Il simbolo dei Dioscuri: il Dokana, un “π”, rappresentato a modo di tripode stilizzato, con due serpenti laterali.
I DiòscuriΔιόσκουροι, Dióskouroi – in latino Dioscuri CàstoreΚάστωρ, -ορος – Kástōr, in latino Castōr, -ŏris e Pollùce o PolideuceΠολυδεύκης, -ους – Polydéukēs, in latino Pollūx, -ūcis, sono due personaggi della mitologia greca, etrusca e romana, avevano entrambi una propria specificità: Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo nel pugilato
Δόκανα
”Una struttura in legno composta da due pali paralleli eretti e collegati da una o due travi trasversali, costruita nei luoghi di culto e alle spalle degli altari. M. Nilsson, ad esempio, suggeriva che potesse derivare da un originario culto degli alberi, perpetuando in forme simboliche modi di venerazione ancestrale
Altri, invece, partendo da alcune indicazioni delle fonti, vi hanno ravvisato una porta rituale, la costruzione di un infisso privo di battenti che poteva rappresentare in maniera ideale il passaggio tra mondo reale e inferio lo schienale di un trono, del tipo di quelli allestiti per le divinità, troni-altare’attestati nella cultura funeraria dell’Etruria meridionale,potrebbe essere una porta destinata allo svolgimento di riti di passaggio e riprende una vecchia proposta che li collega al tigillum sororium di Roma, sottolineando quindi il carattere iniziatico del culto.” In chiave simbolica, come immagine astratta della philadelpheia tra i due gemelli,dell’amore fraterno espresso dal collegamento indissolubile tra i due montanti.
Dioscuri
Plutarco afferma esplicitamente, infatti, di riportare una convinzione degli Spartani, non una sua opinione: ”Gli Spartani chiamano dokana le antiche immagini dei Dioscuri; consistono in due legni paralleli congiunti da due traverse”
Presso Sparta i Dioscuri sono strettamente associati alla doppia regalità che caratterizza la monarchia spartana
«Quando infine l’esercito era schierato al cospetto dei nemici, il re sgozzava una capra, invitava tutti a incoronarsi di fiori e ordinava ai flautisti di suonare l’inno a Castore; e senz’altro egli stesso intonava una marcia»
Questa canzone di guerra, nota come Kastòreion, «il ritmo di marcia che gli Spartani suonano in battaglia» ed era collegato ad una danza ritmata.
Si narra che i gemelli divini avessero insegnato agli Spartani a ‘danzare la cariatide’karyatìzein e di seguito riporta una descrizione della pratica svolta dagli efebi nella loro agogè ἀγωγή
(era un rigoroso regime di educazione e addestramento basato su disciplina e obbedienza cui era sottoposto ogni cittadino spartano, comprese le due dinastie reali (Agiadi ed Euripontidi), fin dall’età di 7 anni. Comprendeva la separazione dalla famiglia, la coltivazione della lealtà di gruppo, l’allenamento alla guerra e alla pratica militare, caccia, danza e preparazione per la società e per l’attività civile.)
Giovani spartani che si esercitano (o “L’educazione degli spartiati”), di Edgar Degas. Londra, National Gallery.
«Puoi ancora vedere i loro efebi imparare a danzare non meno che a combattere: quando smettono di lottare con le mani, di colpire ed essere a loro volta colpiti, la loro lotta si conclude con una danza. Un flautista sta seduto in mezzo a loro, accompagnandoli con la musica e battendo il ritmo con i piedi, mentre essi, in fila uno dietro l’altro, camminano seguendo il ritmo e fanno gesti di ogni genere, ora guerreschi, ora corali, graditi a Dioniso e ad Afrodite».
Questo indirizzo di ricerca, da approfondire anche in considerazione della complessità rituale e delle figure divine coinvolte, sembra suggerire la possibilità che i due gemelli divini possano anche aver avuto competenze di culto distinguibili e che la differenza tra Castore, militare e cavaliere, e Polluce, efebo e atleta, corrisponda a due aspetti complementari all’ interno dei ruoli sociali primari della comunità maschile spartana.
Non a caso il mito dei due gemelli divini ha costituito anche un paradigma esemplare dal punto di vista educativo e morale:
infatti non bisogna sottovalutare neanche la lettura di Plutarco del culto dei dokana dal momento che il modello di philadelpheia Φιλαδέλφεια (da φιλέωphiléō “amare” e ἀδελφός adelphós “fratello”) spinto sino
all’accettazione della morte costituisce un valore importante nel costume militare arcaico, che puntava proprio sulla costruzione di un forte rapporto di reciprocità tra gli Spartiati, importante soprattutto nella conduzione della guerra.
Confer
Enzo Lippolis, Rituali di guerra: i Dioscuri a Sparta e a Taranto
Per la tradizione romana, il Tigillum Sororum (trave della sorella) era un trave di legno, posto tra due pali, sotto il quale fu fatto passare l’Orazio supersiste come rito di espiazione (passare sotto il giogo) per aver ucciso la sorella Camilla. Di fatto, si tratterebbe del primo Arco costruito a Roma. L’arco sarebbe stato posto vicino agli altari di Giunone Sororia e di Giano Curiazio
Sotto questo arco ligneo passavano i soldati romani ogni 1º ottobre, quindi al termine della stagione della guerra, come atto di purificazione
Divinità Femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti. Figlia di Polemos, Alalà accompagnava in battaglia il dio della guerra Ares: secondo le tradizioni degli Antichi, il grido di battaglia del Dio greco consisteva infatti nel suo nome “Alale alala”, si suppone che l’utilizzo di questa parola sia derivato per onomatopea dall’inquietante gracchiare emesso dai corvi che, all’epoca, sorvolavano a migliaia i campi di battaglia, per cibarsi dei cadaveri insepolti
“Harken! O Alala , figlia di Polemos ! Preludio di lance! A cui i soldati vengono sacrificati per amore della loro città nel santo sacrificio della morte “
Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.
Gli spiriti Homados, Alala, Proioxis Palioxis Ioke , Alke e Kydoimos erano probabilmente annoverati tra i Makhai.
“Ma aborrendo Eris nuda dolorosa Ponos , Lethe , e Limos , e l’Algea , pieni di pianto, l’Hysminai e il Makhai , il Phonoi e l’Androktasiai , il Neikea , lo Pseudo-Logoi , l’Amphilogiai e Dysnomia e Ate , che condividono la natura dell’altro, e Horkos ”
Esiodo, Teogonia 226 segg. (epica greca C8 o C7 a.C.)
Ἄρης, Ares ( Mars Marte nella religione e cultura romana), figlio di Zeus ed Era, dio della guerra. Fratellastro della dea Atena, entrambi sono dei della guerra, Ares predilige della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena è dea della guerra intesa come strategia e scaltrezza,sorella di Ares è Eris, dea della discordia.
Marte nel culto dell’antica Roma assume tratti più temperati e virtuosi (MOS MAIORUM )
Ares nasce in Tracia da Zeus ed Era. In Tracia Ares fugge una volta che viene scoperto da Efesto insieme alla moglie di quest’ultimo, Afrodite.
Secondo alcuni mitografi, Ares viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia.
Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio.
Altri dei suoi compagni di lotta erano , Deimos Δεῖμος, o anche Demo o Dimo la divinizzazione del terrore che suscita la guerra, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos Πόλεμος ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia.
I MAKHAI (Machae) Μαχη Μαχαι erano gli spiriti personificati ( demoni ) della battaglia e del combattimento.
Le Hysminai ( ὑσμῖναι; singolare: hysmine ὑσμίνη) Discendenti di Eris, Ἔρις, «conflitto, lite, contesa sono personificazioni della battaglia.
Palioxis Παλίωξις era il simbolo della ritirata in battaglia
Proioxis Προΐωξις era la personificazione dell’impeto in battaglia
Cidoimo Κυδοιμός del frastuono della battaglia, della confusione, del trambusto e del tumulto.
Tra i suoi compagni/e di avventura vi era Κῆρα la Morte violenta nata da Nyx (Nύξ, la Notte) per partenogenesi, poi, al verso 217 è menzionata in plurale, le Keres (Κῆρας), sempre figlie di Nyx, da intendersi come inviate del Destino. Queste ultime a volte sono identificate con le Moire.
«La Notte a luce die’ l’odïoso Destino la Parca
negra la Morte il Sonno fu madre alla stirpe dei Sogni
(né con alcuno giacque per dar loro vita l’Ombrosa).
Poi Momo partorí la sempre dogliosa Miseria
l’Espèridi che cura di là dall’immenso Oceàno
hanno degli aurei pomi degli alberi gravi di frutti
e le dogliose Moire che infliggono crudi tormenti.»
(Teogonia, versi 212-222)
Nell’Iliade viene raffigurata, assieme a Eris (Ἔρις, la Discordia) e a Cidoimo (Κυδοιμὸς, il Tumulto) nel campo di battaglia, con un lungo mantello macchiato dal sangue degli uomini uccisi che da lei stessa venivano portati al cancello dell’oltretomba.
«Scorrea nel mezzo Eris, e seco
era il Kydoimos e la terribil Ker
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente.»
Eschilo, nella sua tragedia Ψυχοστασία (La pesatura delle vite) descrive la battaglia tra Achille e Memnone, in cui immediatamente prima Zeus ne pesa le Κῆρας (Kères), intese qui quali fati, geni della morte, o appunto, le vite dei guerrieri
In quest’ultima identificazione, come le anime dei morti, è ripresa talvolta nella tradizione popolare, nelle quali necessitano di sacrifici per essere placate.
Kerostasia – La decisione della sorte della battaglia tra Achille e Memnone. Schizzo da urna cineraria, sud Italia, 330 a.C. Rijksmuseum, Amsterdam
Ogni anima (è) immortale. Infatti, ciò che si muove sempre (è) immortale; ciò che invece muove altro ed è mosso da altro, quando ha la cessazione del movimento, ha la cessazione della vita.
Platone Fedro 245c 245a
Tutte le anime che non sono state iniziate provando un grande tormento si allontanano dalla visione dell’Essere e, essendosi del tutto distaccate dalla Verità si nutrono con il cibo dell’opinione. Ma a causa di ciò esse provano una grande e tormentosa difficoltà a vedere la pianura della verità e scoprire dov’è: il pascolo che si addice alla parte migliore dell’anima si trae appunto dalla prateria di lassù, e di questa si nutre la natura delle penne e delle piume da cui l’anima, resa leggera, viene sollevata”
Platone, Fedro, 244 e – 245
ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ
‘Misteri’ designa diverse ‘forme’ di culto proprie dell’antichità greca i cui ‘rituali’, le cui ‘dottrine’, le cui ‘esperienze’ erano rigorosamente tenuti segreti, riservate agli iniziati, i quali avevano l’obbligo di non profanare il segreto, che doveva rimanere ineffabile, l’obbligo del silenzio esuchìa ησυχία, definiva anche i significati di ‘calma’, ‘tranquillità’, ‘quiete’, ‘pace’, ‘riposo’ e si associava il concetto che l’esperienza misterica tale da non poter essere ‘rivelata’ o ‘descritta’ neanche volendolo fare.
Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD
Mysterion μυστήριον, nella consuetudine greca, generalmente usato al plurale tà mystèria (τά μυστήρια), derivare dal verbo myo μύω che significa ‘chiudere gli occhi e le labbra’ ma anche, per traslato, ‘essere calmo’, ‘rimanere silenzioso’, molti sono i riferimenti in variegate culture all’importanza dell’acuire i sensi tramite l’ascolto silenzioso.
Vi è una probabile connessione con arcaica radice indoeuropea ‘mu’ che indicava il dito posto sulle labbra per intimare il silenzio, radice che è anche alla base dei verbi latini musso e muttio, che vogliono dire appunto ‘tacere’, ‘balbettare’ e dell’aggettivo, usato anche come sostantivo, mutus.
Il termine si può intendere come”respiro”, “aria”, “soffio vitale” Nelle diverse epoche e nei diversi sistemi di credenza e approcci filosofici varia l’accezione, anche all’interno di medesime correnti di pensiero. Presso i presocratici con questo termine si intendeva l’anima, principio originario, l’arché ἀρχή, connesso alla vita, impalpabile e invisibile. Per i filosofi stoici στοά ποικίλη (portico dipinto in cui si radunavano ) il termine è assimilato allo spirito (essenza). Il pneuma come spirito appartiene al dio che dà vita alle cose e le guida secondo i suoi voleri. Il pneuma, che è riscaldato dal fuoco, raffreddandosi dà quindi origine all’acqua, e infine all’elemento solido (terra): sono i quattro elementi che compongono l’universo. Nello gnosticismo (γνῶσις conoscenza ) il termine è presente nella tricotomia πνεῦμα, ψυχήe σῶμα, che porta alla distinzione, tra ‘uomo pneumatico’, ‘uomo psichico’ e ‘uomo ilico’ (o ‘materiale’). Nella filosofia negli autori rinascimentali, come Agrippa di Nettesheim, Paracelso, Giordano Bruno che secondo le credenze magiche e le scienze occulte del tempo intendevano il pneuma come strumento di cui si serviva la divinità per influire sulle azioni umane.