0ὐροβόρος Uroboro

Uroboro deriva dal greco οὐροβόρος/οὐρηβόρος (ὄφις)ourobóros/ourēbóros (óphis) composto di οὐρά (coda) e del suffisso -βόρος, corrispondente al latino -voro; dunque (serpente) che si morde la coda, un’etimologia «ermetica» legata alla tradizione alchimistica, un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche. Rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine.

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Apparentemente immobile, ma in eterno movimento, rappresenta il potere che divora e rigenera se stesso, l’energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose che ricominciano dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine. Simboleggia quindi l’unità, la totalità del tutto, l’infinito, l’eternità, il tempo ciclico, l’eterno ritorno, l’immortalità e la perfezione

compendio alchemico pandora explicata del 1706 di johann michael faust con l'ouroboros doppio
compendio alchemico pandora explicata del 1706 di johann michael faust con l’ouroboros doppio

Nella tradizione alchemica l’Ouroboros è un simbolo palingenetico (dal greco πάλινpalin, “di nuovo” e γένεσιςgénesis, “creazione, nascita”, ovvero “che nasce di nuovo”) che rappresenta il processo alchemico, il ciclico susseguirsi di distillazioni e condensazioni necessarie a purificare e portare a perfezione la “Materia Prima”. Durante la trasmutazione la Materia Prima si divide nei suoi principi costitutivi, per questo motivo l’Ouroboros alchemico viene spesso rappresentato anche nella forma di due serpenti che si rincorrono le code. Quello superiore, alato, coronato e provvisto di zampe rappresenta la Materia Prima in forma volatile, quello sottostante il residuo fisso, dalla loro ri-unione in un unico Ouroboros con le zampe e incoronato (quindi vincitore), si ottiene la pietra filosofale, il “grande elisir” o “quintessenza”

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La Chrysopoeia di Cleopatra (da χρυσόςchrysós, “oro” e ποιεῖνpoieîn, “fare”), contiene l’immagine di un Ouroboros, metà bianco e metà rosso, con all’interno la scritta ἒν τὸ Πᾶν (hèn tò Pân), traducibile come “l’Uno (è) il Tutto” oppure «Tutto è Uno».

 

Ἀλαλά Alalà spirito della battaglia

Divinità Femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti. Figlia di Polemos, Alalà accompagnava in battaglia il dio della guerra Ares: secondo le tradizioni degli Antichi, il grido di battaglia del Dio greco consisteva infatti nel suo nome “Alale alala”, si suppone che l’utilizzo di questa parola sia derivato per onomatopea dall’inquietante gracchiare emesso dai corvi che, all’epoca, sorvolavano a migliaia i campi di battaglia, per cibarsi dei cadaveri insepolti

“Harken! O Alala , figlia di Polemos ! Preludio di lance! A cui i soldati vengono sacrificati per amore della loro città nel santo sacrificio della morte “

Pindaro, frammento di Dithyrambs 78 (trans. Sandys) (lirica greca C5 a.C.)

Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.
Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.

 

 

Gli spiriti Homados, Alala, Proioxis  Palioxis  Ioke , Alke e Kydoimos erano probabilmente annoverati tra i Makhai.
“Ma aborrendo Eris  nuda dolorosa Ponos , Lethe , e Limos , e l’Algea , pieni di pianto, l’Hysminai  e il Makhai , il Phonoi  e l’Androktasiai , il Neikea , lo Pseudo-Logoi , l’Amphilogiai  e Dysnomia  e Ate , che condividono la natura dell’altro, e Horkos ”

Esiodo, Teogonia 226 segg.  (epica greca C8 o C7 a.C.)

 

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Ἄρης,  Ares ( Mars Marte nella religione e cultura romana),  figlio di Zeus ed Era, dio della guerra. Fratellastro della dea Atena, entrambi sono dei della guerra, Ares predilige della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena è dea della guerra intesa come strategia e scaltrezza,sorella di Ares è Eris, dea della discordia.
Marte nel culto dell’antica Roma assume tratti più temperati e virtuosi (MOS MAIORUM )

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Ares nasce in Tracia da Zeus ed Era. In Tracia Ares fugge una volta che viene scoperto da Efesto insieme alla moglie di quest’ultimo, Afrodite.
Secondo alcuni mitografi, Ares viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia.
Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio.
Altri dei suoi compagni di lotta erano il Terrore, Deimos, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos Πόλεμος ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia.
I MAKHAI (Machae) Μαχη Μαχαι erano gli spiriti personificati ( demoni ) della battaglia e del combattimento.

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Le Hysminai ( ὑσμῖναι; singolare: hysmine ὑσμίνη) Discendenti di Eris, Ἔρις, «conflitto, lite, contesa sono personificazioni della battaglia.

Palioxis Παλίωξις era il simbolo della ritirata in battaglia

Proioxis  Προΐωξις era la personificazione dell’impeto in battaglia

Cidoimo Κυδοιμός del frastuono della battaglia, della confusione, del trambusto e del tumulto.

Tra i suoi compagni/e di avventura vi era Κῆρα la Morte violenta  nata da Nyx (Nύξ, la Notte) per partenogenesi, poi, al verso 217 è menzionata in plurale, le Keres (Κῆρας), sempre figlie di Nyx, da intendersi come inviate del Destino. Queste ultime a volte sono identificate con le Moire.

«Νὺξ δ᾽ ἔτεκεν στυγερόν τε Μόρον καὶ Κῆρα μέλαιναν
καὶ Θάνατον, τέκε δ᾽ Ὕπνον, ἔτικτε δὲ φῦλον Ὀνείρων·
— οὔ τινι κοιμηθεῖσα θεὰ τέκε Νὺξ ἐρεβεννή, —
δεύτερον αὖ Μῶμον καὶ Ὀιζὺν ἀλγινόεσσαν
Ἑσπερίδας θ᾽, ᾗς μῆλα πέρην κλυτοῦ Ὠκεανοῖο
χρύσεα καλὰ μέλουσι φέροντά τε δένδρεα καρπόν.
Καὶ Μοίρας καὶ Κῆρας ἐγείνατο νηλεοποίνους,
[Κλωθώ τε Λάχεσίν τε καὶ Ἄτροπον, αἵτε βροτοῖσι
γεινομένοισι διδοῦσιν ἔχειν ἀγαθόν τε κακόν τε,]
αἵτ᾽ ἀνδρῶν τε θεῶν τε παραιβασίας ἐφέπουσιν·
οὐδέ ποτε λήγουσι θεαὶ δεινοῖο χόλοιο,
πρίν γ᾽ ἀπὸ τῷ δώωσι κακὴν ὄπιν, ὅς τις ἁμάρτῃ.»
«La Notte a luce die’ l’odïoso Destino la Parca
negra la Morte il Sonno fu madre alla stirpe dei Sogni
(né con alcuno giacque per dar loro vita l’Ombrosa).
Poi Momo partorí la sempre dogliosa Miseria
l’Espèridi che cura di là dall’immenso Oceàno
hanno degli aurei pomi degli alberi gravi di frutti
e le dogliose Moire che infliggono crudi tormenti.»
(Teogonia, versi 212-222)

Nell’Iliade viene raffigurata, assieme a Eris (Ἔρις, la Discordia) e a Cidoimo (Κυδοιμὸς, il Tumulto) nel campo di battaglia, con un lungo mantello macchiato dal sangue degli uomini uccisi che da lei stessa venivano portati al cancello dell’oltretomba.

«ἐν δ’ Ἔρις ἐν δὲ Κυδοιμὸς ὁμίλεον, ἐν δ’ ὀλοὴ Κήρ,
ἄλλον ζωὸν ἔχουσα νεούτατον, ἄλλον ἄουτον,
ἄλλον τεθνηῶτα κατὰ μόθον ἕλκε ποδοῖιν·
εἷμα δ’ ἔχ’ ἀμφ’ ὤμοισι δαφοινεὸν αἵματι φωτῶν.
ὡμίλευν δ’ ὥς τε ζωοὶ βροτοὶ ἠδ’ ἐμάχοντο,
νεκρούς τ’ ἀλλήλων ἔρυον κατατεθνηῶτας.»
«Scorrea nel mezzo Eris, e seco
era il Kydoimos e la terribil Ker
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente.»

Eschilo, nella sua tragedia Ψυχοστασία (La pesatura delle vite) descrive la battaglia tra Achille e Memnone, in cui immediatamente prima Zeus ne pesa le Κῆρας (Kères), intese qui quali fatigeni della morte, o appunto, le vite dei guerrieri
In quest’ultima identificazione, come le anime dei morti, è ripresa talvolta nella tradizione popolare, nelle quali necessitano di sacrifici per essere placate.

Kerostasia – La decisione della sorte della battaglia tra Achille e Memnone. Schizzo da urna cineraria, sud Italia, 330 a.C.  Rijksmuseum, Amsterdam

 

 

 

 

L’ardua via del guerriero

20528419471_0425693c08_bIn molte culture, sistemi di credenze, discipline e pratiche s’individua ciò che ostacola la consapevolezza con una configurazione e definizione differente, per alcuni è un entità energetica, per altri una proiezione psichica, un archetipo, un’ afflizione della mente , un ‘illusione ipnotica efficace, una forza respingente che ci depotenzia, vampirizzandoci, assorbendo le nostre energie vitali.
spetta
all’archetipo del guerriero l’arduo compito di lottare per liberare l’anima che deve ricongiungersi con lo Spirito è tornare Essenza.

 L’ostacolo alla consapevolezza: Lo sfidante

τά μυστήρια mysterion μυστήριον i misteri greci

Ψυχὴ πᾶσα ἀθάνατος. τὸ γὰρ ἀεικίνητον ἀθάνατον · τὸ δ᾽ ἄλλο κινοῦν καὶ ὑπ᾽ ἄλλου κινούμενον, παῦλαν ἔχον κινήσεως νἔχῦ μόνον δὴ τὸ αὑτὸ κινοῦν, ἅτε οὐκ ἀπολεῖπον ἑαυτό, οὔποτε λήγει κινούμενον, ἀλλὰ κὅὶλι

Πλάτων, 427-347 π.Χ., Φιλόσοφος

(από τον Φαίδρο)

Ogni anima (è) immortale. Infatti, ciò che si muove sempre (è) immortale; ciò che invece muove altro ed è mosso da altro, quando ha la cessazione del movimento, ha la cessazione della vita.

Platone Fedro 245c 245a

Tutte le anime che non sono state iniziate provando un grande tormento si allontanano dalla visione dell’Essere e, essendosi del tutto distaccate dalla Verità si nutrono con il cibo dell’opinione. Ma a causa di ciò esse provano una grande e tormentosa difficoltà a vedere la pianura della verità e scoprire dov’è: il pascolo che si addice alla parte migliore dell’anima si trae appunto dalla prateria di lassù, e di questa si nutre la natura delle penne e delle piume da cui l’anima, resa leggera, viene sollevata”

Platone, Fedro, 244 e – 245

ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ
ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ

Misteri’ designa diverse ‘forme’ di culto proprie dell’antichità greca i cui ‘rituali’, le cui ‘dottrine’, le cui ‘esperienze’ erano rigorosamente tenuti segreti, riservate agli  iniziati, i quali avevano l’obbligo di non profanare il segreto, che doveva rimanere ineffabile, l’obbligo del silenzio  esuchìa  ησυχία, definiva anche  i significati di ‘calma’, ‘tranquillità’, ‘quiete’, ‘pace’, ‘riposo’ e si associava il concetto che l’esperienza misterica tale da non poter essere ‘rivelata’ o ‘descritta’ neanche volendolo fare.

Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD
Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD

 Mysterion μυστήριον, nella consuetudine greca, generalmente usato al plurale tà mystèria (τά μυστήρια), derivare dal verbo myo μύω che significa ‘chiudere gli occhi e le labbra’ ma anche, per traslato, ‘essere calmo’, ‘rimanere silenzioso’, molti sono i riferimenti in variegate culture all’importanza dell’acuire i sensi tramite l’ascolto silenzioso.
Vi è una probabile connessione con arcaica  radice indoeuropea ‘mu’ che indicava il dito posto sulle labbra per intimare il silenzio, radice che è anche alla base dei verbi latini musso e muttio, che vogliono dire appunto ‘tacere’, ‘balbettare’ e dell’aggettivo, usato anche come sostantivo, mutus.

Τα Ελευσίνια Μυστήρια
Τα Ελευσίνια Μυστήρια

 

 

 

αποτρόπαιος apotopaico ἀποτρᾰγεῖν…

αποτρέπειν, apotrépein  allontanare atto, animale, oggetto, formula monile apotropaico, rito apotropaico o gesto apotropaico, per allontanare  o annullare un’influenza maligna o negativa.

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Nell’antichità si consideravano  formule magiche orientali scritte su tavolette o su oggetti già per sé stessi, pietre rare, rappresentazioni figurate di animali o parti di essi, di mostri, di maschere gorgoniche, di membra umane fra cui specialmente l’occhio, la mano, il fallo. Spesso gli oggetti apotropici si trovano nelle tombe a difesa del morto.

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Le maschere apotropaiche, utilizzate e conosciute ad ogni latitudine,  retaggio pagano sono presenti ovunque, da nord a sud, nelle antiche masserie di campagna, nei piccoli borghi, come nelle piazze, nelle fontane e nei palazzi più o meno centrali delle grandi città.
Poste sull’architrave delle porte o a ridosso di finestre e balconi queste figure, ricche di significati simbolici, testimonianze antichissime di scalpellini e mastri muratori, ricche di simboli anche esoterici ed iniziatici.
Per riuscire ad allontanare la malasorte le maschere dovevano essere mostruose, in grado di spaventare gli spiriti maligni e tenerli distanti dall’abitazione.


Le forze ostili trovavano così una barriera, e la casa si fondava come spazio protetto, la cui soglia è interdetta. Qualora una di queste forze negative (streghe, spiriti errabondi) riusciva ad oltrepassare la soglia, incontrava, dunque, “ostacoli” apotropaici quali fili di scope, nodi intrecciati, coltelli con la lama rivolta in giù, rametti di palma e di ulivo benedetti. A questo punto, le streghe, dovevano contare minuziosamente i fili della scopa o sciogliere nodi, impiegando così tutta la notte, tempo a loro disposizione per la possibile esplicazione dell’influsso malefico; mentre lo spirito veniva “tagliato” dal coltello, riconfermando la sua importanza nella strumentazione magico-folklorica.
Tutti questi riti sono legati a simbolismi comportamentali legati alla “soglia”: difatti si tramanda che l’ingresso fosse sede di numerose presenze spirituali, controllato da potenti “Guardiani”, custodi dei passaggi tra i Mondi a cui è possibile accedere solo dopo aver superato particolari prove iniziatiche.

Nell’antica religione romana il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi a differenti cose: al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio),alle effigi ed agli amuleti fallici contro il malocchio ed infine agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa.
Plinio il Vecchio afferma che il fascinus, inteso come l’amuleto, funge da medicus invidiae, ossia un rimedio per l’invidia ed il malocchio.
La parola italiana “affascinare” deriva dal latino fascinare, derivato da fascinus e complementare al lemma italiano “fascino”.
Il significato originario “malia, influenza malefica che si ritiene possa emanare dallo sguardo degli invidiosi, degli adulatori” è condiviso anche dal termine latino, ma “fascino” ha successivamente originato una connotazione metaforica che indica “potenza di attrazione e di seduzione”

 

Nuraghe Majori casa-fortezza preistorica

«preindoeuropeo, o di sostrato mediterraneo, è anche il nome del monumento: nuraghe, detto pure altrimenti, a seconda dei distretti e dialetti della Sardegna, nuràkenuràxinuràccinuràginaràcu ..

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Foto Federica Maya Dal Pino

Questo termine, specie nel secolo XIX, fu messo in relazione con la radice fenicia di nur, che vuol dire fuoco, e fu spiegato come fuoco nel senso di dimora o di tempio del fuoco, con riferimento a culti solari che si sarebbero praticati sulla terrazza delle torri nuragiche.


Attualmente vi sono nuove ipotesi  i filologi propendono a considerare il vocabolo nuraghe come un reliquato della parlata primitiva paleomediterranea, da ricollegarsi col radicale nur e con le varianti nornulnolnar etc.: radicale largamente diffuso nei paesi del Mediterraneo, dall’Anatolia all’Africa, alle Baleari, alla Penisola iberica, alla Francia, col duplice significato, opposto ma unitario, di mucchio e di cavità.
Il vocabolo stesso poi indicherebbe non la destinazione ma la speciale forma costruttiva del nuraghe, il quale vorrebbe dire appunto mucchio cavocostruzione cavatorre cava, a causa della figura turrita del suo esterno, fatta per accumulo di grossi massi, e per la cavità cupoliforme dell’interno…»

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(Giovanni Lilliu, I Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Ilisso, 2005, pag. 57.)

Secondo l’archeologo Giovanni Ugas dell’Università di Cagliari, la parola nuraghe potrebbe derivare invece da Norax o Norace, eroe degli Iberi-Balari.
È possibile infatti che la radice Nur sia un adattamento ai timbri mediterranei della radice indoeuropea Nor- che si ritrova in alcuni toponimi della Sardegna (es. Nora, Noragugume), nel Lazio con Norba città dei Volsci o Noreia antica città del Norico

 

 

”Quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus” Gaius Plinius Secundus ”adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio”…. Plinio il vecchio

”Summum munus homini datum arbores silvaeque intelligebantur ”

”Alberi e foreste deve essere inteso come sommo dono dato all’uomo”

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Grande Quercia

Plinio il Vecchio, « Naturalis Historiae »,  proemio del XII volume

Haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem dicant. nec magis auro fulgentia atque ebore simulacra quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus. arborum genera numinibus suis dicata perpetuo servantur, ut Iovi aesculus, Apollini laurus, Minervae olea, Veneri myrtus, Herculi populus. quin et Silvanos Faunosque et dearum genera silvis ac sua numina tamquam e caelo attributa credimus.

Questi furono i templi dei numi, e secondo l’antico rito i semplici campi anche ora dedicano l’albero più importante a un dio
Non adoriamo le statue splendenti di oro ed avorio più dei boschi e in essi gli stessi silenzi
Le specie di alberi dedicate a divinità proprie sono tramandate in eterno, come la quercia a Giove, il lauro ad Apollo, l’ulivo a Minerva, il mirto a Venere, il pioppo ad Ercole
Anzi crediamo attribuiti alle selve come dal cielo anche i Silvani e i Fauni e le specie di dee e i loro poteri divini

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia

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Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio.

La Foresta Blu Hallerbos
La Foresta blu di Halle – Hallerbos

 

L’alberosua espressionerappresentò il sacroanche se mai venne adorato per  … ma piuttosto “per quello che si rivelava per suo mezzo
(Mircea Eliade).
Arnold Böcklin – Il Bosco Sacro – 1882
Arnold Böcklin – Il Bosco Sacro – 1882

 

Mistici e Maghi del Tibet Alexandra David-Neel

“Quando mi accinsi a visitare il Tibet, non fu, come molti possono credere, allo scopo di vedervi fenomeni bizzarri. Mi proponevo di studiare sul luogo una deformazione particolare della dottrina buddhista nella sua commistione nello sciamanesimo dei Peuns: il lamaismo.
Fu ‘per caso’ che mi accadde nel corso delle mie peregrinazioni attraverso il Tibet, di assistere al prodursi di fatti straordinari.
Ma più che sui fatti stessi, la mia attenzione si fermava sulla personalità di coloro che ne erano gli attori, e sulle idee che essi nutrivano a loro riguardo.”
Confer Prefazione

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”Il Buddismo insegna che l’energia prodotta dall’attività mentale e fisica di un essere porta, una volta che l’essere è stato dissolto dalla morte, alla comparsa di nuovi fenomeni ,mentali e fisici.
Esistono sottili teorie introno a questo argomento e sembra che i mistici tibetani siano andati più in profondità di molti altri buddisti.
Ma in Tibet come d’altro canto dovunque i punti di vista filosofici sono compresi solo dai privilegiati….”

Confer pag 30  La Morte e l’al di là Tibet e lama

MISTICI E MAGHI DEL TIBET

”Le persone che praticano la meditazione metodicamente e regolarmente provano spesso dopo essersi sedute nel luogo a ciò riservato la sensazione di liberarisi da un peso di spogliarsi da un vestito pesante e d’entrare in una regione silenziosa…”

Confer pag. 215 Teorie mistiche

Alexandra David-Néel, stata una scrittrice ed esploratrice, autrice di numerosi libri sul buddismo, storie di viaggi in Cina, India e soprattutto Tibet, romanzi tibetani e una voluminosa corrispondenza. prima donna occidentale a giungere nel 1924 a Lhasa, città vietata agli stranieri all’epoca, dopo otto lunghi mesi di marcia partendo dalla Mongolia e attraversando il Tibet.
Nella sua lunga carriera di esploratrice, fotografa, orientalista e antropologa scrisse più di trenta libri di viaggi e alcuni testi sul Buddhismo. Apprese il pali, il sanscrito e il tibetano per conoscere direttamente i testi, e studia testi buddisti e induisti, fu adepta della Teosofia, Massoneria, rito scozzese antico e accetta, aderì a movimenti femministi ed anarchici. Nel palazzo reale di Gangtok, Alexandra incontra anche Thubten Gyatso, Sua Santità il XIII Dalai Lama nel periodo in cui, dal 1910 al 1912, è costretto all’esilio in India. Il Dalai Lama incoraggia Alexandra a proseguire gli studi buddisti e a studiare il tibetano, pur rinviando le risposte alle troppe e scomode domande della sua interlocutrice.
Grazie ad una eredità proveniente dalla nonna materna, viaggiò in lungo e in largo per tutta l’India, dove rimase affascinata dalla musica tibetana e dalle tecniche di meditazione apprese grazie al suo maestro locale, Swami Bhaskarânanda, fu cantante lirica, divenendo anche prima donna all’Opera di Hanoi.

Dal 1914 al 1916 visse in eremitaggio in una caverna nel Sikkim praticando esercizi spirituali con il monaco tibetano Aphur Yongden che divenne il suo compagno di vita e avventure e che in seguito adottò come figlio.

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Nel 1916 a Shigatse incontrò il Panchen Lama che la riconobbe come reincarnazione.
Impossibilitata a tornare in Europa a causa della guerra si recò in Giappone. Là incontrò Ekai Kawaguchi che nel 1901 aveva visitato Lhasa. Desiderosa di imitarlo, si recò a Pechino e di lì, travestita da tibetana, attraversò la Cina in piena guerra civile e a piedi raggiunse Lhasa.
Dopo una parentesi europea, Alexandra nel 1937 tornò in Cina dove rimase, a causa della seconda guerra mondiale, fino al 1946. Morì a centouno anni in Provenza.

Libri di Alexandra David Neel in italiano:
Viaggio di una parigina a Lhasa (1927), Voland editore, 2013
Mistici e maghi del Tibet, (1929), Astrolabio-Ubaldini 1965 e Voland, 2009
Il buddismo del Buddha (1911 e 1937), Basaia 1986 e ECIG, 2003
Nel paese dei briganti gentiluomini (1933), Voland, 2000, sul viaggio verso il Tibet lungo la Cina
Antico Tibet, nuova Cina (1951), Luni, ed., sul secondo viaggio in Tibet dal 1937al 1946
Le iniziazioni nel buddismo tibetano (1930), Astrolabio-Ubaldini, 1982
Magia d’amore, magia nera (1938), Venexia, 2006
Gli insegnamenti segreti delle sette buddiste tibetane (1951), Arcana 1975
Immortalità e reincarnazione (1961), ECIG, 1982
Vita sovrumana di Gesar di Ling (1951), Astrolabio-Ubaldini, 1982 (scritto con Lama Yongden)
Il Lama delle cinque saggezze (1929), Voland editore, 2003 (romanzo, scritto con Lama Yongden)
Il potere del nulla (1954), Voland editore, 2014  (romanzo, scritto con Lama Yongden)
La luce della conoscenza. Pensieri, riflessioni, aforismi di una avventuriera dello spirito, ECIG, 1999

 

“Il segreto del Fiore d’Oro” 金花的秘密

«L’acquisire una maggior familiarità con lo spirito orientale potrebbe indicare simbolicamente l’inizio di una nostra presa di contatto con le parti di noi che ci sono ancora estranee.
Il rinnegare le nostre peculiari premesse storiche sarebbe pura follia e il miglior modo per un ulteriore sradicamento, perchè è solo restando saldamente ancorati al nostro terreno che possiamo assimilare lo spirito dell’Oriente
C.G.Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, p.70

“我的评论,目的是要建立一种在东方和西方之间进行心理学理解的桥梁。”

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Per quanto nell’attualità sia ardua impresa rintracciare lo spirito originario ed essenziale di tali visioni, condizionate dall’inevitabile flusso del tempo e dall’incalzante Modernità espressa nella frenetica corsa della Tecnologia imperante resta un anelito alla quiete e alla pura azione eco della Tradizione senza tempo

荣格对《太乙金华宗旨》的理解主要从道家的角度出发,他认为“道”是一切二元对立的泯灭,那种境界也许就是所谓的超越。修炼的最终目的是消除分别心,达到生命的整合,超越二元对立的大自在,这部分又有点接近佛教了。荣格看来佛道两家修行指南是及其接近的:出生的时候,心灵的两个半球–意识与潜意识–就分离了,意识是标志着所分立的被个体化了的元素,而潜意识是他与宇宙相同的元素。“道”是“首”和“走”的结合,表示“行进”和“轨迹”的双重含义,也可以理解为“途径”,连接两端的“途径”。而我们东方人挂在嘴边的“性命”也被荣格分为了“性”和“命”。“性”是“心”和“生”的组合,心是情感的寄托之处,五官通过对外部世界信号的接受做出本能的反应,使心活泼起来,当情感没有表达出来的时候,就是“性”,也就是人性。“命”,这个意味着命令,其次是命运,命与爱欲息息相关。

再回到《太乙金华宗旨》,这部典籍是吕岩–也就是吕洞宾–的思想集合,“金华”的结合会产生光,“金”的下半部分和“华”的上半部分结合在一起就是“光”。而对于光的追求也在古代的波斯出现过,由先知查拉图特拉开创的教派,传到中国以后就是明教。炼金术的元素的融合是光,曼陀罗的中心也是光。可见对于光明的追求是在世界各地都可以查到的。这部分属于集体无意识。而“太乙”表示没有分别的整体,及阴阳结合在一起的整体,这就是消除二元对立。

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我们再回到个体的意识。意志力越强,潜意识就埋得越深,过度的一边倒是我们这个时代精神病治疗的重要部分。对意识的偏心,过度重视意志力,相信“有志者事竟成”,是我们这个年代面临的最突出的心理疾病,这和经济的发展有关系,和物质的丰富有关系,这也是我们远离了自己的根(集体无意识)。

那怎么回去呢?有一个山谷里下雨的故事,你在山顶上看见山谷里在下雨,你虽然不在山谷里,但是山谷里确实是在下雨。山峰和山谷比喻的是心理能量也就是力比多的高低,我们链接集体无意识的方法就是增加自己的心理能量,就像心理类型中提到的内倾和外倾。无论我们是哪种类型,都要通过对辅助类型的提升,来增加我们获取心理能量的途径,只有这样我们才能逐渐从山谷走到山峰。

confer 金花,又名“冠突散囊菌”,是对人有益的酵素类菌。“金花”能分泌淀粉酶和氧化酶,可催化茶叶中的蛋白质、淀粉转化为单糖,催化多酚类化合物氧化,转化成对人体有益的物质,使茶叶的口感等特性提高和优化。

Il fiore d’oro, noto anche come “batterio della corona”, è un fungo simile all’enzima benefico per l’uomo. “Golden Flower” può secernere amilasi e ossidasi, che possono catalizzare la conversione di proteine e amidi nel tè in monosaccaridi, catalizzare l’ossidazione dei composti polifenolici, convertirli in sostanze benefiche per il corpo umano e migliorare e ottimizzare il gusto del tè.

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