प्राणो वा अङ्गिरसः प्राणेन हि सर्वं प्राणति Prāṇo vā aṅgirasaḥ prāṇena hi sarvaṃ prāṇati tratta dalla *Chandogya Upanishad* (5.1.1): “Il respiro (prāṇa) è in verità il più eccellente; poiché attraverso il respiro ogni cosa vive.”
Lo so, lo so. तस्मिन्नुत्कामत्यथेतरे सर्व एवोत्कामन्ते तस्मिँश्च प्रतिष्ठमाने सर्व एव प्रातिष्ठन्ते । तद्यथा मक्षिका मधुकरराजानमुत्कामन्तं Per saperne di più Bene E tu? श्रोत्रं च ते प्रीताः प्राणं स्तुन्वन्ति ॥ ४ ॥
“Perciò offeso si alzò, stava uscendo dal corpo. Ma quando il Respiro esce, allora tutti gli altri vanno con lui, e quando il Respiro rimane tutti gli altri rimangono; quindi come le api con l’ape regina: quando lui esce tutti escono con lui, e quando lui rimane tutti rimangono, così fu con la Parola e la Mente e la Vista e l’Udito; allora furono compiaciuti e inneggiarono al Respiro per adorarlo. La Prusna Upanishad dell’Athurvaveda
Forza vitale, m. (da praṇi, vivere a lungo. Pra + ana + a. Agire per mezzo della vita). Brahma. Questo è il resto del Trikanda. Hrinmaruta. (Come affermato nei Veda, “La forza vitale è situata nel cuore e nel retto, e il respiro è ugualmente situato nell’ombelico.“) La creatura poetica. Il vento. Forza. (Come menzionato nella dinastia di Hari, 86, 36, “Gli eroi erano pieni della vita delle loro braccia alla presenza dell’assemblea.”) Pūrite, tre. Questo è il Medini. La coscienza del corpo sottile è il tutto. L’aria che fluisce dalla punta del naso si muove in avanti. Questa è l’essenza del Vedanta. Il suo uscire dall’azione. Questo è Sridharswami. La forma e i luoghi della Suprema Personalità di Dio sono i seguenti: Questo è l’oceano dello yoga. (Come menzionato nel Mahabharata 12:328:35 “Il vento trasporta i movimenti di tutti gli esseri viventi separatamente dalla forza vitale di tutti gli esseri viventi”) Le cinque forze vitali sono anche descritte nella forma plurale della parola ‘prāṇa’ Il figlio del metallo. Come menzionato nella letteratura vedica, “Ayati e Niyati erano le figlie della grande anima Monte Meru e la moglie di Dhātrividhatra. Ebbero due figli di nome Prāṇa e Mṛkaṇḍu, mio padre di grande fama.” Questo è il capitolo sulla creazione di Rudra nel Mārkaṇḍeya Śrīmad-Bhāgavatam. (Come menzionato nel Matsya Purāṇa 5:23-24 “Draviṇa e Havyavāha erano i due figli di Nara, la figlia della Persona Suprema di Dio di nome Kalyanini, di nome Prāṇa, Ramana e Śiśira”)
परमेवाक्षरं प्रतिपद्यते स यो ह वै तदच्छायमशरीरमलोहितं शुभ्रमक्षरं वेदयते यस्तु सोम्य स सर्वज्ञः सर्वो भवति तदेष श्लोकः ॥ १० ॥
10) “Colui che conosce lo Spirito senza ombra, senza colore, senza corpo, luminoso e imperituro, raggiunge l’Imperituro, perfino l’Altissimo. O bel figlio, egli conosce il Tutto e diventa il Tutto. Di ciò è la Scrittura. La Prusna Upanishad dell’Athurvaveda
“Parola di Lachesi, figlia della Necessità. (Anake )Anime effimere, inizia un nuovo ciclo del genere mortale, soggetto alla morte. Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone. Il primo che ha sorteggiato scelga per primo la vita a cui sarà legato per necessità. La virtù, invece, non ha padrone: ciascuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi sceglie; il dio non ha colpa.”
Cloto: È la moira che fila il filo della vita. Il suo nome deriva dal greco “klotho”, che significa “io filo”. Lachesi: È la moira che misura la lunghezza del filo della vita, decidendo quanto a lungo vivrà ogni individuo. Il suo nome deriva dal greco “lachesis”, che significa “sorte” o “destino”. Atropo: È la moira che taglia il filo della vita, determinando la fine dell’esistenza di una persona. Il suo nome deriva dal greco “atropos”, che significa “inflessibile” o “inevitabile
Al termine della vita, ed una volta giunti al momento in cui bisogna scegliere in quale corpo reincarnarsi, le anime dopo un lungo viaggio, al termine del quale viene concesso loro di vedere l’Origine dell’universo, un immensa colonna di Luce, che discende dall’alto, attraversa tutto il celo e la terra, al cui interno si scorgono le catene del cielo, che mantengono in equilibrio l’universo , le anime pervengono al fuso della Necessità, Ἀνάγκης, origine di tutti i legami che reggono i moti del cielo, l’eternità della struttura dell’Universo, accanto a cui sono poste, tra le altre figure, le sirene, le Moire, figlie di Necessità, Lachesi, simbolo del passato, Cloto, simbolo del presente, e Atropo, simbolo del futuro. Le anime ricevono un numero sorteggiato che determina l’ordine in cui sceglieranno la loro nuova vita. Davanti a loro vengono presentati diversi “modelli di vita” (βίοι), che includono vite di ogni tipo: ricche, povere, nobili, umili, virtuose o malvagie. Tuttavia, la virtù non è imposta: ogni anima è libera di scegliere, e la sua scelta riflette la sua saggezza o ignoranza.
Una volta terminata la fase iniziale, alle anime vengono mostrati i «paradigmi delle vite» successive che ognuno ha la possibilità di scegliere (Platone, Repubblica X, 618 A). Se, quindi, in una prima fase vi è un criterio di casualità delle sorti da parte della vergine, la scelta successiva del destino spetta soltanto all’anima del singolo e, come dice la stessa Lachesi, «la responsabilità, pertanto è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa», poiché «non ha padroni la virtù; quanto più di ciascuno di voi l’onora tanto più ne avrà; quanto meno l’onora, tanto meno ne avrà» (ivi, 617 E).
Della Necessità (Ananke), della Moira vestita di bianco, con corone sul capo, Lachesi, Cloto e Atropo, si canta in armonia con il canto delle Sirene: Lachesi intona il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Cloto, con la mano destra, tocca e fa girare il movimento esterno del fuso, con pause intermittenti; Atropo, con la mano sinistra, fa lo stesso con i movimenti interni; Lachesi, invece, tocca alternativamente entrambi con ciascuna mano. Essi [le anime], una volta arrivati, devono recarsi subito da Lachesi. Un profeta, dunque, dapprima li dispone in ordine, poi, prendendo dai grembi di Lachesi i sorteggi e i modelli di vita, sale su una piattaforma elevata e parla.»
Dopo aver scelto, le anime vengono condotte nella valle di Lete , dove è presente il fiume Lete (oblio) e s Λήθη pronuncia “Lḗthē”. Il nome deriva dal verbo greco “lanthano” (λανθάνω), che significa “essere nascosto” o “dimenticare e bevono, dal fiume Amelete (non curanza ) per dimenticare la loro esperienza nell’aldilà, e vengono poi mandate nel mondo terreno per vivere la vita scelta.
Le acque del fiume Lete, a cui accorrono una moltitudine di anime assetate (dipinto di John Roddam Spencer Stanhope)
L’effetto dell’oblio (Lethe),Λήθη , che deve essere superato nella ricerca della verità ἀλήθεια (aletheia),può essere interpretata come “non-oblio” o “rivelazione”, Disvelamento ,indicando qualcosa di non nascosto o manifesto Così come l’effetto di Ἀμηλητή Amalete/trascuratezza(noncuranza), che deve essere superato nel recupero della sollecitudine la parola μελέτη (melétē) significa “esercizio”, “studio”, “pratica” o “meditazione”. Deriva dal verbo μελετάω (meletáō), che significa “praticare”, “esercitarsi” o “prepararsi”. È un termine usato in vari contesti, come l’educazione, la filosofia e la retorica, per indicare un’attività di riflessione o ripetizione finalizzata al miglioramento o alla comprensione
Il concetto greco di felicità, o eudaimonia, ha subito una significativa evoluzione, passando da una dipendenza dalla sorte esterna a una profonda responsabilità individuale, per opera dei filosofi.
Inizialmente, l’eudaimonia significava letteralmente “aver ottenuto un buon demone protettore”. Secondo questa concezione antica, una persona era felice se la sorte aveva voluto che fosse scelta da un demone benevolo, mentre era infelice se scelta da un demone maligno. Questa visione prevalse per secoli nella cultura greca.
La trasformazione di questo concetto iniziò con i filosofi, che ne “corroseno” l’idea originaria:
Eraclito fu il primo a proporre un’alternativa, affermando: “Il demone dell’uomo è il suo carattere”. Questo spostò l’attenzione dalla sorte esterna a una qualità intrinseca dell’individuo.
Democrito, pur essendo considerato un presocratico ma influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea, sostenendo che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali come gli armenti o l’oro. Per Democrito, l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, il che significa che l’uomo decide la propria sorte e nessun altro.
Socrate spiegò in modo molto chiaro che l’uomo si costruisce temperando la sua anima con il logos (ragione o parola), quindi la felicità consiste nell’educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito umano, e dunque nella filosofia intesa in senso antico. Questo concetto dell’anima, la psiché, è profondamente greco e non di origine cristiana, essendo presente migliaia di volte in Platone.
Platone ha imposto definitivamente questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna (psicologia, psicoterapia, psicoanalisi ruotano attorno a questo concetto greco). Nel Gorgia, Socrate afferma che la felicità non è legata alla ricchezza o al potere, come quello del Gran Re di Persia, ma alla formazione interiore e alla giustizia. Per Platone, “chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e l’ingiusto e il malvagio è infelice”. Inoltre, il benessere fisico, pur appagando una fame iniziale, genera una “fame dello spirito”, che è più difficile da saziare e costituisce un asse importante della Repubblica.
Anche Aristotele contribuì a questa evoluzione, distinguendo tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età di filosofare all’età di essere felici. Lo scopo fondamentale dell’antica filosofia greca era infatti trovare la verità e la felicità.
Il culmine di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è espresso nel mito di Er nella Repubblica di Platone. Questo mito narra della reincarnazione delle anime dopo un ciclo di premi o punizioni. Elementi chiave del mito che mostrano la responsabilità individuale includono:
Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un millennio, le anime si ritrovano su una pianura dove devono decidere il proprio destino. I paradigmi delle vite non vengono imposti, ma proposti, e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse.
La rivoluzione del “demone”: La frase più rivoluzionaria per un greco è: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”. Questo rovescia completamente la concezione tradizionale della sorte, affermando che è l’individuo a scegliere il proprio demone (cioè la propria vocazione o destino).
La libertà nel gestire la vita: Sebbene l’ordine di scelta delle vite sia dato dal sorteggio, l’uomo non è libero di scegliere la vita che gli viene data (quella gli è imposta alla nascita, ad esempio, il luogo e i genitori), ma è libero di scegliere come vivere moralmente quella vita.
La virtù senza padroni: La famosa frase “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà, quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa” afferma chiaramente che la responsabilità della propria condotta e della propria felicità è interamente dell’individuo, non di una divinità o di una forza esterna.
Il ruolo della sofferenza e della scelta consapevole: Anche l’ultimo a scegliere, se lo fa con giudizio e filosofia, può avere una vita soddisfacente. L’esperienza del dolore e della sofferenza, ricordata dalle anime nell’aldilà, insegna loro quali scelte sbagliate evitare. L’esempio di Ulisse, che per ultimo sceglie una vita “di un uomo qualunque” rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze passate, sottolinea la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
Ogni individuo ha la possibilità di essere felice: Chiunque nasca, qualunque sorte gli tocchi, ha la possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice; è l’individuo che “butta via” questa possibilità volendo di più o non accontentandosi.
In sintesi, il concetto greco di felicità si è evoluto da un’idea di dipendenza dalla sorte esterna a una visione in cui la felicità è intrinsecamente legata alla formazione dell’anima, alla scelta morale, alla virtù e alla responsabilità individuale, un messaggio che, come notato nel testo, risuona ancora oggi nella psicologia. Secondo i filosofi greci, la scelta e la gestione della propria vita hanno un’influenza cruciale sulla felicità, in un’evoluzione che ha spostato il concetto di eudaimonia (felicità) dalla dipendenza dalla sorte esterna alla responsabilità individuale.
Inizialmente, l’eudaimonia significava “aver ottenuto un buon demone protettore”, implicando che la felicità fosse determinata dalla sorte che assegnava un demone benevolo o maligno. Questa concezione è stata gradualmente modificata dai filosofi:
Eraclito fu il primo a sostenere che “Il demone dell’uomo è il suo carattere”, spostando l’origine della felicità dall’esterno all’interno dell’individuo.
Democrito, influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea affermando che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali, ma che “l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, cioè la sorte dell’uomo la decidi tu e nessun altro”.
Socrate chiarì che la felicità consiste nell’“educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito dell’uomo e quindi nella filosofia”, intesa come temperanza dell’anima attraverso il logos (ragione o parola). Per Socrate, la felicità deriva dalla formazione interiore e dalla giustizia, non dalla ricchezza o dal potere, affermando che “chi è onesto e buono uomo o donna che sia è felice e l’ingiusto è il malvagio è infelice”. Egli osservò come il benessere fisico possa generare una “fame dello spirito” più difficile da saziare.
Platone ha imposto in modo definitivo questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna. Nel Gorgia, Platone ribadisce che la felicità non è legata alla ricchezza, ma alla virtù e alla giustizia.
Aristotele distinse tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici, indicando come scopo fondamentale dell’antica filosofia greca la ricerca della verità e della felicità.
Il punto culminante di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è il Mito di Er narrato da Platone nella Repubblica, che illustra in che modo la scelta e la gestione della vita influenzano la felicità. Nel mito:
Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un periodo di premi o punizioni, le anime si ritrovano a scegliere i paradigmi delle vite successive. Questi paradigmi “non vengono imposti all’uomo ma proposti alle anime e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse”. Questa è una rottura radicale con la tradizione, poiché Platone afferma: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”.
La libertà nel gestire la vita data: Sebbene l’ordine di scelta e le circostanze della nascita (il luogo, i genitori) siano imposti, l’uomo “non è libero di scegliere la vita […] ma è libero di scegliere come vivere moralmente” quella vita. La gestione e il modo di vivere la vita non sono predeterminati, ma sono una scelta individuale.
La virtù non ha padroni: Il mito afferma in modo potente: “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa”. Questo rovescia la tendenza a incolpare le divinità per le proprie azioni.
Il valore della scelta consapevole e dell’esperienza della sofferenza: Anche chi sceglie per ultimo può avere una vita soddisfacente e non malvagia, purché scelga “con giudizio con filosofia e viva coerentemente a questa scelta”. L’esperienza del dolore e della sofferenza nell’aldilà serve a ricordare quali scelte sbagliate evitare.
L’esempio di Ulisse: Egli, pur essendo l’ultimo a scegliere, opta per “la vita di un uomo qualunque”, rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze della sua vita precedente. Questa scelta dimostra la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
La possibilità universale di felicità: La conclusione platonica è che “chiunque nasca in questa vita qualunque sorte gli tocca ha le possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice ma è lui che poi butta via questo vuole di più non si accontenta di questo o di quest’altro”. La responsabilità della propria felicità è interamente individuale, basata sulla capacità di vivere virtuosamente la vita assegnata.
Questo profondo spostamento concettuale ha avuto un impatto duraturo, tanto che, come notato, alcuni psicologi moderni come James Hillman riprendono il Mito di Er, sostenendo che “il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino […] è un mito che non è mai accaduto ma può sempre accadere perché è eterno”. Hillman afferma che ciascuno di noi “incarna l’idea di sé stesso” e sceglie ciò che vuole essere. Tuttavia, nel riprendere il mito, Hillman non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo”, che per Platone è cruciale e legata alla comprensione dell’“idea del bene” e all’armonia degli opposti per raggiungere la felicità. Secondo i filosofi greci, la sofferenza e la verità giocano ruoli fondamentali nella ricerca della felicità umana, influenzando profondamente le scelte individuali e la formazione dell’anima.
Ruolo della Sofferenza nella Ricerca della Felicità:
La sofferenza è presentata come un’esperienza formativa che può guidare le scelte dell’individuo verso una vita più felice e virtuosa, soprattutto attraverso la sua memorizzazione e comprensione.
Anamnesi e Lezioni dalla Sofferenza: Nel mito di Er di Platone, le anime, prima di reincarnarsi, compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze passate, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza”. Soprattutto, le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate, e quindi quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge.
La Sofferenza come Elemento Plasmatore: Il filosofo Hans Georg Gadamer, citato nel testo, sottolinea che la sofferenza “plasma ed è un punto della esperienza che li fa crescere”. Questo rafforza l’idea che, sebbene difficile, la sofferenza sia essenziale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole.
La Scelta di Ulisse: L’esempio più lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita, memore delle immense sofferenze patite nella vita precedente (che lo avevano reso “il più sfortunato di tutti i mortali”), Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria”. Cercò e scelse “la vita di un uomo qualunque”, una vita semplice e senza preoccupazioni, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, motivata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore.
Ruolo della Verità nella Ricerca della Felicità:
La verità, indagata attraverso la filosofia, è vista come la via maestra per la felicità, in quanto permette all’individuo di comprendere l’essenza delle cose e di vivere in accordo con la ragione e la virtù.
Scopo della Filosofia Greca: Per gli antichi Greci, lo scopo fondamentale della filosofia era “trovare la verità e la felicità”. Epicuro afferma che per “acquistare la salute dell’anima” nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per filosofare, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici.
Contemplazione del Vero: Aristotele, ad esempio, ritiene che la felicità non consista nei piaceri fisici, ma in quelli spirituali, e in particolare nella “contemplazione del vero”. Dio stesso, che possiede la massima felicità, è descritto come “autocontemplazione”.
La Verità è Sempre Presente: Platone, come interpretato, suggerisce che la verità “è dunque sempre di fronte a noi e noi ne siamo quindi circondati e fasciati”. La difficoltà nel percepirla non risiede nella verità stessa, ma nell’intelletto umano, che è come gli occhi dei pipistrelli che faticano a vedere la luce del giorno. L’intelletto deve abituarsi a vederla, implicando uno sforzo di purificazione e orientamento.
La Virtù e l’Idea del Bene: La capacità di scegliere con giudizio e vivere filosoficamente, che porta a una vita soddisfacente, è strettamente legata alla verità. Platone sostiene che per scegliere la virtù, che “non ha padroni”, è cruciale “l’idea del bene”. Comprendere cos’è il bene, inteso come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”, permette all’uomo di imporre ordine al disordine delle situazioni e raggiungere la felicità sia in questa vita che nell’aldilà.
La Filosofia come Ricerca Costante: La grandezza della filosofia non sta nel trovare una “verità ultimativa definitiva” – perché l’uomo è un “homo viator” (un viaggiatore) – ma nella sua costante “ricerca della verità”. Questo continuo sforzo di comprensione è la ricchezza e la “sorte” dell’uomo.
In conclusione, sia la sofferenza che la ricerca della verità sono strumenti essenziali che, secondo i filosofi greci, permettono all’individuo di esercitare la propria responsabilità morale, formare la propria anima e compiere scelte consapevoli che conducono alla eudaimonia. La sofferenza, se compresa, previene gli errori e guida verso scelte più prudenti, mentre la verità, accessibile tramite la ragione e la filosofia, illumina il percorso verso il bene e la virtù, pilastri della felicità.
Nella filosofia greca, in particolare quella di Platone, i concetti di equilibrio e armonia sono strettamente legati all’idea del bene e sono fondamentali per raggiungere la felicità.
L’Idea del Bene come Armonia e Giusta Misura: Il bene è definito come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura“. Questo significa che raggiungere il bene implica trovare un punto di equilibrio tra elementi contrastanti, ponendo ordine dove c’è disordine.
Felicità attraverso l’Equilibrio Interiore: Comprendere e applicare l’idea del bene, che implica ricerca di armonia e giusta misura, è quindi la chiave per la felicità. Non si tratta solo di una felicità effimera, ma di una condizione profonda che deriva dalla capacità di ordinare la propria esistenza secondo principi razionali e armoniosi.
Imporre Ordine al Disordine: La capacità di imporre “misura” a tutte le situazioni – che per loro natura sono spesso disordinate – e di stabilire “ordine al disordine” è un aspetto cruciale dell’idea del bene. Questa capacità è ciò che permette all’individuo di vivere bene e di essere felice, sia nella vita terrena che nell’aldilà.
James Hillman, nel suo libro “Il codice dell’anima”, riprende fedelmente il mito di Platone, in particolare quello narrato nel mito di Er.
Il concetto centrale che Hillman adotta da Platone è che:
L’anima sceglie il proprio destino prima della nascita: Hillman afferma che il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino è una verità. Egli ripropone l’idea che l’anima sia “scortata fin dal sua nascita da un demone”, e che questo mito, sebbene non sia “mai accaduto” in senso letterale, “può sempre accadere perché è eterno” e “c’è da prima dell’inizio della tua stessa vita”.
Ciascuno incarna l’idea di sé stesso: Hillman riprende il concetto platonico secondo cui “ciascuno di noi incarna l’idea di sé stesso e questa forma, questa idea, questa immagine non tollera deviazioni”. Questo suggerisce che c’è una sorta di predestinazione o vocazione intrinseca che l’individuo porta con sé.
L’importanza della bellezza per la psiche: Hillman recupera anche concetti “oggi dimenticati” di Platone, come l’importanza della bellezza. Afferma che “la bellezza in sé stessa è una cura per il malessere della psiche” e che “la psicologia deve trovare la strada verso la bellezza per non morire”.
Tuttavia, il testo sottolinea anche cosa manca nell’interpretazione di Hillman rispetto a Platone: egli non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo” e non entra nel merito dell’“idea del bene” intesa come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”.
La sofferenza riveste un ruolo cruciale nella ricerca della felicità umana secondo la filosofia greca, fungendo da esperienza formativa e da guida per le scelte future.
Ecco come la sofferenza influenza la vita e la felicità:
Anamnesi e Lezione dalle Esperienze Passate: Nel mito di Er di Platone, prima di reincarnarsi, le anime compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze vissute, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza“. Le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate e quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge e consapevoli.
La Sofferenza come Elemento Plasmatore e di Crescita: Hans Georg Gadamer, uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, ha sottolineato che la sofferenza “plasma ed è un punto dell’esperienza che li fa crescere“. Questo concetto ribadisce che, sebbene difficile, la sofferenza è fondamentale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole. È un elemento che permette agli individui di maturare e di acquisire una comprensione più profonda della vita.
L’Esempio di Ulisse: La Scelta Mossa dal Ricordo del Dolore: Un esempio lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita tra i paradigmi disponibili, egli è descritto come “il più sfortunato di tutti i mortali” per le immense sofferenze patite nella vita precedente. A causa di queste esperienze dolorose, Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria” e cercò “la vita di un uomo qualunque“. Scelse una vita semplice, “senza preoccupazioni“, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, profondamente influenzata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore. Ulisse, pur avendo meno opzioni, riesce a fare una scelta giudiziosa che lo conduce a una vita soddisfacente.
Impatto sulla Responsabilità Individuale: Il mito di Er, attraverso il ruolo della sofferenza e la libertà di scelta, sottolinea che la “responsabilità pertanto è di chi sceglie. Il Dio non ha colpa“. Questo rovescia la concezione tradizionale greca che attribuiva la felicità o l’infelicità alla sorte o al demone protettore. La sofferenza esperita in una vita diventa un fattore cruciale per guidare una scelta più avveduta nella successiva, ponendo l’individuo al centro del proprio destino morale.
In sintesi, la sofferenza non è vista come una mera punizione, ma come un’esperienza che, se ben compresa e ricordata (anamnesi), può orientare le scelte future dell’individuo verso percorsi di vita più saggi e, in ultima analisi, più felici, come dimostra la scelta “meravigliosa” di Ulisse. È un elemento cruciale che “plasma” la persona e la fa “crescere”.
Va notato che James Hillman, pur riprendendo il mito di Platone e l’idea che l’anima scelga il proprio destino, non approfondisce la dimensione della sofferenza come elemento formativo nel modo in cui lo fa Platone o Gadamer. Il suo focus sembra più orientato all’idea dell’anima che incarna se stessa e all’importanza della bellezza.
Πάθει μάθος – “Col patire, capire”
In Eschilo ogni uomo soffre in sé e in silenzio e allo stesso modo comprende, vivendo questo avvenimento come una sorta di elevazione personale, scissa dalla società in cui vive. L’unica cosa che l’uomo può fare è sopportare, poiché gli dei gli hanno fatto questo dono, che è l’unico φάρμακον, (in greco il termine è una vox media, che può intendere sia la cura, sia il veleno) per i dolori umani e “irrimediabili”. Sopportando si riesce a imparare, imparare a vivere prima di tutto, a conoscere il ritmo, la misura esatta.
” γίνωσκε δ’οἷος ῥυσμòς ἀνθρώπους ἔχει” Archiloco esorta a conoscere il ritmo che governa gli uomini
Ne quid nimis ”Nulla di troppo” μηδὲν ἄγαν «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità, ciò che l’uomo deve fare è semplicemente attendere una sorte più propizia, agendo μὴ λίην, senza sorpassare il confine , per evitare commettere ὕβρις superbia e tracotanza.
Un maestro di spada, ormai anziano, dichiaro: “Nella vita, ci sono diversi gradi di apprendimento. Al primo si studia, ma non si ricava niente e ci si sente inesperti. Al livello intermedio l’uomo è ancora inesperto, ma consapevole delle proprie mancanze e riesce anche a vedere quelle altrui. Al livello superiore diventa orgoglioso della propria abilità, si rallegra nel ricevere lodi e deplora la mancanza di perizia dei compagni. Costui ha valore e si comporta come se non sapesse nulla. “Questi sono i livelli in generale. Ma ce n’è uno che li trascende, ed è il più eccellente di tutti. Chi penetra profondamente in questa Via è consapevole che non finirà mai di percorrerla. Egli conosce veramente le proprie lacune e non crede mai, per tutta la vita, di aver raggiunto la perfezione. Senza orgoglio, ma con modestia, arriva a conoscere la Via”. Si dice che una volta il maestro Yagyu osservò:
“Io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso”.
柳生殿は『人に勝つ道は分かりません。自分に勝つ道は分かりました。』 Il samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. L’addestramento non finisce mai.
そのような絶対的な空から、奇跡的に行動が生まれる ”Da tale vuoto assoluto… sboccia meravigliosamente l’azione” Takuan Sōhō 沢庵 宗彭 Maestro zen “Lo zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigell
La profonda connessione con l’inconscio porta nuovamente ad un senso dell’anima, all’esperienza di un vuoto interiore, un luogo dove i significati sono a casa»
Rupan na prithak śunyata, śunyataya na prithag rupan, rupan śunyata śunyataiva rupan
”La forma non è diversa dal vuoto, il vuoto non è diverso dalla forma, la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma”.
Sutra del cuore della perfezione della saggezza o Sutra del cuore
प्रज्ञापारमिताहृदय
般若波羅蜜多心經
In questo aspetto della fisica moderna c’è dunque la più stretta corrispondenza con il Vuoto del misticismo orientale. Analogamente al Vuoto dei mistici orientali, di «vuoto fisico» – come è chiamato nella teoria dei campi – non è uno stato di semplice non-essere, ma contiene la potenzialità di tutte le forme del mondo delle particelle. Queste forme, a loro volta, non sono entità fisiche indipendenti, ma soltanto manifestazioni transitorie del Vuoto soggiacente ad esse. Come dice il sūtra, «la forma è vuoto, e il vuoto in realtà è forma».
Fritjof Capra Il tao della fisica– Adelphi Edizioni, p. 258
Amico mio, dedicati all’arte che hai imparato; e il resto della tua vita trascorrila come se avessi affidato tutto te stesso agli dèi con tutta l’anima, senza renderti né tiranno né schiavo di nessun uomo.”
Quando la squadra (meglio il Klan ) focalizza la strategia sui punti di forza ogni match è una racconto, ogni sfida è una storia, osservare, riflettere e gettarsi nell’Azione
116 大困難、大変事に逢っても狼狽えないというのは、まだまだです。大変な事態に逢っては、喜び、踊って、勇み進むべきものです。それが、一つ越えたところです。「水増されば、船高し」ということです。 116 C’è ancora molta strada da fare per non lasciarsi sgomentare anche di fronte alle grandi difficoltà e ai grandi eventi. Di fronte a una situazione difficile, dovremmo rallegrarci, ballare e andare avanti con coraggio. Questo è un passo oltre. “Più alta è l’acqua, più alta è la barca.” Hagakure 葉隠聞書
Termini, definizioni, mappe che descrivono stati improvvisi, indescrivibili, passeggeri , permanenti …..
”il soggetto non agisce ma viene agito ” Beppe Perteghella
Dedicato al Maestro Beppe Perteghella
THE ZONE , uno stato di flusso esperienza ottimale, uno stato di trance agonistica, in cui la persona è completamente immersa in un’attività, in totale coinvolgimento, focalizzata sull’obiettivo, con una forte motivazione intrinseca, con positività e gratificazione nello svolgimento del compito. un modo più moderno di esprimere i temi dello zened altre splendide antiche discipline e di nuove rielaborazioni…
Concentrazione ASSOLUTA rivolta unicamente all’attività che viene svolta, con grande coinvolgimento e appagamento in stato di
assorbimento totale nel QUI ED ORA HIC ET NUNC
Unione di Azione e Consapevolezza , sensazione di unità con il Tutto, La Dualità scompare ed emerge la sensazione di essere al contempo un osservatore esterno e un partecipante attivo. Non si è più in grado di distinguere il sè da ciò che il sè sta facendo.
Dissoluzione del senso del sè , il critico interiore è in silenzio, esperienza di libertà senza dubbi.
Alterazione del della percezione del tempo ”dilatazione del tempo” il tempo rallenta si ferma o accellera…
Paradosso del controllo , forte senso di controllo della situazione
Esperienza autotelica intensamente e intrinsecamente soddisafcente, racchiude in sè il τέλος il senso, il significato della propria realizzazione, talmente piacevole da stimolare la ripetizione anche se a rischio personale .
Particolarissimo esempio di rigore scientifico, di passionale e coraggiosa ricerca e di umoristico senso della vita, il professor Emilio Del Giudice ci descrive la sua personalissima interpretazione del concetto di coerenza e la comprensione poetica della Natura.
l’intervista e l’articolo sono opera intellettuale di Valentina Ivana Chiarappa che si ringrazia per la gentile concessione.
Un’occhiata al lunghissimo e nutrito curriculum del noto professore e fisico italiano che ha dato lustro al nostro Paese nei più vasti confini internazionali, e ci si rende conto immediatamente dell’eccezionale levatura del personaggio che ci si trova di fronte. Noto per le sue ricerche sulla fusione fredda realizzate insieme al compianto collega e amico Giuliano Preparata e per gli studi relativi alla memoria dell’acqua, Del Giudice è autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche e spesso illustre ospite di rilevanti trasmissioni televisive nazionali. A dispetto di questo articolato e complesso costrutto formativo scientifico-culturale che fa mostra di sé nell’accattivante, fluida e stimolante conversazione instaurata con il professore, che dalla fisica più sottile spazia a tematiche filosofiche, spirituali nonché sociali e politiche, Del Giudice riesce a donarci una smagliante simpatia che ci mette subito a nostro agio consentendoci di rivolgergli una serie di domande ed opinioni personali che abbiamo pregustato da tempo di poter porre al nostro eccezionale interlocutore.
Come chi ci legge potrà osservare, Del Giudice propone una nuova visione del meccanismo di funzionamento della materia e dell’acqua, nella quale tutti gli elementi in gioco assumono un comune “agire”, un comportamento collettivo che contribuisce a determinare una struttura, il campo elettromagnetico, la cui armonia ricorda quella di una danza in cui il singolo elemento perde la sua individualità per entrare in un Tutto comprensibile solo alla luce della visione olistica.
Ma poniamo attenzione a cosa ha da dirci questo straordinario personaggio che Lux Terrae ha avuto l’onore di incontrare.
Buongiorno professore, qual è stato il Suo percorso di formazione culturale e professionale che L’ha portata ad interessarsi all’”acqua” ed alle sue caratteristiche?
Parte da molto lontano, quand’ero ragazzo frequentavo il liceo ed ero estremamente appassionato di filosofia cioè di come nascono le idee, di come è possibile che il nostro pensiero possa comprendere la Natura. Uno dei filosofi che mi ha più interessato, un mio concittadino Giovanni Battista Vico, diceva che il percorso della conoscenza è il seguente: gli esseri umani prima sentono, poi avvertono con animo turbato e commosso, indi riflettono con mente pura. Questo complesso procedimento che avviene in sequenza, spesso è ignorato perché nell’epoca moderna si vuole subito riflettere con mente pura trascurando ciò che avviene prima, ovvero l’avvertire con animo perturbato e commosso. Per chiarire ulteriormente questo punto passiamo da Vico a Kant il quale esaminò, nella critica della ragion pura, il percorso che fa l’intelletto quando vuole comprendere e ne concluse che con i suoi procedimenti intrinseci, l’intelletto poteva al più arrivare al fenomeno, a ciò che appare, non poteva penetrare in quello che sta sotto il fenomeno, nel suo motore che è il noumeno. Ma allora come fa l’intelletto a capire? La risposta è nella critica del giudizio, dove si dice che l’essere umano comprende quando riesce a risuonare con l’oggetto, quando il suo movimento interno diventa lo stesso movimento dell’oggetto. Come disse il filosofo tedesco Schelling, l’esperienza artistica è un’esperienza di risonanza fra un soggetto ed un oggetto, dunque, l’essere umano comprende quando risuona con l’oggetto, ciò che poi la filosofia classica tedesca sviluppò ulteriormente. Questo è stato il mio lascito del liceo; quando andai all’Università rimasi molto deluso studiando la fisica perché questa non rispondeva a tale criterio ed io ricordavo ancora Vico quando diceva che il vero poetico è più vero del vero fisico, cioè se la Natura non è compresa poeticamente non può essere capita e infatti per molti anni non l’ho capita. Nel frattempo ho fatto altre cose, nel ’68 sono stato agitatore politico, attivista sociale e questo mi ha aiutato molto perché essendoci coinvolta la passione mi ha dato un’idea del reale, non come una collezione di oggetti staccati, ma come un concerto, un qualcosa in cui il singolo oggetto accede solo per la sua capacità di entrare in relazione con altri, ovvero l’idea della realtà non come un insieme di oggetti ma un insieme di relazioni. Per quanto riguarda la scienza, all’inizio mi sono occupato di particelle elementari cioè dei costituenti fondamentali della Natura: protoni, neutroni, quark, ecc., però la cosa non mi soddisfaceva. A quell’epoca questa fisica, dato che è necessaria grande energia negli acceleratore per produrre tali oggetti, si chiamava anche fisica delle alte energie. In seguito mi sono interessato di biologia perché per un certo tempo ho fatto una psicoterapia reichiana e mi attirava il fatto che Reich riconduceva le proprietà psichiche a proprietà fisiche dell’organismo, e allora ho cominciato a studiare la fisica dell’essere vivente visto come un insieme e non nella singola sezione o nella singola molecola. Mi affascinava il concerto che veniva fuori, ma per avere un concerto bisogna avere gli strumenti musicali che nel nostro caso sono le molecole, ma quali molecole? I biologi si occupano in generale di molecole complesse come DNA, proteine, ormoni, vitamine, ecc., però tutte queste molecole nel loro insieme sono l’1% del totale delle molecole di un organismo vivente, il 99% sono molecole d’acqua. Ma allora perché non si studia l’acqua ? Non solo non si studia, ma si disprezza pure, infatti per dire che una cosa non serve a niente, per esempio un farmaco omeopatico, si dice che è acqua fresca. Qual è il ruolo di tutta quest’acqua nel nostro organismo? Perché è importante il DNA e non è rilevante l’acqua? Alcuni si irritano quando sentono parlare di memoria dell’acqua però la memoria del DNA non genera nessun senso di offesa, si dice che nel DNA sono conservate le proprietà dell’organismo, e perché il DNA è valido come ricordatore e l’acqua no? Una possibile risposta è che il paradigma, il modo di pensare della biologia moderna è legato al concetto che ogni fatto o atto biologico è riconducibile ad una sequenza di reazioni chimiche, ovvero che c’è un fondamento chimico nella materia vivente. Ma se nella sequenza di reazioni chimiche ad un certo punto qualcosa va storto, l’atto biologico non avviene e qual è il meccanismo fisico che fa sì che gli incontri tra molecole seguano solo quel codice preciso e non avvengano a caso? Le reazioni biochimiche nell’organismo vivente seguono un automatismo che nel gergo dei biochimici si chiama “meccanismo diffusivo” grazie al quale le molecole si incontrano perché c’è un codice di riconoscimento e di richiamo, chi fornisce questo codice? Circa un secolo fa è nata la fisica quantistica che ha soppiantato la fisica classica come strumento teorico per descrivere la Natura. Il fondamento dei due approcci è il seguente: nella fisica classica la realtà fisica è dipinta come un insieme di oggetti separati, separabili in principio, i quali si incontrano e hanno le loro reazioni solo quando un insieme di forze entra in gioco, perché vale il principio d’inerzia, quindi per definire questo tipo di fisica bisogna ammettere che i corpi siano separabili e che siano inerti cioè si muovano di moto rettilineo uniforme; per cambiare il loro stato di moto ci vuole una forza per la quale è necessaria una certa energia. Perciò se l’organismo vivente, che è un insieme di molecole che svolgono molte azioni nell’insieme, dovesse funzionare secondo i principi della fisica classica, dovrebbe pagare una bolletta energetica spaventosa e non è così. Ci viene in aiuto la fisica quantistica il cui fondamento è che il principio d’inerzia viene meno perché qualunque corpo nell’universo spontaneamente fluttua, dunque, è impossibile separare la materia dal movimento in quanto essa non è inerte ma si muove, si agita. A questo punto ci si può chiedere: le fluttuazioni di ogni corpo sono indipendenti dalle fluttuazioni di un altro corpo? Non è possibile che esista uno stato della materia per cui le fluttuazioni si mettano in fase e l’agitazione caotica si trasformi in un balletto, in un concerto? La teoria dei campi afferma di sì e su questa risposta è fondata la mia successiva attività non solitaria ma al seguito di personaggi estremamente importanti dal punto di vista intellettuale come Freilich, Giuliano Preparata ed altri.
Ci può spiegare cosa si intende per memoria dell’acqua?
La memoria riguarda non solo l’acqua ma tutta la materia ma l’acqua è particolare rispetto alle altre sostanze. Esiste un teorema nella teoria dei campi che è stato formulato da Giuliano Preparata e che risponde alla domanda precedente, cioè è possibile che le fluttuazioni di un insieme di atomi in principio caotiche e indipendenti l’una dall’altra ad un certo punto si sintonizzino in un insieme e diano luogo ad un concerto? La risposta è sì a due condizioni: purché la temperatura sia al di sotto di un certo valore critico (cioè gli urti tra molecole non siano troppo violenti perché in questo caso si distruggerebbe la sintonizzazione) e la densità delle molecole (il numero di molecole per unità di volume) ecceda una soglia, cioè l’ambiente sia affollato. Con queste due condizioni, ambiente affollato e urti non troppo violenti, si può dimostrare che lo stato di minima energia del sistema è lo stato che in Natura si stabilisce, ovvero l’assetto spontaneo che un insieme di oggetti assume. Se un insieme di atomi che si trovi in uno stato qualsiasi ad un certo punto oscillando scopre che c’è un assetto in cui risparmia energia, lo sceglie, vi transita e cede all’esterno l’energia in eccesso, quella che viene risparmiata. Adesso si scopre che quando gli atomi cominciano ad oscillare in fase tra di loro, cioè all’unisono come in un corpo di ballo, non sprecano più energia perché se si trovano in uno stato caotico fanno ogni genere di movimento compresi quelli inutili consumando molta energia; se invece si accontentano di fare solo i movimenti utili, l’energia viene risparmiata e viene ceduta all’esterno, questo però soltanto se la densità è molto elevata perché in questo modo una molecola agitandosi determina l’agitazione di quella vicina. Dialogando tra di loro le molecole scoprono, collettivamente non individualmente, che esiste questa nuova possibilità e la scelgono. Questo è esattamente ciò che descrive gli stati di aggregazione della Natura, cioè a temperatura molto elevata e a densità basse, e quindi fuori della validità di questo teorema, lo stato naturale della materia è quello gassoso (gas è la contrazione della parola caos vuol dire un insieme caotico di atomi che si agitano in tutti i modi possibili) abbassando la temperatura e alzando la densità si osserva che ogni specie transita dal gas al liquido, altro stato della materia molto più ordinato in cui i moti degli elettroni si rendono coerenti; coerenza vuol dire che ci si muove tutti insieme, all’unisono, in fase. Abbassando ancora la temperatura, diventano coerenti anche i moti dei nuclei e si ha il solido; questi sono i tre stati della materia gas, liquido e solido e ad ogni transizione viene rilasciata energia. Questa coerenza avviene all’interno di regioni, che noi chiamiamo domini di coerenza il cui diametro corrisponde alla lunghezza d’onda del modo del campo elettromagnetico responsabile dell’oscillazione. Quello che rende possibile la sintonizzazione è il fatto che un’oscillazione di una carica elettrica produce automaticamente un campo elettromagnetico il quale è un messaggero in quanto viaggia lontano dalla sua sorgente e rende coerenti, informa le altre molecole del fatto che c’è, quindi lo strumento attraverso cui queste molecole dialogano è il campo elettromagnetico la cui lunghezza d’onda definisce la regione in cui avviene il dialogo, perciò tutte le molecole contenute in quella regione oscillano in fase. Naturalmente si formano moltissimi domini di coerenza i quali in principio sono indipendenti tra di loro, però potrebbero a loro volta, iterando il processo, diventare coerenti. Questa possibilità che si generi una coerenza di secondo ordine esiste quasi solo per l’acqua; cosa ha di speciale l’acqua? Questo: che nel momento massimo dell’oscillazione si genera un insieme di elettroni quasi liberi i quali, essendo appunto quasi liberi, sono ulteriormente eccitabili; ogni minima eccitazione che arriva dall’esterno genera dei moti di questi elettroni che sono ancora moti collettivi perché questi elettroni sono legati a molecole coerenti quindi sono coerenti tra di loro, siccome debbono stare legati, il moto sarà un moto chiuso e quindi un vortice. Dunque, quello che c’è di particolare nell’acqua è che, grazie alla coerenza, gli elettroni del dominio di coerenza dell’acqua hanno la capacità di formare vortici i quali, essendo moti chiusi di elettroni cioè di cariche elettriche, producono un campo elettromagnetico che ha una frequenza definita. Inoltre, questi elettroni sono coerenti, quindi non si urtano tra di loro, non c’è attrito interno, ne consegue che questo vortice non si estingue perché è privo d’attrito e può durare anche mesi. Durante il periodo in cui il vortice dura si possono fare altre eccitazioni e quindi succede che dentro il dominio di coerenza si accumula una grande quantità di energia, i vortici diventano sempre più veloci e siccome sono coerenti, il moto non è caotico ma è un insieme ordinato e, dato che le energie si sommano, alla fine un dominio di coerenza può accumulare un’energia grandissima partendo dallo sfruttamento del rumore ambientale. Quest’acqua sta in un ambiente nel quale ci sono sorgenti di energia, la luce del sole, agitazioni meccaniche, output di reazioni chimiche, ossia molte possibili fonti di energia la quale viene intrappolata in forma di vortici dentro i domini di coerenza e dà luogo ad energia ordinata. Quando si arriva all’istante in cui la frequenza dell’acqua coincida con la frequenza di due specie molecolari presenti nell’acqua che hanno ovviamente una frequenza uguale, queste due specie molecolari si attraggono e realizzano una reazione chimica, quindi le reazioni chimiche non sono casuali ma sono governate dall’acqua e non richiedono che le molecole siano già in contratto, possono stare anche lontane, si attraggono e quando entrano in contatto fanno la reazione chimica e producono dell’energia che fa variare la frequenza dell’acqua in quanto è assorbita dai domini di coerenza. Il risultato è che non più quelle specie molecolari ma altre saranno attratte, cioè abbiamo uno schema dipendente dal tempo. Questo spiega i cicli biochimici nei quali c’è una successione di molecole diverse che vengono attratte secondo un codice fornito dalla sequenza di frequenze dell’acqua. Questo schema risolve in principio il mistero della specificità delle reazioni biochimiche e l’acqua ne è lo strumento fondamentale.
Su quali principi si basano gli esperimenti realizzati da Montagnier sulla memoria dell’acqua?
Farei cadere la parola “memoria” dell’acqua perché è impropria. L’acqua, grazie al meccanismo che ho descritto, ha un ruolo di governo delle reazioni chimiche che avvengono al proprio interno perché, dato che oscilla con una certa frequenza, è lei con la sua frequenza a stabilire in ogni istante quali sono le molecole che si incontrano. Se io cambio il ritmo di successione delle frequenze dell’acqua fornendo un campo dall’esterno, allora varia anche la biochimica che avviene all’interno. Ci sono stati negli ultimi decenni vari esperimenti prima di Montagnier come quello realizzato negli anni ’50 all’università di Alma -Ata in Russia. L’esperimento era il seguente: si prendono due globi di vetro dentro i quali ci sono delle colture cellulari identiche, in seguito una delle due colture viene infettata con un virus, i due globi sono tenuti a distanza sufficiente da evitare pericoli di contaminazione di viaggio di virus dall’uno all’altro. Tra i due globi viene messo uno schermo che può essere trasparente o opaco ai raggi ultravioletti; quindi si illumina il globo infettato in maniera che il raggio di luce raggiunga (e quindi in questo caso lo schermo deve essere trasparente) l’altro globo, oppure si mette lo schermo opaco in modo tale che il raggio non raggiunga l’altro globo. Aspettando alcune ore si osserva che nel caso dello schermo trasparente, anche l’altro globo si infetta, mentre se lo schermo è opaco il secondo globo non si infetta. Questo esperimento è stato ripetuto decine di migliaia di volte con una percentuale di riproducibilità superiore al 95% che è raro in biologia, dove le percentuali di solito sono più basse. Questo risultato vuol dire che il raggio ultravioletto ha trasferito da un globo all’altro una qualche forma di informazione per cui nel secondo globo si è prodotto il virus. In realtà, i virus del primo globo non hanno viaggiato, ciò che si è spostato è l’informazione di come fabbricarli e, alla luce dell’ipotesi che abbiamo discusso, colui che li fabbrica può essere l’acqua. Come si interpreta questo esperimento? Abbiamo un virus che interagisce con le cellule nel primo globo e questa interazione da luogo a reazioni chimiche che si traducono in movimenti di elettroni e quindi in campi elettromagnetici, facciamo cadere su questo sistema una radiazione la quale, attraversando una regione dove ci sono oscillazioni elettromagnetiche, le assume, cioè esse modulano l’onda portante che è il raggio ultravioletto che attraversa il recipiente. Questa radiazione viaggia, arriva nel secondo recipiente e gli trasferisce l’oscillazione che avveniva nel primo così le molecole del secondo recipiente oscillano come oscillavano quelle del primo e siccome la prestazione di una molecola dipende da come lei oscilla, oscillando allo stesso modo della prima fa le stesse cose, ovvero, produzione di virus, ecco che nel secondo globo nascono dei virus. In seguito ci sono stati, soprattutto in Russia, molti altri esperimenti della stessa categoria, da questo punto di vista la scuola russa è all’avanguardia. Arrivando ai giorni nostri, descriviamo l’esperimento di Montagnier che è molto simile a quello di Alma-Ata. Montagnier è un grande virologo capace di agire con i virus e in particolare con il loro DNA; egli estrae sequenze di DNA da microrganismi, virus, batteri, cellule, frammenti lunghi in media un paio di centinaia di basi, li sospende in acqua non ionizzata e bidistillata in cui è sicuro che non ci sia nient’altro. La provetta con l’acqua e il DNA sospeso viene messa all’ingresso di una bobina (la bobina è un filo elettrico arrotolato che si chiama anche solenoide); l’ingresso dal punto di vista fisico è il luogo in cui il campo elettromagnetico è minimo ma è massimo il suo potenziale. Dopo un po’ l’acqua si impregna del campo ambientale e a questo punto si osserva che se si lascia tutto così non succede niente, mentre succede qualcosa se si diluisce il DNA, cioè se aggiungendo acqua, diminuisce la concentrazione del DNA perché esiste una soglia di diluizione a partire dalla quale appaiono delle correnti elettriche nella bobina e quindi dei segnali elettromagnetici che possono essere registrati in modo digitale. Dopodiché questo segnale, per evitare ogni sospetto di contaminazione, viene mandato per Internet o comunque per via elettronica a un altro laboratorio lontano anche mille km in maniera che nessuno possa sospettare che pezzi di DNA, per effetto della sporcizia delle manipolazioni, si siano trasferiti. Il segnale arriva in questo laboratorio dove viene fornito a una bobina all’interno della quale, stavolta ben dentro e non all’ingresso, c’è una provetta piena di acqua purissima. La provetta viene lasciata lì per qualche ora e si impregna del segnale in quanto si trova nell’ambiente dove c’è il campo magnetico prodotto dalla corrente elettrica che è identica a quella registrata alla partenza. Dopo qualche ora la provetta viene estratta dalla bobina e dentro la provetta viene lasciato cadere quel kit che si chiama PCR inventato dal premio Nobel Kary Mullis che consiste nelle materie prime di cui è fatto il DNA cioè i monomeri, più il catalizzatore chimico che li fa reagire, quella che si chiama polimerasi. Si osserva, contro ogni aspettativa, che i monomeri si polimerizzano in modo tale da riprodurre esattamente la sequenza iniziale, cioè il DNA iniziale è stato riprodotto esattamente nella provetta finale. L’esperimento di Montagnier prova, dunque, al di là di ogni dubbio che le reazioni biochimiche sono governate da segnali elettromagnetici, quindi lo schema teorico che ho fornito all’inizio risulta corroborato e spiega che le reazioni chimiche non avvengono per incontri casuali e, dato che il segnale elettromagnetico appare solo quando la quantità d’acqua eccede una soglia, l’origine di questi campi elettromagnetici è l’acqua.
Pertanto, sinteticamente, possiamo dire che è possibile informare l’acqua?
In effetti si informa l’ambiente in cui si trova l’acqua perché chi porta l’informazione è il campo elettromagnetico, ciò accade in quanto le molecole d’acqua oscillando producono a loro volta un campo elettromagnetico, quindi fornendo loro il campo elettromagnetico copiato alla sorgente convinco le molecole d’acqua del secondo recipiente ad oscillare come le prime e allora lì succederanno gli stessi fatti che succedevano nella prima provetta. Questo in un gergo giornalistico può essere espresso come “informare l’acqua” però dobbiamo precisare che informare significa far oscillare le molecole d’acqua con lo stesso ritmo. L’omeopatia si potrebbe basare sullo stesso principio; nella medicina convenzionale si prende come elemento base della biologia moderna il concetto che ogni fatto biologico è riconducibile ad una sequenza di reazioni chimiche, quindi se succede qualcosa di sbagliato in un organismo e appare un sintomo, si forniscono le molecole che correggono la chimica in modo tale da ripristinare il comportamento iniziale; ma se si ragiona, si comprende che l’anomalia è la conseguenza del fatto che la rete di segnali elettromagnetici che guida le molecole non si è svolta nel modo giusto, le oscillazioni dell’acqua, per qualche motivo, hanno avuto un mutamento rispetto all’ideale, allora è possibile intervenire sulla rete di segnali elettromagnetici e fornire all’organismo un’acqua che abbia la rete di segnali giusti e quindi correggere i segnali, non le conseguenze a valle.
Sulla base del concetto di informazione che ha spiegato prima, il pensiero può trasferire informazioni all’acqua?
Non solo questo ma, per di più, l’acqua può generare pensiero. Se noi analizziamo i segnali che sono in gioco in questi esperimenti, troviamo che l’insieme di questi segnali non è caotico ma è un insieme “musicale” cioè che tra le varie note, tra le varie frequenze che compongono questo campo esistono accordi, ovvero è possibile trasformare questi segnali in una musica, e questo è stato realmente realizzato dal mio collega Roberto Germano. L’acqua coerente è ricca di elettroni quasi liberi, quindi, mettendo in contatto due quantità d’acqua con un differente grado di coerenza, con dissimili concentrazioni di elettroni liberi, tra le due si crea una differenza di potenziale che può generare una corrente elettrica. Questo può essere un suggerimento per nuove fonti di energia, d’altra parte che l’acqua emetta elettroni è provato dal fenomeno del fulmine, le nuvole sono insiemi di goccioline d’acqua e producono scariche elettriche eccezionali. Si è osservato che il voltaggio della corrente elettrica prodotta dall’acqua varia a seconda delle condizioni ambientali. Analizzando il tracciato del voltaggio nel corso del tempo Germano, grazie all’intervento di un suo amico musicologo, si è accorto che il tracciato riproduceva una partitura musicale, l’ha trasferito sul suono e si è effettivamente prodotta una musica. Questo ci fornisce una prima idea di come all’interno della materia, quando la coerenza eccede determinate soglie, si possono generare fenomeni cognitivi. L’acqua può produrre al proprio interno strutture che hanno un significato, può dar luogo a fenomeni di oscillazione che non sono casuali e che contengono una struttura cognitiva, un mining. Che cosa questo significhi non lo sappiamo ancora, quello che sappiamo è che certamente la rete dei segnali elettromagnetici dell’acqua non è casuale ma è produttrice di significati, qualunque cosa questo voglia dire. Il pensiero è l’equivalente dei segnali di Montagnier riferito alle nostre cellule cerebrali, quindi esso sarà l’output di un complesso processo biologico, tipo quello studiato dai neuroscienziati. Se trasferiamo il pensiero all’acqua, verosimilmente quest’ultima, almeno in parte, riprodurrà quegli stessi processi così come abbiamo visto realizzarsi negli esperimenti di Montagnier, ciò in quanto il pensiero è un insieme di onde elettromagnetiche opportunamente collegate tra di loro.
Secondo Lei e in base alla Sua esperienza, può essere attribuito un significato profondo e spirituale all’elemento acqua per l’umanità?
Bisogna intendersi su che cosa vuol dire spirituale; a mio parere il termine “spirituale” si riferisce alle proprietà che dipendono non dalla chimica ma dall’oscillazione più o meno sincrona e concertata delle molecole. Credo che la parola “artistica” e la parola “spirituale” possano essere usate come sinonimi, riprendendo Scelling che aveva riferito il termine spirituale all’esperienza artistica.
L’esperienza spirituale avviene quando c’è una risonanza fra più soggetti, quando questi ultimi operano in fase, sentono le stesse cose tra di loro e si comportano come se fossero una persona sola.
Invece Wilhelm Reich parla di esperienza orgastica, in questo senso l’orgasmo, cioè il movimento sincrono di due corpi, è un’esperienza spirituale e giustamente Reich attribuisce un valore positivo a questa esperienza. La spiegazione di ciò può venire dalla fisica quantistica in cui esistono dei principi di indeterminazione nel senso che esistono variabili fisiche non compatibili tra di loro (come posizione e impulso) per cui l’incertezza di una è inversamente proporzionale all’incertezza dell’altra; per esempio nel caso del principio di indeterminazione di Eisenberg l’incertezza nella posizione di un atomo moltiplicato l’incertezza nella sua velocità non può essere più piccola di una certa costante universale, ciò significa che se misuro con precisione la posizione, la velocità resta indeterminata e viceversa, questo è conseguenza del fatto che è impossibile separare materia e movimento. Esiste un altro principio di indeterminazione che è quello che ci interessa, in teoria dei campi l’incertezza nel numero di componenti di un sistema moltiplicato per l’incertezza nella fase (la fase è il ritmo di oscillazione) non può essere minore di una costante universale. D’altra parte sappiamo che un organismo vivente funziona bene se la sua fase è ben determinata, quindi, l’incertezza nella fase di un organismo vivente deve essere la più piccola possibile perché lui stia bene, però c’è il principio di indeterminazione, dunque, se voglio ridurre l’incertezza della fase devo aumentare l’incertezza sul numero di componenti, ma in un organismo vivente il numero di componenti è fissa e non eccede il numero di atomi di cui è formato, ciò pone un limite inferiore all’incertezza della fase e questo è un difetto. Come posso ridurre ulteriormente quest’incertezza? Aumentando il numero di oscillatori in fase che producono quella fase, e ciò può essere fatto oscillando in fase con altre persone. Quando questo avviene, la mia incertezza di fase diminuisce e sto meglio, ma non solo (ecco l’esperienza spirituale) se io entro in fase con tutto l’universo starò da Dio, ecco da dove viene la tendenza all’espansione dell’organismo vivente e da dove vengono le sue capacità spirituali cioè la sua tendenza alla spiritualità, Il mio amico Giuseppe Vitiello professore a Salerno, ha chiamato questo insieme esterno di oscillatori il “mio doppio” e questo rende probabilmente possibile l’autocoscienza, in quanto, guardando questi oscillatori esterni io vedo me, è un po’ come l’esperienza dello specchio di Lacan.
Lei ha affermato che “le rivoluzioni le fanno i non esperti delle discipline perché gli esperti conoscono troppo bene la disciplina stessa ed i suoi limiti”. In riferimento a questo, cosa pensa degli esperimenti effettuati dal ricercatore giapponese Masaru Emoto nei quali vengono fotografati cristalli d’acqua informata?
Nel principio rispondono allo stesso quadro concettuale detto prima, nel dettaglio non saprei dirlo perché non li ho studiati e d’altra parte neanche Emoto li ha rivelati. C’è una differenza importante tra il ricercatore ed il divulgatore: di solito lo scienziato dice tutto, personalmente nei miei articoli ho scritto sempre tutto quello che avevo capito; le persone invece per cui il copyright è importante, come coloro che fanno divulgazione o spettacolo, non vogliono rivelare i loro segreti di produzione, ma in questo modo non mettono i colleghi nella condizione di poter giudicare. Nello specifico su quello che fa Emoto non so nulla, ma posso dire che la sua filosofia in qualche modo coincide con la nostra perché le sue affermazioni basate sul fatto che è possibile trasmettere significati all’acqua, nel nostro schema sono comprensibili, quindi, certamente lui svolge un ruolo utile per quanto riguarda la creazione di aspettative e di punti di vista, anche se quello che fa non è una prova scientifica in senso stretto perché una promessa scientifica deve fornire tutte le condizioni in cui viene svolto l’esperimento.
Gli esperimenti sulla memoria dell’acqua, a Suo parere, possono costituire la dimostrazione concreta che tutto ciò che esiste è vibrazione e quindi interconnesso? Ci può parlare in breve del concetto di vibrazione?
I principi della fisica quantistica ci dicono fondamentalmente che un oggetto coincide con la sua fluttuazione e questo, a proposito del campo elettromagnetico, lo scrisse già Einstein nel 1904 cioè prima di queste rivoluzioni. Successivamente la fisica quantistica, di cui Einstein è stato uno dei padri e anche uno dei critici, estende questa proprietà a tutta la realtà fisica perché non solo il campo elettromagnetico, ma anche tutta la materia fluttua e può essere descritta come un campo con una sua fluttuazione. Proprio perché tutto fluttua attraverso il cosiddetto vuoto quantistico (i campi che connettono tra di loro gli oggetti i quali a loro volta non possono non fluttuare), si deduce che è impossibile isolare un corpo, quindi il fondamento della fisica classica viene falsificato. Un corpo non isolato, e questa è la base dei principi di indeterminazione, non può vedere perfettamente determinate un certo numero di sue variabili, per esempio l’energia. Però è possibile misurare la fluttuazione, l’oscillazione, se ne deduce che, mentre la fisica classica è fondamentalmente una fisica di oggetti, quindi un’ontologia, la fisica quantistica è una fisica di relazioni in cui nessun corpo può essere considerato isolato e che ha come oggetto di studio l’insieme delle relazioni che legano i corpi e che si trasmettono attraverso fluttuazioni ovvero frequenze.
Professor Del Giudice, Lei ha parlato di vuoto, allora Le chiederei: il vuoto esiste o non esiste?
Il vuoto secondo la definizione fisica è lo stato di minima energia di un oggetto, quello in cui ci sono solo le fluttuazioni spontanee e nient’altro, quindi esiste un contenuto energetico del vuoto, ovvero l’energia connessa con le fluttuazioni spontanee. Queste ultime si traducono nell’apparizione di potenziali elettromagnetici, a tal proposito c’è una cosa importante che fece spaventare Einstein: il potenziale si propaga nello spazio, senza implicare trasporto di energia,con la velocità con cui si propaga la fase, ma la velocità di fase può essere anche più grande della velocità della luce perché il limite di Einstein si riferisce alla velocità con cui si trasporta l’energia, se non si trasporta nessuna energia la velocità può essere qualsiasi, anche infinita. Ma se posso trasmettere in qualche modo un segnale fisico, in questo caso il potenziale, con la velocità di fase, si possono avere fenomeni che violano la causalità e questo spaventava Einstein, cioè posso stabilire una connessione tra oggetti. Einstein nel ‘33 fu il primo a definire con grande genialità le conseguenze di questo che si chiama paradosso di einstein-podolsky-rosen dal nome dei tre autori dell’articolo, il quale afferma che se la fisica quantistica fosse vera sarebbe possibile stabilire delle relazioni di connessione, nel gergo dei fisici entanglement, tra oggetti a grande distanza tra di loro violando quindi la causalità, cioè sarebbe possibile un’azione a distanza. Einstein, che credeva assolutamente nel principio di separabilità, nell’oggettività e nel fatto che fosse possibile isolare gli oggetti, concluse che la fisica quantistica non poteva essere giusta e che poteva essere solo un’approssimazione. Invece noi pensiamo che il fenomeno di einstein-podolsky-rosen sia assolutamente giusto ma che sia errata la conclusione secondo cui la fisica quantistica non sarebbe vera.
Non solo essa è vera, ma dimostra che sono possibili in natura fenomeni di azione a distanza del tipo di quelli ipotizzati per esempio da Jung su inconscio collettivo e telepatia che non corrispondono mai a trasporto di materia o di energia ma al trasporto di fase, quindi corrispondono a sensazioni non a descrizioni.
Col potenziale non si possono trasmettere messaggi precisi, ma una sensazione, una presenza. L’entanglement corrisponde proprio a questa connessione, gli oggetti entangled sono oggetti che oscillano in fase tenuti in fase da un potenziale e non da un campo.
Proprio in riferimento al concetto di connessione, ci può parlare della nota legge di attrazione che riguarderebbe l’intero Universo?
Che l’Universo sia tutto entangled non corrisponde all’apparizione di forze, corrisponde al fatto che le oscillazioni delle parti dell’Universo, ognuna delle quali ha una sua indipendente giustificazione, si possono sincronizzare tra di loro anche a grande distanza. In questo senso si può parlare di legge di attrazione.
Diversi esperimenti ed anche una parte della nuova fisica dimostrano che il pensiero è un atto creativo molto più potente di quanto non si possa credere.A Suo parere, come il pensiero può influire sulla nostra realtà?
Il pensiero è un’attività collettiva del corpo con un forte coinvolgimento del cervello, è ancora da chiarire se il pensiero sia il prodotto del solo cervello o dell’intero corpo, io protendo per la seconda ipotesi: nessuno ha mai visto funzionare un cervello isolato, separato da un corpo, quindi il cervello dialoga col proprio corpo di appartenenza e dà luogo ad un’attività collettiva di cui una delle manifestazioni, non l’unica, è il pensiero.
Ci sono, infatti, altre manifestazioni come le emozioni, la psiche, i sentimenti che non sono il pensiero ma che dal punto di vista fisico, in quanto oscillazioni, non sono distinguibili tra di loro.
Se l’insieme di fenomeni psichico-emotivo-conoscitivi studiati da Freud, è riconducibile ad oscillazioni elettromagnetiche, evidentemente queste ultime sono agenti fisici capaci di azione sulla materia, Esiste un bel gruppo di esperimenti condotti a Princeton negli Stati Uniti dalla coppia Robert Jahn, ingegnere della NASA recentemente scomparso, e la sua compagna tuttora vivente, la biologa Irene Dan. Jahn pose questo problema: si sa che le oscillazioni di apparecchi elettromagnetici hanno un effetto sugli esseri umani e anche sul loro pensiero, basti pensare all’elettroshock, è possibile il contrario, cioè che il pensiero possa influenzare l’azione di apparecchi elettronici e modificarne le proprietà?
Negli anni ’20, tra i pazienti di Jung vi era Pauli, uno dei fisici fondatori della fisica quantistica. Pauli aveva un pessimo carattere ed era molto disturbato psichicamente tanto è vero che era dovuto andare in terapia da Jung che lo aveva aiutato molto. Una caratteristica di questo suo disturbo era da un lato la genialità che gli faceva pensare delle cose incredibili, dall’altro uno strano effetto che è diventato noto come “effetto Pauli”: ogni volta che lui entrava in un laboratorio, qualche apparecchio si guastava, un’unica volta accadde un guasto in laboratorio senza che Pauli fosse presente, il direttore del laboratorio allora s’informò su dove si trovava Pauli nel momento del guasto, ed appurò che egli stava passando in taxi nella strada affianco all’istituto e quindi piuttosto vicino. Il profluvio di segnali elettromagnetici che usciva dal corpo di Pauli era, quindi, in grado di guastare gli apparecchi elettromagnetici, allora Jahn e la Dan hanno cercato di affrontare questo problema, hanno preso una specie di computer, un random number generator, cioè una macchina che produce automaticamente sequenze di numeri, utilizzata spesso per le lotterie e che funziona da sola. Posizionate alcune persone affianco alla macchina, le si invitava a concentrarsi a loro piacimento su una sequenza di numeri più grande o più piccola, scrivendo su un pezzo di carta la sequenza scelta. I risultati dell’esperimento fecero osservare che c’era una debole connessione tra il desiderio della persona e la sequenza numerica elaborata dalla macchina, si trattava di una variazione dell’8%, ai limiti dell’errore statistico. Per forzare l’effetto, anziché un’unica persona, vennero presi gruppi di persone che si mettessero in fase tra di loro grazie all’ascolto di musiche particolari in grado di farle entrare in uno stato d’animo di meditazione collettiva. In questo caso l’effetto si rafforzava moltissimo e ciò indicò che esisteva una connessione tra l’attività del cervello umano ed il risultato di una macchina elettronica. C’è stato un altro esperimento di una mia amica biologa molecolare, Beverly Rubik, che le è costato il posto a Berkeley, in cui poneva la questione se una medium possa influenzare la velocità di crescita di una coltura cellulare di batteri; la risposta fu positiva, in presenza della medium si registravano variazioni che Rubik ha pubblicato. Questo può aiutare a capire il valore della psiche nella cura della patologia, ed il valore della preghiera, indipendentemente dal credere o non credere nella divinità; il fatto che questi esperimenti e la preghiera pongano una relazione tra due persone, alla luce del principio di indeterminazione di cui parlavo, facilita la riduzione dell’incertezza della fase e quindi la buona salute della persona.
Quindi, secondo Lei, la qualità dei nostri pensieri può portare l’umanità a sperimentare un mondo diverso?
Assolutamente sì, noi non riusciamo più a stabilire una coerenza tra esseri umani che, quindi, si riduce proprio perché nell’umanità si sta la lotta per l’esistenza: come posso risuonare con una persona se penso che questa mi possa imbrogliare o che possa farlo io? La lotta per l’esistenza stabilisce necessariamente una mancanza di coerenza tra le persone per cui questi benefici non possono manifestarsi, quindi la lotta è dannosa per la salute della specie umana.
Quindi, un nuovo modo di pensare può condurre l’umanità anche verso un sistema basato sulla cooperazione?
Certamente non danneggia, però dubito che da sola sia sufficiente perché purtroppo la spinta che riceviamo nei nostri comportamenti dalle necessità materiali di mangiare, bere, nutrirci, guadagnare, ecc. è così forte che può spegnere sentimenti più esili come l’amore e la passione. Certo, in casi estremi l’amore diventa una forza travolgente, però nella nostra epoca raramente questo ha possibilità di manifestarsi. È possibile che all’inizio della storia dell’umanità, quando la lotta per l’esistenza tra esseri umani non era forte, questi ultimi fossero così pochi che si dovessero proteggere l’uno con l’altro e probabilmente non si odiassero così fortemente, naturalmente la separazione era con il resto della natura da cui si dovevano guardare. Nelle grotte dove ci sono antiche pitture si osserva che stranamente queste ultime non si trovano in posti agevoli, ma su pareti lontanissime per cui è necessario arrampicarsi per disegnarle. Inoltre si osserva che esiste una connessione tra le proprietà fisiche della roccia su cui stanno i dipinti e la natura del dipinto; per esempio, in tutte le circostanze, le rocce su cui ci sono i dipinti sono amplificatori acustici in un determinato intervallo di frequenze e l’intervallo di frequenza in cui c’è l’amplificazione è sempre connesso con la natura del dipinto.
Per esempio, la roccia sulla quale sono dipinti i buoi amplifica i suoni bassi (pensate alla voce del bue composta da suoni bassi), quella dove sono dipinti i cavalli amplifica i suoni alti (come il loro nitrire). Allora si può pensare che questa tecnica delle pitture rupestri servisse all’inizio per attirare gli animali in luoghi poco agevoli per loro, in maniera che li si potessero catturare in quanto a quell’epoca gli archi e le frecce non erano stati ancora inventati, quindi l’animale poteva essere catturato solo alla base di un corpo a corpo con l’essere umano. Dunque, l’idea era di attirare l’animale in un posto dove lui si potesse muovere poco, ad esempio una grotta, e gli esseri umani fossero in gran numero e riuscissero ad abbatterlo. A ben vedere, si tratta di un esperimento di telepatia: si prendono le persone più dotate che per concentrarsi debbono dipingere la figura dell’animale sulla parete perché devono essere in fase, coerenti tra di loro per agire. Inoltre esse si tengono in fase probabilmente imitando la voce dell’animale, ecco perché la roccia deve amplificare quel suono; come risultato l’animale viene attirato e catturato da altri, non da loro, quindi c’è una prima divisione della tribù in uomini vigorosi, che sono i guerrieri, e in esseri umani, in prevalenza probabilmente donne, che sono gli sciamani il cui compito è quello di attirare. Questo è un esempio di coerenza tra esseri umani che facendo quest’esperienza avvertono delle sensazioni mai sentite prima, molto piacevoli, sensazioni orgastiche, e quindi dopo un po’, a parte per la caccia, cominciano ad eseguire queste cerimonie fini a se stesse: è nata l’arte, la religione, le esperienze spirituali. Non solo, è nata anche una forma di terapia perché se una persona malata viene messa all’interno di un insieme di persone in fase guarisce.
La coerenza di tanti cervelli vuol dire che questi cervelli oscillano tra la configurazione in cui stanno normalmente e una configurazione eccitata, cioè entrano in stati alterati di coscienza, così facendo esplorano parti sconosciute di sé.
Da ciò è nata l’intelligenza umana, ma quando ciò avviene si perde la coerenza perché la persona diventata intelligente pensa ai fatti propri e si separa. Questo può essere un modo per comprendere il peccato originale: prima le persone erano in coerenza e stavano bene, poi sono diventate intelligenti, hanno perso la coerenza ed è nata la patologia. Dunque, l’effetto collaterale dell’acquisto dell’intelligenza è la possibilità di ammalarsi.
Ci sono altri fenomeni in natura, oltre a quelli di cui abbiamo parlato, dai quali si può apprendere l’esistenza della coerenza?
Sì, ne esistono in effetti molti, uno è quello rappresentato dalle transizioni di fase grazie alle quali la materia passa dallo stato gassoso a quello liquido e a quello solido con transizioni discontinue, cioè la transizione non avviene con continuità ma arrivato ad una certa temperatura il sistema salta: il passaggio tra il vapor d’acqua ed il liquido avviene istantaneamente in modo discontinuo. Esiste un fenomeno, di cui si è parlato recentemente, che è quello della fusione fredda consistente nel fatto che si prende un insieme di nuclei piccoli, leggeri e si fondono dando luogo ad un nucleo somma, ciò libera dell’energia. Invece, considerando nuclei pesanti avviene l’opposto: si libera dell’energia se si spezza un nucleo, ciò è connesso con le proprietà della fisica nucleare. La difficoltà di trattare un insieme di nuclei è che questi ultimi sono tutti carichi positivamente; per fondere due nuclei è necessario avvicinarli ma essi si respingono per via della loro uguale carica elettrica. È vero che le forze nucleari sono un milione di volte più intense delle forze elettriche, ma sono a corto raggio d’azione, ossia, perché si sentano le forze nucleari i due nuclei si devono avvicinare moltissimo. Prima di questa distanza critica si sentono solo le forze elettriche le quali, saranno pure deboli, ma sono le sole ad agire e quindi respingono. Dunque, si pone il problema come far fondere i nuclei, di come farli avvicinare, allora la prima soluzione, come sempre nella nostra civiltà, è quella di usare la forza: i nuclei vengono dotati di velocità grandissima, prendono la rincorsa, acquistano una tale energia cinetica da sormontare la repulsione elettrostatica dei nuclei, arrivano a contatto e fondono e questo è ciò che si fa nella bomba H in cui l’energia necessaria per far correre i nuclei è data da un’esplosione di una bomba atomica. Si fa esplodere una bomba atomica, i nuclei di deuterio (idrogeno pesante) acquistano una tale velocità che sorpassano la repulsione e fondono perché l’energia cinetica media all’interno di un insieme si chiama temperatura. La temperatura critica per avere la fusione nucleare in un insieme gassoso di nuclei è sull’ordine di alcune decine di milioni di gradi e quindi si capisce che il problema non è stato ancora risolto in quanto, ovviamente, per le applicazioni pacifiche non si può far esplodere una bomba atomica. Nel 1989 arrivano due chimici, Fleishman e Pons, che annunciano di aver realizzato, spendendo poche decine di migliaia di euro, la fusione di deuterio non nello spazio vuoto, come tentato dagli altri, ma all’interno di un metallo, il palladio. Caricando questo metallo di idrogeno pesante (il deuterio) fino a quando questo caricamento supera una soglia, i nuclei, anziché respingersi, volano l’uno tra le braccia dell’altro, l’odio universale si trasforma in amore universale e c’è la fusione. Pensate a coloro che finora hanno speso senza risultato miliardi di euro nel progetto della fusione calda promettendo il 2030 come data in cui si saprà appena se il problema sarà risolvibile. Giuliano Preparata ed io abbiamo proposto questa soluzione: il metallo è una sostanza caratterizzata dal fatto di avere numerosi elettroni liberi, questi elettroni liberi sono carichi negativamente e possono diventare coerenti tra di loro formando delle palle di elettroni che stanno tra i nuclei di idrogeno pesante. Quindi, abbiamo due idrogeni carichi positivamente ma in mezzo c’è una carica negativa che li attrae, avvicinandosi possono superare la densità critica della coerenza e quest’insieme di cariche positive forma un insieme coerente che ovviamente diminuisce la sua energia rispetto allo stato non coerente, la diminuisce tanto più quanto più alta è la densità cioè quanto più si avvicinano, per usare un’espressione della fisica americana like, likes, like. Ossia, mentre al livello di insiemi non coerenti prevale l’odio tra simili e l’attrazione c’è tra dissimili cioé tra cariche positive e cariche negative (la legge generale dell’elettrostatica è che i simili si respingono ed i dissimili si attraggono) invece qui avviene l’opposto e se ci pensate ciò avviene sempre in biologia perché ad esempio un tessuto è un insieme di cellule che stanno insieme ma anche le cellule sono oggetti carichi, precisamente hanno una carica elettrica negativa sulla superficie. Dunque, perché non si respingono? I biologi affermano che esistono delle molecole, chiamate molecole colla, che tengono legate le cellule tra di loro. Queste molecole colla non sono mai state individuate realmente, ma noi abbiamo un’altra spiegazione che è la coerenza la quale, tra l’altro, spiega anche perché i tessuti stanno insieme nonostante siano tutti carichi negativamente. La regola è che tutto dipende dalla coerenza: un insieme di cariche positive si respinge finché prevale la legge dell’interazione di coppia che avviene all’interno di densità basse ma quando la densità supera una certa soglia, le cariche invece di respingersi si attraggono ed ecco la fusione. Con Giuliano Preparata abbiamo realizzato a Frascati una sperimentazione di cui hanno parlato alcune trasmissioni su Rai News in cui è stata utilizzata una struttura metallica composta da sottili nastri di metallo messi in forma, si dice in gergo bustrofedica, cioè come i solchi lasciati dal bue quando traina l’aratro. Questi nastri di metallo sono lunghi 1 metro, hanno una larghezza di 50 micron e uno spessore di 2 micron in modo che la corrente elettrica che circola sia la più bassa possibile per non disturbare la coerenza, in quanto per caricare il metallo usavamo una tecnica che consisteva nel dare un alto voltaggio senza che quest’ultimo producesse corrente. Il risultato finale è che quando riuscivamo a caricare (cosa che avveniva facilmente per la sottigliezza della struttura) al di là di una certa soglia, si produceva un’energia eccezionale che è testimoniata dal fatto che un tratto di filo si è addirittura vaporizzato. Considerate che la struttura è formata da fili di palladio ed il palladio vaporizza a 3000°, dunque, si era raggiunta tale elevatissima temperatura che non è chiaramente producibile, come invece affermano gli scettici, grazie alla piccola corrente elettrica di milliampere che passava per questi fili.
Nel libro “Il tempo che finisce” sono riportati i dialoghi tra il fisico David Bohm ed il maestro indiano krishnamurti che dissertavano sull’idea di “tempo” , qual è il suo concetto di tempo?
È una domanda complicatissima, richiederebbe una lunga discussione perché c’è il tempo misurato dall’orologio nello spazio vuoto ed il tempo misurato nella materia o, meglio ancora, nella materia vivente. Nello spazio vuoto gli avvenimenti accadono con tale lentezza e con tale riproducibilità che non si può definire un istante iniziale. C’è un istante iniziale quando il processo comincia; per esempio la data di nascita di una persona, che quest’ultima non può spostare purtroppo, dice quando la persona è nata cioè quando è cominciata la sua vicenda e quando finirà. In questo caso noi non siamo più liberi di far scorrere il tempo, ossia perdiamo la libertà di traslare nel tempo gli avvenimenti perché gli avvenimenti, quando questo accade, acquistano una storicità. Questo vuol dire che il tempo cambia scorrendo, cioè non è sempre uguale a se stesso come il tempo di un protone. Se invece cominciamo ad entrare, per esempio, all’interno del mondo della coerenza, dove i processi hanno un inizio ed una fine cioè nascono nel momento in cui si producono quelle condizioni ambientali, come la densità, e spariscono quando quelle condizioni ambientali cessano, è possibile definire un tempo e questa è la differenza tra coloro, come Krishnamurti, che si sono interessati del tempo ed i fisici della materia elementare come Einstein. Per i secondi il tempo è qualcosa di sempre identico a se stesso per i primi no, il tempo ha un’origine e una fine, può accelerare, può rallentare e questa è la fondamentale differenza perché una delle caratteristiche della coerenza è che si perde la libertà di traslare nel tempo. Tra l’altro la coerenza rende possibile il fatto che la realtà abbia una storia.
Il concetto di “qui ed ora” che le antiche culture affermavano, secondo Lei ha una rilevanza?
Ha una rilevanza quando l’individuo nasce, mentre la perde quando l’individuo, attraverso il potenziale elettromagnetico, ovvero la fase, può mettersi in contatto con il resto dell’universo. Studiando la relatività, una delle caratteristiche del superare la velocità della luce è quella di andare indietro nel tempo, superando tale velocità, quindi, una persona può entrare in rapporto di fase con Giulio Cesare e allora il “qui ed ora” si perde perché nell’essere attuale della persona entrano e diventano entangled fenomeni accaduti in altre epoche, sia passate che future. Questo può gettare luce sul fenomeno delle costellazioni familiari in cui un soggetto entra in contatto empatico, quindi in contatto emotivo e non fisico, con i suoi antenati.
Cosa pensa dell’informazione sulla”vera conoscenza”? Lei crede che esistano degli interessi che spingono affinché l’umanità sia mantenuta nell’ignoranza rispetto alla natura dell’uomo?
Purtroppo sì perché viviamo ancora in una società fondata sulla lotta di ogni essere umano nei confronti di ogni altro, lotta per la sopravvivenza, lotta di classe, lotta su basi economiche e così via. Questo esclude l’esistenza di un rapporto coerente tra gli esseri umani e può essere non estraneo al fatto che si verifichi la patologia. Cioè l’esistenza di malattie è il prezzo che si paga per avere una società fondata sulla concorrenza e sulla competizione. Per una transizione di fase occorrerebbe, come accade nelle transizioni di fase vapore-liquido o liquido-solido, che si formi un germe esteso abbastanza da attrarre a sé tutti gli altri esseri indipendenti e obbligarli a risuonare tra di loro. Questo potrebbe succedere se si stabilisse un qualche fenomeno collettivo, talvolta accade nella storia dell’umanità quando si verificano i grandi movimenti sociali nei quali tante persone risuonano tra di loro, non importa su quale argomento; allora effettivamente succedono i miracoli, cioè le esigenze della lotta per l’esistenza vengono ignorate e la gente è disposta a morire e a dare la vita per una causa comune. Se un giorno dovesse succedere questo, e spero che succeda, allora può darsi che avremo una vera transizione di fase per l’umanità.
“Ho sentito quest’impressione oggi: che ogni cosa rinchiudeva in sé quasi un etere, un’ombra che ne seguisse la forma; e che questi contenuti mistici nei corpi si siano distaccati, e si siano elevati su, leggeri, formando un altro piano e lasciando al basso, intatte, le spoglie oscure. Effettivamente, mi sento come se una grazia mi avesse distaccato ormai dal corpo, dal pensiero, dalla malattia dell’essere. Mi accadono cose inesplicabili e indicibilmente belle. Non ho il coraggio di toccarle, di esprimerle nemmeno a me stesso. Ora sento come deve esser morto Rimbaud! Mi hanno carezzato, e ho dimenticata l’ultima smorfia del tormento e dell’ira. L’oscurità diviene luce. Conosco oggi cosa sia la gioia solare. Benedico tutto quel che ho sofferto”.
(Julius Evola, pagina di diario, 14 luglio 1921 – vd. A. Scarabelli, Vita avventurosa di Julius Evola, Bietti 2024).