Un aggregato umano misterioso, austero, silenzioso ”laconico ”, schivo ,duro, dedito all’addestramento permanente , al culto della parola data, che per mantenere il suo status s’impone regole severe di rinuncia e restrizione, il privilegio degli Ὅμοιοι, gli Uguali Σπαρτιάται, Spartiati è essere fedeli e dediti ad un ideale metafisico autoreferenziale.
”l’imbarazzo della storia sta spesso nella permanenza delle parole e nel cambiamento del loro significato. La guerra dei Greci era un privilegio,oltre che una maledizione. combattere era uno dei modi attraverso i quali si definiva un’identità, più ancora uno status…”
(Brodo Nero Sergio Valzania pag.20 )
Era uno spettacolo grandioso e insieme terrificante vederli avanzare al passo cadenzato dai flauti senza aprire la minima frattura nello schieramento o provare turbamento nell’animo, calmi ed allegri, guidati al pericolo dalla musica. Perché non si può pensare che paura o furore smodato s’impossessassero di uomini così composti; ma certo un fermo proposito, sorretto da fiducia e coraggio, come se Dio li accompagnasse.
Plutarco vite Parallele
Πλούταρχος Βίοι Παράλληλοι
Vita di Licurgo
« Socrate diceva che il compito dell’uomo è la cura dell’anima: la psicoterapia, potremmo dire. Che poi oggi l’anima venga interpretata in un altro senso, questo è relativamente importante. Socrate per esempio non si pronunciava sull’immortalità dell’anima, perché non aveva ancora gli elementi per farlo, elementi che solo con Platone emergeranno. Ma, nonostante più di duemila anni, ancora oggi si pensa che l’essenza dell’uomo sia la psyche. Molti, sbagliando, ritengono che il concetto di anima sia una creazione cristiana: è sbagliatissimo. Per certi aspetti il concetto di anima e di immortalità dell’anima è contrario alla dottrina cristiana, che parla invece di risurrezione dei corpi. Che poi i primi pensatori della Patristica abbiano utilizzato categorie filosofiche greche, e che quindi l’apparato concettuale del cristianesimo sia in parte ellenizzante, non deve far dimenticare che il concetto di psyche è una grandiosa creazione dei greci. L’Occidente viene da qui. » (G. Reale, Storia della filosofia antica, Vita e pensiero, Milano 1975)
Il mito del carro e dell’auriga (o della biga alata), tratto dal Fedro di Platone, introduce alla teoria platonica della reminiscenza dell’anima, un fenomeno che durante la reincarnazione produce ricordi legati alla vita precedente. Racconta di una biga su cui si trova un auriga, personificazione della parte razionale o intellettiva dell’anima (logistikòn). La biga è trainata da una coppia di cavalli, uno bianco e uno nero: quello bianco raffigura la parte dell’anima dotata di sentimenti di carattere spirituale (thymeidès), e si dirige verso l’Iperuranio; quello nero raffigura la parte dell’anima concupiscibile (epithymetikòn) l’anima cui appartengono bisogni ed istinti propri per lo più dell’animalità e si dirige verso il mondo sensibile. I due cavalli sono tenuti per le briglie dall’auriga che, come detto, rappresenta la ragione: questa non si muove in modo autonomo ma ha solo il compito di guidare.
« Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.
“Ove c’è molta luce, l’ombra è più cupa”
Johann Wolfgang Goethe
Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita.
Carl Gustav Jung
“colui che si trova o si nasconde tra le montagne” riguardo agli yamabushi 山臥 si narra che fossero gruppi o individui dediti alla ricerca e alla pratica ascetica (askesis esercizio addestramento ) eremiti, sciamani delle montagne, seguaci della la via dello Shugendō 修験道 una commistione di credenze, filosofie, dottrine e sistemi rituali tratti da pratiche popolari-religiose locali, il culto della montagna pre-buddhista, di origine sciamanica , elementi scintoisti , Taoisti e di Buddismo esoterico mikkyo 密教 (in prevalenza setta Shingon)
La pratica includeva ricerca di poteri spirituali, mistici o soprannaturali ottenuti mediante l’ascetismo, i monaci studiavano non solo la natura e testi e immagini religiosi o spirituali, ma anche una varietà di arti marziali Gli yamabushi monaci guerrieri, erano abili nell’uso di molteplici armi, combattevano con arco e freccia, o con spada e pugnale, soprattutto con il naginata.
La montagna (yama 山) in Giappone è una dimensione spaziale unitaria, contrapposta al villaggio e la campagna coltivata che lo circonda (definito collettivamente sato 里), la montagna è il regno di ciò che non è umano, del selvatico e del caos. La montagna è il regno degli spiriti dei morti, dei mostri e degli dei. E’ una dimensione spaziale di silenzio e solitudine, e solenne, che ispira timore. La montagna in qualità di simbolo di immutabilità dello spazio e di eternità nel tempo, è vissuta come una dimensione che può svelare un’esperienza di assoluto. La non-umanità della montagna è resa positiva dall’esperienza del divino: è il punto di congiunzione fra cielo e terra, fra divino e umano, il luogo dove si può passare da uno spazio cosmico all’altro. Alla base di famose montagne sacre, come il Monte Akagi, Nantai e Miwa, sono stati trovati reperti archeologici di carattere religioso. Si tratta di oggetti rituali quali specchi e gioielli magatama 勾玉, usati dalle sciamane come strumenti per indurre la possessione del dio. (Nota: si tratta di oggetti usati nello sciamanesimo legato allo shintoismo e consistente nel rito del kamigakari 神繋り, la possessione divina.
Salire la montagna è, dal punto di vista religioso, un’ascesi, un percorso nello spazio cui corrisponde una trasformazione interiore dell’individuo. Voler raggiungere ciò che è nascosto nei recessi della sommità esige una scelta che pochi compiono. Andare oltre il limite posto dal primo tempio (alla base della montagna) significa abbandonare la zona del coltivato, dell’uomo e dei rapporti sociali consueti. Nel recinto di molti templi alle falde della montagna si può scoprire, proprio nel punto in cui la collina diventa ripido pendio e la boscaglia si infittisce, un tracciato di sassi bianchi: è una simbolica ricostruzione del Sanzukawa 三途川, il fiume buddhista che divide il mondo dei vivi e l’altro mondo (in Giappone si ritiene si trovi nei pressi del Monte Osore). Spesso questa linea simbolica è attraversata da un ponte ad arco di legno rosso, il ponte che porta al paradiso. Nell’ascesi avviene una progressiva disumanizzazione, una dissoluzione lenta del sé attraverso le pratiche iniziatiche. Isolarsi dal mondo, rompere con la società del proprio tempo, pensare, come hanno fatto questi eremiti, che solo lontano dagli uomini si trovi la risposta ai problemi del dolore e del destino, è un’attitudine conosciuta in tante tradizioni religiose.
La parola anachorèsis significa una partenza, un abbandono: come si dice anche del morire. Vestito di bianco, che è il colore della purezza e della morte (nella simbologia buddhista), lo yamabushi si incammina in solitudine verso la montagna.
“Itinerari nel sacro – L’esperienza religiosa giapponese” del Professor Massimo Raveri, Edizione Cafoscarina.
Nessun luogo è senza un genio… che sia maschio o che sia femmina… (Servio, grammatico latino vissuto tra il IV e il V sec. d.c nel commento dell’Eneide di Virgilio )
dipinto di Ercolano, genius loci in forma di serpente mentre si avvolge intorno ad un altare rotondo per divorare l’offerta postavi sopra
“Genius loci” si potrebbe intendere come “lo spirito, il nume tutelare”
di un determinato luogo.
Tale credenza è riconducibile ad un approccio animistico per cui tutto è permeato da un’energia e da un’intelligenza, compresi i luoghi, o gli animali ma anche e lo stesso uomo ( in oriente un esempio esplicito si ritrova nel termine kami 神spiriti ancestrali e divinità dello Shito 神道 )
La parola Genius deriva dal latino gignere che significa “generare, creare”, era utilizzata per identificare il nume che costituiva una forza creatrice.
Al Genius venivano offerti fiori, piante odorose, incensi, profumi, vino ed altro.
Nell’antica Roma si riteneva che vi fosse una divinità minore protettrice di un luogo, di chi vi abitava o transitava. Ogni luogo aveva un suo genius che poteva essere ostile o benevolo a seconda dell’atteggiamento dell’individuo verso il luogo.
Dissacrare un luogo, o appropriate delle sue risorse in modo indiscriminato poteva inimicare Genius Loci, mentre pregarlo, rispettarlo e fargli offerte poteva renderlo propizio.
Ovunque si percepiva la presenza di un’entità superiore che custodiva e proteggeva. Accanto al genus loci vie erano i Genii dei singoli, i genii delle singole famiglie, Genius familiaris, da cui, in modo più esteso, la Gens, o delle comunità, come il Genius Populi Romani Il “genius loci” affonda le sue radici nell’idea classica della sacralità dei luoghi, che si ritrova sia nella cultura latina che in quella greca. In particolare, nell’antica Grecia si parlava del δαίμων daimon, uno spirito, presente in ogni essere umano con lo scopo di aiutarlo a compiere il suo destino.
Tale concetto era esteso anche a tutti gli esseri dotati d’anima ed anche ai luoghi.
Per i Latini, dovevano essere rispettati, amati e valorizzati come delle vere e proprie divinità, diventando personificazioni degli elementi naturali. Il “Genius loci” era presente sia in luoghi naturali che in località edificate purchè ad essi venisse riconosciuta una particolare “forza” e capacità di influenzare le persone che vi abitavano.
Fallingwater
“quando si costruisce una casa quella casa non deve mai essere sulla collina, ma deve essere, invece, della collina, appartenerle”
Frank Lloyd Wright
无为 (semplificato) 無爲 agire senza agire agire senza sforzo (tensione)
Un concetto, se così si può definire, proveniente dalla filosofia dei seguaci del Tao 道 di difficile comprensione, apparentemente richiama la passività ma è un invito ad una costante attenzione a tutto ciò che ci circonda per evitare interferenze con il suo inesauribile intrecciarsi di rapporti. Un’attenzione che esige la massima lucidità mentale, senza regole fisse e categorie immodificabili, che ostacolano il fluire spontaneo degli eventi. Richiama il concetto, che detiene un risvolto nella pratica di alcune discipline 柔 Ju, in giapponese, gentilezza, adattabilità, cedevolezza, morbidezza elemento rilevante nelle discipline quali il judo 柔道 la via della cedevolezza e nel jūjitsu柔術 la tecnica della cedevolezza, anche il termine ruan è caratterizzato da un simile intento, principi fondamentali nel 太極拳tàijíquán nel Qigong kiko氣功 e nell’ aikido合気道 Vi è poi una riflessione più squisitamente filosofica: Lo scopo del wu wei 無爲il mantenimento di un perfetto equilibrio, o allineamento con il Tao, e quindi con la natura, un agire che viene definito dal principio superiore, l’essere in sé, che pur permanendo intatto nella propria immutabilità, si manifesta nel soggetto agente, costruendone la legge interiore e guidandone l’azione dal inizio alla fine. Un concetto d’azione nobile che ha l’intento di superare l’ego e la sua necessità di profitto, difficile e assai raro…. ma poetico.