意到則氣到 dove si dirige l’attenzione si dirige il Qi/KI

意到氣到

Dove si dirige l’attenzione/intenzione si dirige il Qi/KI
(un certo tipo particolare di energia)

導引 DaoYin e QI GONG kiko氣功

 

Il daoyin 導引 dǎoyǐn è un metodo ginnico cinese per la cura della salute basato sull’integrazione di esercizio respiratorio, mentale, fisico e automassaggio.
Il termine daoyin è composto dalle parole dǎo 導 – “guidare, condurre” – e yǐn 引 – “tirare, tendere”. Secondo Li Yi 李頤, commentatore del Zhuangzi d’epoca Jin (265-420), il termine è da intendere come “guidare l’energia vitale per armonizzarla” e “tirare il corpo per ammorbidirlo”

Nell’antichità il qìgōng lo si chiamava dǎoyǐn (lett. “condurre e attirare”), 彭祖 Péng Zǔ (leggendario personaggio taoista che secondo la tradizione visse 800 anni) era noto come “il maestro del dǎoyǐn”, il Zhuāngzǐ di ciò scrisse: “condurre il qì induce all’armonia, attirare/guidare il corpo induce alla cedevolezza”.
Il simbolo nell’illustrazione in basso nr. 33 rappresenta il carattere 導 in epoca 商 Shāng, allora 導 dǎo e 道 dào avevano lo stesso significato.

Il 導引 è quel che i giapponesi chiamano dō-in

氣功古稱導引,彭祖是「導引之士」《莊子》為其寫到:「導氣令和,引體令柔」。下面圖中33號圖的符號為導字,商代「導」與「道」是一個意思

Conduire; guider (p. ex. : les souffles, en thérapeutique); rétablir ou maintenir les circulations vitales. 導 invece “condurre, guidare”, ma anche “istruire”, “nutrire”… l’immagine suggerita dall’insieme di semantoforo e fonoforo rimanda a una mano con il pollice che indica la via da seguire. In 導引 dǎo yǐn l’idea è di guidare/attirare il qì, ristabilendo o mantenendo la circolazione dell’energia vitale.

Confer consulenza

dr. Daniele Cologna sinologo

 導引

 

esercizi statici (jinggong 静功), che consistono nel mantenere una posizione immobile del corpo guidando mente e respiro secondo metodi particolari;

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esercizi dinamici (donggong 动功), che consistono nell’esecuzione di gesti atti a favorire e migliorare lo scorrimento dell’energia vitale (qi 氣 ) e del sangue nel corpo, mantenere attivi muscoli, tendini e ossa;

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esercizi di concentrazione tramite la focalizzazione su punti specifici del corpo o la visualizzazione di particolari percorsi interni o esterni al corpo: esercizi di respirazione (tuna 吐纳), tecniche di automassaggio (zimo 自磨), esercizi di allungamento (yinti 引体), ecc

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氣功

Il termine Qi gong /kiko si riferisce a una serie di pratiche e di esercizi collegati alla medicina tradizionale cinese e in parte alle arti marziali che prevedono la meditazione, la concentrazione mentale, il controllo della respirazione e particolari movimenti di esercizio fisico. Tale disciplina si pratica generalmente per il mantenimento della buona salute e del benessere sia fisici sia psicologici, tramite la cura e l’accrescimento della propria energia interna 氣 qi ki.

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Mithra archetipo del cacciatore ermetico

”Il mitraismo ha lasciato un importante messaggio.
I misteri di Mithra 
ci pongono in contatto con la presenza radicale e archetipica di forze terribili che, se ignorate e negate, immancabilmente ci travolgono; dobbiamo, invece, conoscere e apprendere la loro costituzione e divenire pronti e capaci di cavalcarle e domarle, fino al punto in cui la mano ferma sappia trarne la vita…”

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”I Misteri introducevano a quel sapere e a quell’arte.
Si trattava, 
beninteso, di un sapere arduo e di un’arte severa che aspiravano ad aprire una strada di speranza in un periodo di angoscia.
Tuttavia le religioni, anche dopo il loro tramonto, lasciano un insegnamento valido per ogni analogo tempo di smarrimento e di inquietudine.
Sta a noi 
ascoltarlo e adattarlo alla nuova forma dei problemi…”

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”La figura di Mithra si apre sullo sfondo dell’universo religioso, culturale, psicologico dei cacciatoriper i quali l’uccisione stabilisce nel tempo stesso la propria identità, istituisce la comunità ,garantisce la vita.

L’uccisione del toro o del Grande vivente rappresenta, in essa, l’inizio e insieme la conclusione.

Dal sangue che sgorga prende inizio una nuova umanità salva

et nos seruasti aeternali sanguine fuso

si leggeva nel mitreo di Santa Prisca a Roma.

Ma nessuno si salva se non sa percorrere il duro itinerario iniziatico, se non riesce ad avviare la trasformazione e il sacrificio di sé.

L’uccisione per eccellenza vede l’uomo al centro, vittima e sacrificatore, animale e cacciatore, morto e vivo.

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Le forze elementari che spingono alla caccia e ad aggredire la vittima in fuga sono le stesse che spingono a nutrirsi e a stringere il patto fra solidali che condividono il destino.
Sussiste un circolo inscindibile tra istinto di vita e istinto di

morte, tra creazione della morte e creazione della vita.

Il tema è l’incontro con la morte, e arcaicamente ogni morte è un’uccisione.
La morte, la morte data, è l’atto eminentemente sacro e creativo, che investe l’essere realissimo.
Su questo 
scenario si è sviluppata l’immensa problematica del sacrificio…
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.

Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”

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”Il culto mitriaco propone un itinerario di liberazione dal destino basato sulla capacità di sacrificio di sé.”
”I gradi dell’iniziazione mitriaca rappresenterebbero simbolicamente le tappe di un viaggio interiore che fornisce una chiave per affrontare e risolvere l’ordine dei pianeti e, mediante successive integrazioni, abilita al dominio delle potenze esterne.”
”I pianeti, grazie alla credenza in uno stretto rapporto analogico tra macrocosmo(l’universo) e microcosmo (l’uomo), non sono vissuti come realtà esclusivamente esterne e oggettive; decifrati in esperienze interne, ad essi corrispondono suoni, colori, emozioni, passioni, immagini.
Un discorso affine, in estrema sintesi, tornerà con l’astrologia esoterica  di
Bruno pensa che un severo e complesso esercizio di controllo della mente metta l’uomo in grado di controllare il mondo in cui vive.
In particolare egli si 
dedicò all’esercizio evocativo della memoria.

Le immagini che vivono nell’uomo  non sarebbero eventi puramente interiori bensì proiezioni del cosmo, e colui che le sa governare può anche governare il cosmo e rendersi libero. ”
”Colui che abbia raggiunto il controllo di sé per mezzo del sacrificio e della trasformazione acquista il potere di governare il destino e raggiunge la liberazione e la salvezza dal male.
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema 
formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.
Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”
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”Il culto di Mithra si diffonde particolarmente in ambito militare
attecchisce tra coloro che praticano giochi ad 
alto rischio
(gladiatura, corse nei circhi ed altro)

Il culto di 
Mithra viene introdotto a Roma tramite i soldati di Pompeo che ne erano venuti in contatto durante le spedizioni in oriente nel I secolo a.C

Mithra  è una divinità minore del Pantheon persiano, i persiani con cui Roma si scontrò erano gli eredi d’una delle più importanti civiltà indoeuropee
Nel mitraismo non c’è ombra del sentimento della colpa.
L’eroe divino non è un dio che muore.
La salvezza che da lui promana verso gli uomini non dipende dalla sua morte, ma dal fatto che egli dà la morte.
Dalla vittima che lui sacrifica scaturisce la vita e la salute.
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Per i mitriaci, in breve, si instaura un circuito in cui l’uomo capace di compiere il gesto sacrificale si trasforma e libera, e reciprocamente è capace di compiere il gesto supremo solo chi si trasforma e libera.

In ultima analisi, si libera solo chi è disposto a essere sacrificato
(una similitudine fortemente presente nei culti arcaici sciamanici)

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Un’ideologia severa, da reggitori e da soldati: il supremo atto di dare la morte – atto per eccellenza sacro – presuppone un’ascesi rigorosa per raggiungere la riappropriazione e la reintegrazione di sé.Le doti di equilibrio, dominio di sé,coraggio, attenzione non disincarnata e lunare per il mondo della laboriosa prassi,erano e sono le doti dei reggitori, tipiche di coloro che sono consapevoli che l’autentica arte del governo comporta un combattimento tra bene e male.

La civiltà morale di Roma pagana va disciolta dalle sovrapposizioni cristiane che l’hanno inquadrata in una prospettiva rovesciata rispetto a quella stoica.
Il dominio di sé e l’attitudine alla sobrietà  non ha niente a che vedere con il sentimento della colpa del vivere e con la mortificazione, al contrario essi celebrano un gusto pieno della libertà nel mondo per il mondo e certo non dal mondo.
Il Marco Aurelio che elogia la temperanza non è un moralista e un intimista, è un uomo di stato( vir agendi)

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”La temperantia è la severità, la sobrietà, l’operosità efficace e equilibrata di colui che tempera.
La temperanza si riferisce al lavorìo del tempo; essa è l’arte del tempo, la sua capacità di cuocere, rifondere, ridistribuire, preparare nel suo vaso.”

Il tempo si basa sul ritmo e sull’ordine.
E’ temperante colui che ha il sentimento del tempo.
Nessuna lentezza, nessuna fretta, nessuna eccitazione; piuttosto l’azione pacata e ferma che scaturisce dal dominio degli impulsi interni e degli impulsi esterni, dall’educazione a non cedere alle emozioni e alle passioni.

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”E non deve nemmeno riferirsi a un tempo estraneo e oggettivo, al giro degli astri di fronte al quale si sta passivi e che si subisce; il tempo deve essere governato e riavviato con creatività e originalità.”

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Confer
Maria Pia Rosati  e Giuseppe Lampis«átopon» rivista di Psicoantropologia
simbolica e Tradizioni religiose.

Storia di un Culto
Le prime notizie circa il Dio Mithra pervengono dall’arcaica tradizione dei Veda indù e precisamente dal più antico, il Rig-veda, risalente ad un epoca di diverse migliaia di anni fa più remota dalla nascita dell’età volgare, che inquadrano la divinità in questione come reggente di un mondo perfetto delle origini ormai dimenticato, protettore dell’Ordine Universale insieme al dio Varuna.

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Ritroviamo Mithra, poi, in un’altra tradizione di origine indoeuropea, precisamente in quella iranica, ove, oltre che nell’antico Iran, anche in zone come la Cappadocia, Commagene, del Ponto e le terra dei Mitanni-hurriti, assume la valenza del Numen Tutelare del Patto, del Giuramento: tale caratteristica, non solo valse l’acquisizione di un crisma prettamente guerriero, ma anche, nell’antica Persia, permise che il suo culto diventasse la base del sistema feudale dell’impero.

Il contatto con il mondo occidentale e quindi con la Romanità avvenne, con l’espandersi della stessa, ad opera dei legionari, anche se Plutarco nella “Vita di Pompeo” narra di “strani riti” celebrati dai pirati della Licia; il culto entrerà ufficialmente a Roma, poi, solo nel 66 d.C., portatovi da Tiridate, re dell’Armenia, in visita a Nerone.

Il contatto con il mondo greco-romano, con le sue istituzioni misteriche
(molte sono le similitudini con i Misteri di Eleusi) e con la filosofia neoplatonica – come dimostrano varie opere di Porfirio -forgiarono una vera e propria via iniziatica ermetica, riservata a pochi eletti, sempre al riparo nei suoi mitrei, nelle sue grotte sotterranee riservate al culto, che simbolicamente possiamo associare al mito platonico della caverna
Mithra nasce alchemicamente dalla pietra, come la vera Luce cova e si manifesta nell’oscurità della notte.
Solo una tarda volgarizzazione potè assimilargli il ruolo di Soter, Salvatore, spesso confuso erroneamente col Cristo, e una statalizzazione , voluta da Diocleziano, Galerio e Licino lo proclamò “Deo Soli Invicto Mithrae fautori imperii sui”, assimilando il culto a quello ufficiale ed imperiale di Helios, introdotto a Roma, da Emesa, da Aureliano.

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Il mito e la tradizione fanno ricordare Mithra per due momenti salienti del suo decorso esoterico, cioè per la sua nascita dalla roccia e per l’uccisione del toro sacrificale, che non assume il solo valore rinnovatore del cosmo, ma possiede una ben più alta e precisa valenza spirituale.

Tutto si inquadra in una visione del mondo prettamente solare, concepita tradizionalmente, militando, l’iniziato o il neofita, per lo schieramento avversario irriducibile delle Tenebre, di Arimanne, di Tifone-Seth, di Vediovis, ma anche di tutta la spiritualità lunare delle madri come Iside, Demetra e Astarte, quindi per lo schieramento di Eracle, del Marte romano, di Horus…naturalmente di Mithra.
Poco o nulla si potrà comprendere di tale culto misterico se non si farà propria tale prospettiva polare, tale atteggiamento guerriero, di superamento magico, quindi di superamento attivo.

confer Luca Valentini
Redattore del sito web EreticaMente, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea

Mani tese e gomiti difensivi nella arti marziali dell’antichità europea

Post, ubi confecti cursus et dona peregit, ‘nunc, si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis’: sic ait, et geminum pugnae proponit honorem, victori velatum auro vittisque iuvencum, allittensem atque insignem galeam solacia victo Poi, quando furon finite le corse consegnò i doni,Ora, se a qualcuno in petto (c’è) valore e coraggio forte, si presenti ed alzi le braccia con le palme legate: così disse, e propone doppio premio per la gara, al vincitore un giovenco velato d’oro e di bende,una spada ed uno splendido elmo, come consolazioni per il vinto

Virgilio, opera Eneide parte Libro V

 

Nelle raffigurazioni si possono notare le posizioni di guardia e di offesa con slancio di mani aperte e gomiti in fase difensiva, forse offensiva.

Gli artisti erano abbastanza precisi nelle loro raffigurazioni e mostrano una solida comprensione della meccanica del corpo. Un braccio di attacco esteso semi-disteso, braccio libero sollevato per un altro attacco / blocco. La gamba posteriore in atto di distensione per generare la catena cinetica dei colpi.

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Boxer a destra in difesa con una guardia di copertura che permette una difesa alta  quasi completa della testa e i gomiti puntati verso l’esterno hanno la possibilità di intercettare e danneggiare le mani dell’avversario.

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Si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis

 

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I dipinti della tomba forniscono le prove più estese per le immagini della boxe nell’arte etrusca: delle 198 tombe dipinte in tutta l’Etruria catalogate da S. Steingräber, a Chiusi e Tarquinia conservano scene di pugili e risalgono alla fine del sesto fino al secondo quarto del quinto secolo .
Nella maggior parte di questi casi, due pugili nudi, spesso muscolosi e pesanti, si trovano uno di fronte all’altro con i piedi per terra, a volte con un tallone sollevato; entrambe le braccia sono sollevate e i gomiti sono piegati .
In alcuni casi, uno o entrambi i piedi sono più lontani da terra, in modo che le figure sembrino “danzare” .

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Tomba del Poggio al Moro. Chiusi, 475–450.
Situla, Bologna Arnoaldi Tomb 96. (Per gentile concessione del Museo Civico Archeologico, Bologna.)
Bologna Arnoaldi Tomb 96. (Museo Civico Archeologico, Bologna.)

 

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Il Pugilatore a riposo

 

 

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La Cista Ficoroni è un cofanetto portagioielli, di rame e impropriamente detto in bronzo, decorato di forma cilindrica, finemente cesellato e sormontato da un coperchio ornato da tre sculture, per un’altezza di 77 centimetri. È il migliore reperto conosciuto, per dimensioni, qualità, ricchezza decorativa e stato di conservazione, di cista etrusco-italica.

 

Rappresenta un episodio delle iniziative dei Argonauti .

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I Dioscuri  Polluce  lega Amycus ad un albero mentre suo fratello, Castor,(forse) si allena su un sacco da boxe.
Nell’antica Grecia, il sacco da boxe era conosciuto come il Korykos.

 

αὐγῇ καθαρᾷ visione di Luce Pura Πλάτων, Platone

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διὰ τὸ μὴ ἱκανῶς διαισθάνεσθαι. δικαιοσύνης μὲν οὖν καὶ σωφροσύνης καὶ ὅσα ἄλλα τίμια ψυχαῖς οὐκ ἔνεστι φέγγος οὐδὲν ἐν τοῖς τῇδε ὁμοιώμασιν, ἀλλὰ δι ‘ἀμυδρῶν ὀργάνων μόγις αὐτῶν καὶ ὀλίγοι ἐπὶ τὰς εἰκόνας ἰόντες θεῶνται τὸ τοῦ εἰκασθέντος γένος: κάλλος δὲ τότ’ ἦν ἰδεῖν λαμπρόν, ὅτε σὺν εὐδαίμονι χορῷ μακαρίαν ὄψιν τε καὶ θέαν, ἑπόμενοι μετὰ μὲν Διὸς ἡμεῖς, ἄλλοι δὲ μετ ‘ἄλλου θεῶν, εἶδόν τεν
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Ora nelle copie terrene di giustizia e temperanza e nelle altre idee che sono preziose per le anime non c’è luce, ma solo alcune, avvicinandosi alle immagini attraverso gli oscuri organi di senso, vedono in esse la natura di ciò che imitano, e questi pochi lo fanno con difficoltà. Ma in quel momento videro la bellezza splendere di luminosità, quando, con un coro beato  – seguiamo  Zeus, ed altri  qualche altro dio – videro l’apparizione e la visione benedette e furono iniziati a ciò che è giustamente
chiamato
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250C
μακαριωτάτην, ἣν ὠργιάζομεν ὁλόκληροι μὲν αὐτοὶ ὄντες καὶ ἀπαθεῖς κακῶν ὅσα ἡμᾶς ἐν ὑστέρῳ χρόνῳ ὑπέμενεν, ὁλόκληρα δὲ καὶ ἁπλᾶ καὶ ἀτρεμῆ καὶ εὐδαίμονα φάσματα μυούμενοί τε καὶ ἐποπτεύοντες ἐν αὐγῇ καθαρᾷ, καθαροὶ ὄντες καὶ ἀσήμαντοι τούτου ὃ νῦν δὴ σῶμα περιφέροντες ὀνομάζομεν, ὀστρέου τρόπον δεδεσμευμένοι .
ταῦτα μὲν οὖν μνήμῃ κεχαρίσθω, δι ‘ἣν πόθῳ τῶν τότε νῦν μακρότερα εἴρηται: περὶ δὲ κάλλους, ὥσπεε
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250C
il più benedetto dei misteri, che abbiamo celebrato in uno stato di perfezione, quando non avevamo esperienza dei mali che ci attendevano nel tempo a venire, essendo ammessi come iniziati alla vista di apparizioni perfette, semplici, calme e felici, che abbiamo visto nella luce pura, essendo noi stessi puri e non sepolti in ciò che portiamo con noi e chiamiamo il corpo, in cui siamo imprigionati come un’ostrica nel suo guscio. 
Fedro ΦαῖδροςΠλάτων, Platone

“Potremmo ipotizzare che l’epopteia fosse un approfondimento nella forma della luce dell’esperienza dell’unità di tutte le cose già assaporata nella telete/myesis un consolidamento noetico di questo stato di coscienza,deputato dal tumulto emozionale, che contrasegnava il primo livello di iniziazione, tutto fondato sulla trance dinamica sollecitata dalla musica dal canto, dalla danza,dal caos:
Tutti modi per destrutturare, dionisicamente, l’ego ordinario e consentire un viaggio ad interiora terrae che è condito sine qua non di un effettivo percorso di illuminazione mistica e sapienziale..”

 Confer
Angelo Tonelli 
in Attraverso Oltre
pag. 38 Eleusis

L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”

Giorgio Colli

note

La cerimonia dell’iniziazione  teleté (τελετή)  collegata significativamente di télos (τέλος) che significa ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ma anche ‘pieno sviluppo’, ‘perfezione’, e dunque, di nuovo: rito, festa, mistero.(τελευτή), in oltre ‘fine’, ‘compimento’ ma anche ‘morte’: per questo dire ‘iniziazione’ era come dire ‘morte’, cioè passaggio (e ritorno) della psiche al mondo che le è proprio, cioè alla dimensione metafisica.

L’esperienza mistica culminante di tutto il processo iniziatico, il più alto grado dei misteri eleusini, era indicata col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’ l’epóptes (επόπτης) era sia l’officiante dei misteri che l’iniziato del grado più elevato. L’aggettivo epoptikós (εποπτικός) significava  ‘concernente i misteri’, ‘esoterico’, ‘contemplativo’ ed ‘epoptiche’ erano definite in Grecia le filosofie che assumevano come loro compito specifico l’introdurre a quella diretta conoscenza/esperienza metafisica che è lo scopo esplicito dei misteri.

Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa: conduco

Confer

Attilio Quattrocchi ”Le parole del sacro nella tradizione misterica”

Accademia Platonica

Cheironomia χειρονομία Skiamachia σκιαμαχία nel Pugilato arcaico pigmachia πυμαχία pygmachía, pugilātus

 La skiamachia, σκιαμαχία era  un combattimento simulato o “con l’ombra”

allenarsi in combattimento, combattendo con un avversario fantastico
προπόνηση σε μαχητικούς αγώνες , η μάχη με φανταστικό αντίπαλο

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Guanti da pugilato dell’antica roma

 

 

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Un altro esercizio, una specie di schermaglia con le mani senza avversario, era chiamato cheironomia χειρονομία.
Ambedue i termini sono citati, per esempio, da Pausania (VI, 10, 3) a proposito della statua di Glaukos di Caristo.
Un attrezzo di largo uso per la preparazione dei pugili era il korykos, un sacco di cuoio appeso al soffitto e riempito di cereali, di farina o di sabbia, che veniva utilizzato anche dai pancraziasti, ma era più grande e più pesante di quello dei pugili (Filostrato, 57).

Dai un pugno al korykos. Dettaglio della cista Ficoroni, opera italiana realizzata a Roma da Novios Plautios. Fine del IV secolo a.C., copia di un'immagine greca del IV secolo. Roma, Villa Giulia. Pfuhl, Malerei, iii. 254.
Dai un pugno al korykos. Dettaglio della cista Ficoroni, opera italiana realizzata a Roma da Novios Plautios. Fine del IV secolo a.C., copia di un’immagine greca del IV secolo. Roma, Villa Giulia. Pfuhl, Malerei, iii. 254.

Il korykos è visibile nella Cista Ficoroni e in una raffigurazione caricaturale in un vaso a figure rosse dell’Ermitage (V a.C.). Durante l’allenamento i giovani indossavano dei paraorecchi di lana coperti da cuoio, chiamati amphotides o epotides, che erano legati con sottili strisce di pelle intorno alla testa e sotto il mento.

In un vaso a figure nere (VI secolo a.C.), ora al Metropolitan Museum di New York, vediamo due pugili che si allenano al suono del flauto

Pelike a figure nere del pittore Acheloos, 510 a. C. Due pugili si allenano al suono del flauto. Metropolitan Museum di New York.
Metropolitan Museum di New York Pelike a figure nere del pittore Acheloos, 510 a. C. Due pugili si allenano al suono del flauto.

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La posizione iniziale di guardia assunta dai pugili (probolé) li mostra con il braccio sinistro disteso in alto verso l’avversario, a proteggersi il viso, e il destro piegato all’indietro, spesso più in alto delle spalle, pronto a colpire, ben saldi sulla gamba destra arretrata (la sinistra è talora leggermente piegata).
Come mostra in modo eloquente la tazza a figure rosse del 490 a.C. al British Museum, in cui si vedono due coppie di pugili con l’arbitro in mezzo.
Importantissimo, durante il combattimento, era il gioco delle gambe.
Stazio, infatti, così scrive di Alcimedonte: «Con rapidi movimenti evita mille colpi mortali indirizzati alle tempie; poi, ricorrendo all’aiuto dei piedi, ma pur sempre padrone della sua arte, arretra rivolgendo il volto all’avversario e continuando a parare i colpi» (VI, 792-795).

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Era esclusa qualsiasi presa al corpo dell’avversario per trattenerlo, né si poteva afferrargli le mani (tuttavia Àmico, allo stremo, blocca la mano sinistra di Polluce). Piuttosto che al tronco i pugni erano diretti al volto (fronte, naso, mento, mascelle), dove si causavano danni maggiori. Di colpi sul corpo abbiamo cenni in alcuni scritti, ma non ci sono raffigurazioni artistiche, salvo la scena dipinta in un’anfora a figure nere nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, in cui un pugile colpisce l’avversario addirittura ai genitali. Poco frequenti erano i colpi alle orecchie: l’esempio più terribile è il pugno con cui Polluce uccide Àmico nel racconto di Apollonio. Si poteva colpire anche con la mano aperta e, per quanto ne sappiamo, non esistevano regole che vietassero di percuotere un avversario già a terra. Gli artisti raffigurarono più volte il diretto e il montante.

 

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Il combattimento non contemplava frazioni di gara o intervalli, ma durava finché uno dei due pugili crollava privo di sensi oppure per resa, dichiarata sollevando l’indice di una mano (apagoreuein).

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Nel racconto di Teocrito (XXII, 105-107):
«Colpito, / cadde riverso tra le erbe fiorenti; ma si rialzò in piedi e l’aspra battaglia si riaccese».
Nell’anfora a figure rosse del pittore Pythokles, conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene (V secolo a.C.), uno dei pugili – colpito da un diretto – si arrende mentre cade alzando il dito indice della mano destra.
Altri esempi, in cui i pugili che si arrendono sono già in ginocchio, ce li offrono due anfore a figure nere, una del “pittore di Michigan” ai Musei Vaticani (VI secolo a.C.) e una al British Museum.

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Poiché non c’erano limiti di tempo, Melankomas della Caria, afferma Dione Crisostomo (Orazione XXIX), rimase sulla difensiva per due giorni interi, sfiancando l’avversario e vincendo il pugilato nel 49 d.C. Se i pugili erano d’accordo, l’arbitro poteva interrompere il combattimento affinché riprendessero le forze. Àmico e Polluce, sfiniti, si concedono una pausa (Apollonio, II, 85-90, e Flacco, IV, 279-283), come fanno Alcidamante e Capaneo (Stazio, VI, 796-801). Quando un incontro durava troppo a lungo, i giudici avevano facoltà di ordinare ai combattenti di scambiarsi colpi alternativamente senza difendersi (klimax). Si sorteggiava chi dovesse cominciare.

Il Pugilatore a riposo

Il Pugilatore a riposo

Virgilio, Eneide: Libro 06 – RITI PER GLI DEI DEGLI INFERI
quaeritur huic alius; nec quisquam ex agmine tanto audet adire virum manibusque inducere caestus Si cerca un altro per costui; e nessuno tra tanta folla osa affrontare l’uomo portare i cesti alle mani

Post, ubi confecti cursus et dona peregit, ‘nunc, si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis’: sic ait, et geminum pugnae proponit honorem, victori velatum auro vittisque iuvencum, allittensem atque insignem galeam solacia victo

 

 

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Poi, quando furon finite le corse consegnò i doni,Ora, se a qualcuno in petto (c’è) valore e coraggio forte, si presenti ed alzi le braccia con le palme legate: così disse, e propone doppio premio per la gara, al vincitore un giovenco velato d’oro e di bende,una spada ed uno splendido elmo, come consolazioni per il vinto

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Virgilio, opera Eneide parte Libro V

Per la pratica della disciplina  ARS DIMICANDI

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Διόσκουροι, Dióskouroi, Dioscuri

 

 

 

Càstore Κάστωρ,  Kástōr, Castōr,Pollùce o Polideuce Πολυδεύκης, PolydéukēsPollūx,  detti anche Tindaridi, da Tindaro, re di Sparta, sposo della loro madre Leda.
Diòscuri Διόσκουροι, Diòskuroi, composta da Διός (Diòs, “di Zeus”) e κοῦροι (kùroi,fanciulli) iòscuri ossia “figli di Zeus“.   Detti  CàstoriGemini e Tindaridi detenevano  abilità speciali  Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo pugilatore, erano anche considerati come protettori dei naviganti durante le tempeste marine e furono associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio nel cielo in prossimità dell’equinozio di primavera, poiché propiziava la semina dei campi e l’inizio della primavera stessa.

 

 

Nell’astronomia moderna Castore dà il nome ad Alpha Geminorum e Polluce a Beta Geminorum.440px-Gemini_Hevelius
Vengono talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica
Detengono una doppia paternità, nei miti di gemelli di diverse civiltà:

 

 

L’incontro di gemelli nella mitologia non è raro poiché, oltre alla presenza dei Diòscuri nella mitologia greca, romana ed etrusca, altre mitologie Indoeuropee hanno i loro equivalenti.
Nel Veda, il libro sacro degli Arii sono citati gli Ashvin che, al pari dei Diòscuri, vengono identificati con la costellazione dei Gemelli, nella mitologia baltica esistono gli Ašvieniai degli antichi Lituani e che prendono il nome di Dieva per gli antichi Lettoni.

 

 

Nella mitologia baltica Castore è l’equivalente di Autrympus e Polluce di Potrympus che sono considerati divinità come altri dei del loro Pantheon.
Nella mitologia germanica del popolo dei Naarvali esistono gli Alcis, altrettanto ritenuti divini e da Tacito direttamente associati ai Diòscuri.

presso gli scavi di Pompei è stata fatta un’altra importante scoperta pittorica. Infatti, gli archeologi hanno riportato alla luce un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
presso gli scavi di Pompei  un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.

Oltre ad un padre “celeste”, Zeus, unitosi a Leda sotto la forma di un cigno, ed un padre terrestre Tindaro ΤυνδάρεοςTyndáreos, re di Sparta.

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ZEUS

 

Il mito di Leda e il cigno rappresenterebbe la potenza sessuale maschile, che non si fa scrupoli a ingannare, pur di raggiungere il proprio scopo.
In molte culture, da quelle mediterranee a quelle nordiche, il cigno è un animale sacro, che incarna saggezza, purezza, potenza e coraggio.

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Lo stesso nome Leda vuol dire genitrice di uomini e dei.
Il cigno e l’uovo rimandano anche ai culti orfici, cerimonie sull’aldilà che si svolgevano nell’antichità, in Grecia e in Egitto.

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Dioscuri come Argonauti, compirono il viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al cinghiale calidonio

Il mito più popolare era il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi

Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.
Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.

Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vivono insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.

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Questa duplicità era miticamente fondata con il racconto della morte di uno di essi e l’offerta dell’immortalità fatta all’altro da Zeus: il superstite rifiutò l’immortalità se non poteva spartirla con il fratello, e allora ottenne che a giorni alterni, a turno, l’uno soggiornasse tra gli dei e l’altro giacesse agli Inferi.

Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell'altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella
Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell’altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella

L’ambigua condizione dei Dioscuri faceva di essi i perfetti mediatori tra la realtà umana e la realtà divina, così che divennero gli dei salvatori per eccellenza a cui si ricorreva nelle situazioni disperate ( pericoli di guerra e della navigazione).

In natura esiste un fenomeno atmosferico raro e sorprendente, noto come fuoco di Sant’Elmo. Tale fenomeno si presenta per lo più prima di un temporale, quando  possono formarsi dei bagliori blu, simili a delle fiamme, in prossimità di oggetti appuntiti. I fuochi di Sant’Elmo sono conosciuti soprattutto dai marinai, gli alti alberi delle imbarcazioni a vela funzionavano come delle antenne, alle cui estremità era più facile che si formassero i bagliori
Le inspiegabili fiammelle blu significavano che la nave era stata raggiunta dai Diòscuri (Διόσκουροι, Diòskuroi), coppia di fratelli divini che avrebbero vigilato sui marinai salvandoli dalla tempesta.

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Il loro culto dall’originaria Laconia si diffuse per tutta la Grecia, e, in epoca ellenistica, le loro caratteristiche soteriologiche assunsero venature più spirituali e mistiche.
A Roma il loro culto fu riconosciuto ufficialmente con la motivazione di un loro intervento decisivo nella battaglia del lago Regillo (496 a. C.).
Il loro ruolo di cavalieri e pugili li ha anche portati a essere considerati i patroni degli atleti e delle gare atletiche.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.

Compivano le loro gesta sempre uniti: Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti).
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante

A Sparta i Dioscuri presiedevano alle gare equestri e agli agoni ginnici, ed ebbero feste in tutta la Grecia. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e in Roma.
La festa annua in Roma in loro onore si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a.C.)
Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini.

l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.
l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.

Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini.

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La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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I Dioscuri sono raffigurati di solito in nudità eroica,  con mantello dietro le spalle, clamide, chlamys -y̆dis, gr. χλαμύς -ύδος, in testa portano il pileo conico sormontato da una stella;  il pilos (πῖλος), simboleggiava forse i resti dell’uovo da cui erano nati, era un elmo/capello conico di origine greca che riproduce le fattezze di un tipo di berretto molto diffuso.

 

 

Apparve nel V secolo a.C., trovando ampia diffusione tra gli Spartani, successivamente utilizzato dal Battaglione Sacro Tebano e poi dagli eserciti ellenistici. Contemporaneamente si diffuse ampiamente anche nella Magna Grecia.
In mano hanno la lancia, e si presentano  sia a cavallo, sia accanto al cavallo mentre lo tengono per il morso.

Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum
Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum

 

Compaiono sia isolati (rilievi arcaici di Sparta, statue frontonali di Locri, colossi del Quirinale), sia nei vari episodi del mito, come la nascita dall’uovo di Leda (in diverse figurazioni vascolari), la lotta con gli Afaridi (metopa del tesoro dei Sicioni a Delfi), il ratto delle Leucippidi (idria di Midia, tavolette fittili di Taranto, stucchi della basilica di Porta Maggiore a Roma), la partecipazione all’impresa degli Argonauti .

gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.
i gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.

Su rilievi votivi sono raffigurati con una varietà di simboli che rappresentano il concetto di gemellaggio, come il dokana (δόκανα )una coppia di anfore , una coppia di scudi o una coppia di serpenti.

 

 

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Numerose le figurazioni monetali (Taranto, Roma, Oriente greco).

 Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Le tre colonne solitarie che si possono vedere al Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.
Le tre colonne solitarie nel Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.

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0ὐροβόρος Uroboro

Uroboro deriva dal greco οὐροβόρος/οὐρηβόρος (ὄφις)ourobóros/ourēbóros (óphis) composto di οὐρά (coda) e del suffisso -βόρος, corrispondente al latino -voro; dunque (serpente) che si morde la coda, un’etimologia «ermetica» legata alla tradizione alchimistica, un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche. Rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine.

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Apparentemente immobile, ma in eterno movimento, rappresenta il potere che divora e rigenera se stesso, l’energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose che ricominciano dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine. Simboleggia quindi l’unità, la totalità del tutto, l’infinito, l’eternità, il tempo ciclico, l’eterno ritorno, l’immortalità e la perfezione

compendio alchemico pandora explicata del 1706 di johann michael faust con l'ouroboros doppio
compendio alchemico pandora explicata del 1706 di johann michael faust con l’ouroboros doppio

Nella tradizione alchemica l’Ouroboros è un simbolo palingenetico (dal greco πάλινpalin, “di nuovo” e γένεσιςgénesis, “creazione, nascita”, ovvero “che nasce di nuovo”) che rappresenta il processo alchemico, il ciclico susseguirsi di distillazioni e condensazioni necessarie a purificare e portare a perfezione la “Materia Prima”. Durante la trasmutazione la Materia Prima si divide nei suoi principi costitutivi, per questo motivo l’Ouroboros alchemico viene spesso rappresentato anche nella forma di due serpenti che si rincorrono le code. Quello superiore, alato, coronato e provvisto di zampe rappresenta la Materia Prima in forma volatile, quello sottostante il residuo fisso, dalla loro ri-unione in un unico Ouroboros con le zampe e incoronato (quindi vincitore), si ottiene la pietra filosofale, il “grande elisir” o “quintessenza”

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La Chrysopoeia di Cleopatra (da χρυσόςchrysós, “oro” e ποιεῖνpoieîn, “fare”), contiene l’immagine di un Ouroboros, metà bianco e metà rosso, con all’interno la scritta ἒν τὸ Πᾶν (hèn tò Pân), traducibile come “l’Uno (è) il Tutto” oppure «Tutto è Uno».

 

Ἀλαλά Alalà spirito della battaglia

Divinità Femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti. Figlia di Polemos, Alalà accompagnava in battaglia il dio della guerra Ares: secondo le tradizioni degli Antichi, il grido di battaglia del Dio greco consisteva infatti nel suo nome “Alale alala”, si suppone che l’utilizzo di questa parola sia derivato per onomatopea dall’inquietante gracchiare emesso dai corvi che, all’epoca, sorvolavano a migliaia i campi di battaglia, per cibarsi dei cadaveri insepolti

“Harken! O Alala , figlia di Polemos ! Preludio di lance! A cui i soldati vengono sacrificati per amore della loro città nel santo sacrificio della morte “

Pindaro, frammento di Dithyrambs 78 (trans. Sandys) (lirica greca C5 a.C.)

Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.
Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.

 

 

Gli spiriti Homados, Alala, Proioxis  Palioxis  Ioke , Alke e Kydoimos erano probabilmente annoverati tra i Makhai.
“Ma aborrendo Eris  nuda dolorosa Ponos , Lethe , e Limos , e l’Algea , pieni di pianto, l’Hysminai  e il Makhai , il Phonoi  e l’Androktasiai , il Neikea , lo Pseudo-Logoi , l’Amphilogiai  e Dysnomia  e Ate , che condividono la natura dell’altro, e Horkos ”

Esiodo, Teogonia 226 segg.  (epica greca C8 o C7 a.C.)

 

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Ἄρης,  Ares ( Mars Marte nella religione e cultura romana),  figlio di Zeus ed Era, dio della guerra. Fratellastro della dea Atena, entrambi sono dei della guerra, Ares predilige della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena è dea della guerra intesa come strategia e scaltrezza,sorella di Ares è Eris, dea della discordia.
Marte nel culto dell’antica Roma assume tratti più temperati e virtuosi (MOS MAIORUM )

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Ares nasce in Tracia da Zeus ed Era. In Tracia Ares fugge una volta che viene scoperto da Efesto insieme alla moglie di quest’ultimo, Afrodite.
Secondo alcuni mitografi, Ares viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia.
Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio.
Altri dei suoi compagni di lotta erano , Deimos Δεῖμος,  o anche Demo o Dimo la divinizzazione del terrore che suscita la guerra, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos Πόλεμος ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia.
I MAKHAI (Machae) Μαχη Μαχαι erano gli spiriti personificati ( demoni ) della battaglia e del combattimento.

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Le Hysminai ( ὑσμῖναι; singolare: hysmine ὑσμίνη) Discendenti di Eris, Ἔρις, «conflitto, lite, contesa sono personificazioni della battaglia.

Palioxis Παλίωξις era il simbolo della ritirata in battaglia

Proioxis  Προΐωξις era la personificazione dell’impeto in battaglia

Cidoimo Κυδοιμός del frastuono della battaglia, della confusione, del trambusto e del tumulto.

Tra i suoi compagni/e di avventura vi era Κῆρα la Morte violenta  nata da Nyx (Nύξ, la Notte) per partenogenesi, poi, al verso 217 è menzionata in plurale, le Keres (Κῆρας), sempre figlie di Nyx, da intendersi come inviate del Destino. Queste ultime a volte sono identificate con le Moire.

«Νὺξ δ᾽ ἔτεκεν στυγερόν τε Μόρον καὶ Κῆρα μέλαιναν
καὶ Θάνατον, τέκε δ᾽ Ὕπνον, ἔτικτε δὲ φῦλον Ὀνείρων·
— οὔ τινι κοιμηθεῖσα θεὰ τέκε Νὺξ ἐρεβεννή, —
δεύτερον αὖ Μῶμον καὶ Ὀιζὺν ἀλγινόεσσαν
Ἑσπερίδας θ᾽, ᾗς μῆλα πέρην κλυτοῦ Ὠκεανοῖο
χρύσεα καλὰ μέλουσι φέροντά τε δένδρεα καρπόν.
Καὶ Μοίρας καὶ Κῆρας ἐγείνατο νηλεοποίνους,
[Κλωθώ τε Λάχεσίν τε καὶ Ἄτροπον, αἵτε βροτοῖσι
γεινομένοισι διδοῦσιν ἔχειν ἀγαθόν τε κακόν τε,]
αἵτ᾽ ἀνδρῶν τε θεῶν τε παραιβασίας ἐφέπουσιν·
οὐδέ ποτε λήγουσι θεαὶ δεινοῖο χόλοιο,
πρίν γ᾽ ἀπὸ τῷ δώωσι κακὴν ὄπιν, ὅς τις ἁμάρτῃ.»
«La Notte a luce die’ l’odïoso Destino la Parca
negra la Morte il Sonno fu madre alla stirpe dei Sogni
(né con alcuno giacque per dar loro vita l’Ombrosa).
Poi Momo partorí la sempre dogliosa Miseria
l’Espèridi che cura di là dall’immenso Oceàno
hanno degli aurei pomi degli alberi gravi di frutti
e le dogliose Moire che infliggono crudi tormenti.»
(Teogonia, versi 212-222)

Nell’Iliade viene raffigurata, assieme a Eris (Ἔρις, la Discordia) e a Cidoimo (Κυδοιμὸς, il Tumulto) nel campo di battaglia, con un lungo mantello macchiato dal sangue degli uomini uccisi che da lei stessa venivano portati al cancello dell’oltretomba.

«ἐν δ’ Ἔρις ἐν δὲ Κυδοιμὸς ὁμίλεον, ἐν δ’ ὀλοὴ Κήρ,
ἄλλον ζωὸν ἔχουσα νεούτατον, ἄλλον ἄουτον,
ἄλλον τεθνηῶτα κατὰ μόθον ἕλκε ποδοῖιν·
εἷμα δ’ ἔχ’ ἀμφ’ ὤμοισι δαφοινεὸν αἵματι φωτῶν.
ὡμίλευν δ’ ὥς τε ζωοὶ βροτοὶ ἠδ’ ἐμάχοντο,
νεκρούς τ’ ἀλλήλων ἔρυον κατατεθνηῶτας.»
«Scorrea nel mezzo Eris, e seco
era il Kydoimos e la terribil Ker
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente.»

Eschilo, nella sua tragedia Ψυχοστασία (La pesatura delle vite) descrive la battaglia tra Achille e Memnone, in cui immediatamente prima Zeus ne pesa le Κῆρας (Kères), intese qui quali fatigeni della morte, o appunto, le vite dei guerrieri
In quest’ultima identificazione, come le anime dei morti, è ripresa talvolta nella tradizione popolare, nelle quali necessitano di sacrifici per essere placate.

Kerostasia – La decisione della sorte della battaglia tra Achille e Memnone. Schizzo da urna cineraria, sud Italia, 330 a.C.  Rijksmuseum, Amsterdam

 

 

 

 

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