periculi virtus et quo tendat, non quid passura sit cogitat, quoniam etiam quod passura est gloriae pars est. Militares viri gloriantur vulneribus, laeti fluentem meliori casu sanguinem ostentant: idem licet fecerint qui integri revertuntur ex acie, magis spectatur qui saucius redit.
Talvolta, ti dico, gli uomini forti gioiscono delle avversità non altrimenti di come i soldati valorosi gioiscono della guerra; ho sentito il gladiatore Trionfo, sotto Tiberio Cesare, lamentarsi della poca frequenza dei giochi: “Che bel periodo” disse “è passato!” La virtù è avida di pericolo e pensa dove tendere, non cosa soffrirà, giacché anche ciò che soffrirà è parte della gloria.
I soldati fanno vanto delle loro ferite, fieri ostentano il sangue che scorre più felicemente: anche se quelli che tornano illesi dal campo di battaglia hanno compiuto le stesse imprese, ma viene guardato con maggior ammirazione quello che torna ferito.
Che il saggio sopporti le avversità volontariamente (perché riconosce nel corso delle cose il volere del fato e vi aderisce senza tentennamenti), è senza dubbio concetto stoico; nel  desiderare gli incommoda, preferire le difficoltà alla quiete per esaltare il proprio valore, appare un influsso del cinismo, forse  l’amico cinico Demetrio.
Inter multa magnifica Demetri nostri et haec vox est, a qua recens sum; sonat adhuc et vibrat in auribus meis:
“Nihil” inquit “mihi videtur infelicius eo cui nihil umquam
evenit adversi.”
Non licuit enim illi se experiri. Ut ex voto illi fluxerint omnia, ut ante votum, male tamen de illo di iudicaverunt: indignus visus est a quo vinceretur aliquando fortuna, quae ignavissimum quemque refugit, quasi dicat: “Quid ergo? Istum mihi adversarium adsumam? Statim arma summittet; non opus est in illum tota potentia mea, levi comminatione pelletur, non potest sustinere vultum meum.
Alius circumspiciatur cum quo conferre possimus manum: pudet congredi cum homine vinci parato.”
Tra i molti magnifici detti del nostro Demetrio , vi è anche questo, che ho da poco udito e che mi risuona ancora presente all’orecchio:
“Nulla” disse “mi sembra più infelice di colui al quale non capita mai nessuna avversità.”
Infatti a costui non è stato possibile provare le proprie capacità. Anche se tutto è filato liscio secondo i suoi desideri, o prima ancora di essi, tuttavia gli dèi non l’hanno giudicato positivamente: è sembrato indegno di vincere ogni tanto la fortuna, che rifugge da tutti gli imbelli, come se dicesse: “E che?
Dovrei prendermi costui come avversario? Deporrà subito le armi; non è necessaria contro di lui tutta la mia potenza, sarà allontanato da una blanda minaccia, non è in grado di sostenere il mio aspetto. Si trovi un altro, col quale io possa lottare: mi vergogno di scontrarmi con un uomo rassegnato alla sconfitta.
Dal punto di vista strettamente stoico, è indifferente che la virtù sia impegnata in prove difficili o si trovi in condizioni tranquille, che sia a tutti nota o resti oscura.
Seneca nel  De Providentia  insiste molto sulla necessità degli adversa affinché la virtus si manifesti e risplenda: ciò è funzionale al ruolo di examplar per gli altri uomini che Seneca attribuisce al saggio
Il  vero obiettivo di Seneca non sia tanto giustificare l’ordine cosmico
all’ amor fati, all’accettazione volontaria della necessitas, quanto dimostrare l’autosufficienza e la libertà del saggio, anche nella situazione più difficile.
Epistulae morales ad Lucilium (16, 3-5) 
Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine inpellit et iactat, philosophia nos tueri debet.
Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum
Qualunque sia l’ipotesi valida fra queste, o Lucilio, o anche se fossero valide tutte insieme, si deve osservare la filosofia; sia che i fati ci tengano stretti con una legge inflessibile, sia che un Dio signore dell’universo abbia disposto ogni cosa, sia che il caso spinga e agiti le vicende umane senza ordine, la filosofia deve tutelarci.
Essa ci esorterà a ubbidire a Dio volentieri, alla sorte con fierezza; essa ti insegnerà a seguire Dio, a tollerare il caso.

Philosophia.. non in verbis sed in rebus est Seneca

 

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

[1]

Liquere hoc tibi, Lucili, scio,
neminem posse beate vivere, ne tolerabiliter quidem, sine sapientiae studio, et beatam vitam perfectā sapientiā effici, ceterum tolerabilem etiam inchoatā.

Sed hoc quod liquet firmandum et altius
cotidianā meditatione figendum est:
plus operis est in eo ut proposita custodias quam ut honesta proponas.

SENECA SALUTA IL SUO LUCILIO

[1]

So che ti è chiaro questo, o Lucilio,
(e cioè) che nessuno può vivere felicemente,
neppure in modo tollerabile, senza la ricerca della saggezza, e che la vita è resa felice da una saggezza completa, peraltro tollerabile
anche da (una saggezza) incompiuta.

Ma questo che è chiaro è da confermare e da fissare più in profondità con la quotidiana meditazione:
c’è più impegno nel fatto che tu mantenga i propositi che nel fatto di concepire propositi onesti.

Perseverandum est
et assiduo studio robur addendum, donec bona mens sit quod bona voluntas est.

Bisogna perseverare e con impegno assiduo aggiungere robustezza,
finché sia buona mente ciò che è buona intenzione.

[2] Itaque non opus est tibi apud me pluribus verbis aut affirmatione tam longā:
intellego multum te profecisse.

Quae scribis unde veniant scio; non sunt
ficta nec colorata. Dicam tamen quid sentiam: iam de te spem habeo,
nondum fiduciam.
Tu quoque idem facias volo: non est quod tibi cito et facile credas.

Excute te et varie scrutare et observa;
 illud ante omnia vide, utrum in 
philosophiā an in ipsā vitā profeceris.

[2] Perciò davanti a me non c’è bisogno per te di più parole o di un’affermazione così lunga:
capisco che tu hai progredito molto.

Le cose che scrivi so da dove vengono;
non sono inventate né falsate.
Dirò tuttavia che cosa penso:
ho già speranza su te, non ancora fiducia.
Voglio che anche tu faccia lo stesso: non è il caso che tu abbia sicurezza in te stesso subito e facilmente.

Scuotiti, e scruta e osserva sotto vari punti di vista;
prima di tutto vedi questo,
(cioè) se tu hai progredito nella filosofia oppure 

nella stessa vita.

[3]
Non est philosophia populare
artificium nec ostentationi paratum;
non in verbis sed in rebus est.
Nec in hoc adhibetur, ut cum aliquā oblectatione consumatur dies, ut dematur otio
nausia:
animum format et fabricat, vitam disponit, actiones regit, agenda et omittenda demonstrat, sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum.
Sine hāc nemo intrepide potest vivere,
nemo secure; 

innumerabilia accidunt singulis horis quae consilium exigant, quod ab hāc
petendum est.

[3]
La filosofia non è un atteggiamento artefatto esibizionistico né finalizzato
all’ostentazione;
(non è un arte che serve a far mostra di se di fronte alla gente)

sta non nelle parole,
ma nei fatti.

Né si pratica a questo scopo, affinché la giornata trascorra con qualche
piacevolezza, affinché sia tolto il disgusto all’ozio:

plasma e costruisce l’animo, organizza la vita, governa le azioni, indica le cose da fare e le cose da tralasciare, 
siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli delle situazioni burrascose.
Senza di lei 

nessuno può vivere intrepidamente, 
nessuno (può vivere) con sicurezza. 

Ogni momento accadono innumerevoli fatti che esigono una decisione che a lei è da chiedere.

[4] Dicet aliquis,”Quid mihi prodest philosophia,  si fatum est?
Quid prodest, si deus rector est?

Quid prodest, si casus imperat?

Nam et mutari certa non possunt et nihil
praeparari potest adversus incerta, sed aut consilium meum occupavit deus decrevitque quid facerem, aut consilio meo nihil
fortuna permittit.”

[4] Qualcuno dirà: “Che mi giova la filosofia, se esiste il destino?

Che giova, se un dio è colui che decide? 

Che giova, se comanda il caso?

Infatti sia i fatti prestabiliti non si possono modificare, sia nulla si può predisporre contro le cose incerte, ma o un dio ha prevenuto la mia decisione e ha deciso che cosa io dovessi fare, oppure la sorte nulla concede alla mia decisione.”

[5] Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata
constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine impellit et iactat, philosophia nos tueri debet.
Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum.

[5] Qualsiasi di queste ipotesi sia vera, o Lucilio, addirittura se tutte queste ipotesi sono vere, bisogna praticare la filosofia; sia che con legge inesorabile il destino ci vincoli, sia che un dio, arbitro dell’universo, abbia disposto tutto, sia che il caso spinga e agiti senza ordine le vicende umane, deve proteggerci la filosofia.

Questa ci esorterà ad obbedire di buon grado a dio, ad (obbedire) con fierezza alla sorte; questa ti insegnerà a seguire dio, a sopportare la sorte.

[6] Sed non est nunc in hanc disputationem transeundum, quid sit iuris nostri si providentia in imperio est, aut si fatorum series illigatos trahit, aut si repentina ac subita dominantur: illo nunc revertor, ut te moneam et exhorter ne patiaris impetum
animi tui delabi et refrigescere.
Contine illum et constitue, ut habitus
animi fiat quod est impetus.

[6] Ma non bisogna passare ora a questa discussione, che cosa sia di nostra competenza se la provvidenza è al comando, o se la serie dei destini ci trascina legati, o se hanno il sopravvento eventi improvvisi e subitanei: ora ritorno a quel punto, (e cioè) ad ammonirti ed esortarti a non permettere che lo slancio del tuo animo si indebolisca e si raffreddi.
Controllalo e rinforzalo, affinché diventi
un atteggiamento dell’animo quello che è uno slancio.

[7]
Iam ab initio, si te bene novi,
circumspicies quid haec epistula
munusculi attulerit:
excute illam, et invenies.
Non est quod mireris animum meum: adhuc de alieno liberalis sum.
Quare autem alienum dixi?
quidquid bene dictum est ab ullo meum
est.

[7]
Già fin dall’inizio, se ti conosco bene, cercherai con lo sguardo quale regalino abbia portato questa lettera:
leggila con attenzione e troverai.
Non è il caso che tu ammiri la mia generosità: ancora sono generoso dell’altrui. Ma perché ho detto altrui? Tutto ciò che è stato detto bene da qualcuno è mio.

Anche questo è stato detto da Epicuro:
“Se vivrai secondo natura, non sarai mai povero; se (vivrai) secondo le opinioni, non sarai mai ricco”.

Istuc quoque ab Epicuro dictum est: “Si ad naturam vives, numquam eris
pauper; si ad opiniones,
numquam eris dives”.

[8] Exiguum natura desiderat,
opinio immensum.

Congeratur in te quidquid multi locupletes possederant; ultra privatum pecuniae
modum fortuna te provehat, auro tegat,
purpura vestiat, eo deliciarum opumque
perducat ut terram marmoribus
abscondas; non tantum habere tibi liceat
sed calcare divitias; accedant statuae et
picturae et quidquid ars ulla luxuriae
elaboravit: maiora cupere ab his disces.

[8] La natura richiede poco, l’opinione una quantità smisurata.

Si ammucchi su di te tutto ciò che molti ricchi avevano posseduto; la sorte ti spinga oltre una quantità privata di denaro, ti ricopra d’oro, ti rivesta di porpora, ti conduca a tal punto di delizie e ricchezze che tu possa ricoprire la terra con marmi; non solo ti sia possibile avere, ma anche calpestare le ricchezze; si aggiungano statue e dipinti e tutto ciò che una qualche arte ha prodotto per il lusso: da queste cose imparerai a desiderare cose più grandi.

[9] Naturalia desideria finita sunt: ex falsa opinione nascentia ubi desinant non
habent; nullus enim terminus falso est.
Viā eunti aliquid extremum est:
error  immensus est.
Retrahe ergo te a vanis, et cum voles scire quod petes, utrum naturalem habeat an caecam cupiditatem, considera num possit alicubi consistere:
si longe progresso semper aliquid longius restat, scito id naturale non esse.

Vale.

[9] I desideri naturali sono limitati: quelli che nascono da una falsa opinione non hanno dove poter terminare; nessun limite infatti esiste per ciò che è falso.
Per chi va per una via esiste un qualche punto d’arrivo: l’andare errando è senza limiti.
Ritìrati dunque dalle cose vane, e quando vorrai sapere se ciò che cercherai ha un desiderio naturale o irrazionale, considera se per caso possa da qualche parte fermarsi: se, (a te) inoltrato per lungo tratto, resta sempre qualcosa di più lontano, sappi che questo non è naturale.
Stammi bene.

Tu non putas parem esse virtutem eius qui fortiter hostium moenia expugnat, et eius qui obsidionem patientissime sustinet? Seneca

Secondo te il soldato che espugna coraggiosamente le mura nemiche non è valoroso come il soldato che sostiene un assedio con incrollabile fermezza?

Perciò la gioia e la sopportazione coraggiosa e ferma dei supplizi sono sullo stesso piano; in entrambe è insita la stessa grandezza d’animo, nell’una mite e pacata, nell’altra pugnace e veemente. E allora? Secondo te il soldato che espugna coraggiosamente le mura nemiche non è valoroso come il soldato che sostiene un assedio con incrollabile fermezza? È grande Scipione che stringe d’assedio Numanzia e ne obbliga i cittadini invitti a darsi la morte, ma è grande anche il coraggio degli assediati: sanno che se uno può darsi la morte ha una via d’uscita e spirano abbracciando la libertà. Ugualmente anche le altre virtù sono sullo stesso piano, serenità, lealtà, liberalità, costanza, moderazione, tolleranza; hanno tutte come base la virtù, garanzia di un’anima onesta e incrollabile.

 Paragrafo 66, Libro 7 di Seneca

 

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Paria itaque sunt et gaudium et fortis atque obstinata tormentorum perpessio; in utroque enim eadem est animi magnitudo, in altero remissa et laxa, in altero pugnat et intenta. Quid? Tu non putas parem esse virtutem eius qui fortiter hostium moenia expugnat, et eius qui obsidionem patientissime sustinet? [et] Magnus Scipio, qui Numantiam cludit et comprimit cogitque invictas manus in exitium ipsas suum verti, magnus ille obsessorum animus, qui scit non esse clusum cui mors aperta est, et in complexu libertatis exspirat. Aeque reliqua quoque inter se paria sunt, tranquillitas, simplicitas, liberalitas, constantia, aequanimitas, tolerantia; omnibus enim istis una virtus subest, quae animum rectum et indeclinabilem praestat.

 

Omnia, aliena sunt, tempus tantum nostrum est.. Tutte le cose, sono degli altri, soltanto il tempo è nostro Seneca

 

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt.
Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit.
Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus.
Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori?
In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet.
Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris.
Dum differtur vita transcurrit.
Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult.
Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia,
imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.
Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio.
Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae.
Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum
dicam; causas paupertatis meae reddam.
Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis:
omnes ignoscunt, nemo succurrit.
Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies.
Nam ut visum est maioribus nostris, ‘sera parsimonia in fundo est’; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remant.
Vale.

 

Seneca-Epistula ad Lucilium I (Sen. Ep. Luc. I)

Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto, raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto.
Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore.
Vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata.
Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente.
Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va.
Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro.
La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene.
Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire

Ti saluto

 

 

“Se contentus est sapiens.” Il saggio basta a se stesso Seneca

“Se contentus est sapiens.” Hoc, mi Lucili, plerique perperam interpretantur: sapientem undique submovent e intra cut suam cogunt. Distinguendum autem est quid et quatenus vox ista promittat: se contentus est sapiens ad beate vivendum, non ad vivendum; ad hoc enis multis illi rebus opus est, ad illud tantum animo sano ed erecto et despiciente fortunam.

«Il saggio basta a se stesso».
I più, Lucilio caro, interpretano male queste parole: allontanano il saggio da tutto e lo rinchiudono dentro il suo guscio.
Bisogna allora chiarire il significato ei limiti di questa frase: il saggio basta a se stesso per vivere felice, non per vivere; per fare questo, infatti, gli occorrono molti elementi, mentre per essere felici ha solo bisogno di un animo onesto, fiero ed incurante della sorte.

Le vie paradossali del sapere

Πάθει μάθος – “Col patire, capire”

In Eschilo  ogni uomo soffre in sé e in silenzio e allo stesso modo comprende, vivendo questo avvenimento come una sorta di elevazione personale, scissa dalla società in cui vive. L’unica cosa che l’uomo può fare è sopportare, poiché gli dei gli hanno fatto questo dono, che è l’unico φάρμακον, (in greco il termine è una vox media, che può intendere sia la cura, sia il veleno) per i dolori umani e “irrimediabili”.
Sopportando si riesce a imparare, imparare a vivere prima di tutto, a conoscere il ritmo, la misura esatta.

 ” γίνωσκε δ’οἷος ῥυσμòς ἀνθρώπους ἔχει”
Archiloco esorta a conoscere il ritmo che governa gli uomini

Ne quid nimis ”Nulla di troppo” μηδὲν ἄγαν «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità,  ciò che l’uomo deve fare è semplicemente attendere una sorte più propizia, agendo μὴ λίην, senza sorpassare il confine , per evitare commettere ὕβρις superbia e tracotanza.

THE-PARTHENON-IN-THE-RAIN.-FREDERIC-BOISSONNAS-1903

 

”Fatti non foste a viver come brutima per seguir virtute e canoscenza. ”

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verso 119 del canto XXVI dell’Inferno di Dante Alighieri; discorso che Ulisse rivolge ai suoi compagni per spronarli a continuare il loro viaggio oltre le colonne d’Ercole, confine ultimo del mondo allora conosciuto.

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A che serve, poi, guadagnare pochi giorni o pochi anni? Siamo nati per combattere a oltranza. “E come me la caverò?” chiedi. Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo.
Ci si apre la strada con la forza,
e questa strada te la indicherà la filosofia. Volgiti a essa, se vuoi essere salvo, sereno, felice, e infine, se vuoi essere, e questo è il massimo, libero; non si può diventarlo in altro modo. La stoltezza è cosa meschina, ignobile, sordida, da schiavi, soggetta a molte, violentissime passioni. La saggezza, l’unica vera libertà, allontana da te dei padroni tanto gravosi, che comandano un po’ alternativamente, un po’ tutti insieme.

Quid porro prodest paucos dies aut annos lucrificare? Sine missione nascimur. ‘Quomodo ergo’ inquis ‘me expediam?’ Effugere non potes necessitates, potes vincere.
Fit via vi
et hanc tibi viam dabit philosophia. Ad hanc te confer si vis salvus esse, si securus, si beatus, denique si vis esse, quod est maximum, liber; hoc contingere aliter non potest. Humilis res est stultitia, abiecta, sordida, servilis, multis affectibus et sacrissimis subiecta. Hos tam graves dominos, interdum alternis imperantes, interdum pariter, dimittit a te sapientia, quae sola libertas est.

Epistulae morales ad Lucilium ,Libro 4

Seneca saluta il suo Lucilio

 

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Marcet sine adversario virtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem viris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, inbonum vertant; non quid sed quemadmodum feras interest

Senza un avversario, la virtù marcisce: si vede quanto grande essa sia, e quanto valga, solo allorquando mostra il suo potere col sopportar delle prove. Sappi dunque che gli uomini buoni debbon far lo stesso: non devono temere ciò che è duro e difficile, non devono lamentarsi del destino, devono considerar come un bene e volgere in bene tutto ciò che accade.
Non interessa ciò che tu sopporti, ma interessa la maniera in cui lo sopporti.

Non fert ullum ictum inlaesa felicitas; at cui adsidua fuit cum incommodis suis rixa, callum per iniurias duxit nec ulli malo cedit, sed etiam si cecidit de genu pugna

La felicità che è sempre rimasta illesa non sopporta nessun colpo; ma chi ha dovuto assiduamente lottare con le difficoltà si è incallito a forza di ricever molestie, e non cede di fronte a nessun male, e anche se cade, combatte ancora in ginocchio.

Lucio Anneo Seneca
De providentia
Quare aliqua incommoda bonis viris accidant,
cum providentia sit

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