Era il tempo del monsone, la stagione delle piogge, e anche se Bangkok era all’asciutto, il Nord non lo era. Le piogge arrivavano spesso, accompagnate prima da una brezza e poi da un vento che correva fra gli alberi, che frullava e mulinava il fogliame in potenti turbini, mentre il cielo si raffreddava e si oscurava. A volte c’era il tuono, altre volte no, solo la pioggia, che poteva trasformarsi in un rovescio spettacolare, o restare per ore un picchiettio costante, che gocciolava fra le foglie larghe e pesanti.
Da solo nella mia stanza, con i sensi acuiti, sentivo le lucertole sul tetto mentre pattugliavano i bordi delle finestre, in cerca di insetti attratti dalla luce. A volte, dalle finestre filtrava chiaramente della musica rock o pop thailandese, e all’inizio pensavo che provenisse dal paese sottostante. «Oh no, qualcuno ha messo a palla quella schifezza» pensavo. Un giorno, appena terminata la mia mezz’ora di meditazione, era partita la techno e mi ero precipitato fuori, per capire da dove provenisse, scoprendo che veniva dal seminterrato del mio cottage. Bussai alla porta ma non ricevetti risposta. Più tardi, Ajahn si mostrò contrito quando glielo raccontai: «Ah, sì, è un monaco, è mio cugino».
«Puoi chiedergli di usare le cuffie o qualcosa del genere?» Ajahn mi guardò a lungo. «Ti spostiamo» disse poi. «Lui è un po’ disturbato.»
Se dovessi mai fare un monologo di cabaret sulla mia permanenza in un centro di meditazione buddhista nel Nord della Thailandia, ci sarebbe di sicuro un pezzo chiamato “Il monaco nel sottoscala”. Un altro monaco, un thailandese che aveva frequentato l’università nell’Indiana, mi accompagnò nel cammino del giorno seguente e mi diede la sua solidarietà. «È terribile, disturbarti così» disse. «Sei venuto per l’isolamento più totale e quello ti spara la techno. E che cazzo!»
Il quarto giorno, dopo il canto serale, quando tutti lentamente si erano alzati e iniziavano a camminare, Panyavudo mi si avvicinò e mi chiese, senza giri di parole: «Ti hanno mai fatto un rito di magia nera?» nello stesso modo con cui avrebbe potuto chiedere a un ubriaco se aveva bevuto.
«Non credo proprio» risposi io. «Vedo delle strisce rosse intorno al tuo petto, proprio qui, sopra le costole» e mi passò le mani sopra le costole, dove mi ero fatto male. Fui piuttosto scioccato.
Le costole mi stavano dando fastidio, e forse aveva notato che le massaggiavo, ma di certo non ne avevo parlato con nessuno. Mi condusse in un angolo tranquillo, mi sedetti e lui sedette dietro di me, mi poggiò i piedi contro la schiena, concentrando l’energia su di me per sciogliere i nodi e – chi lo sa? – forse mi sentii meglio.
Devi stare attento» mi disse poi. «Capita a volte, prima di un incontro, che a un combattente diano qualcosa di strano da mangiare o da bere o che gli lancino una maledizione». Avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto sentire strano? Non era un evento raro, in Thailandia.
Ci volle tempo, ma alla fine convinsi Panyavudo a parlarmi della magia nera. C’erano alcuni monaci che praticavano la magia, la capivano e la usavano per contrastare la magia negativa che incontravano, quelli che realizzavano amuleti benedetti e che lavoravano con i thailandesi più superstiziosi. A quanto pare, Panyavudo era uno di loro. Certamente Ajahn Suthep non lo era, invece. Rideva e poi raccontava la storia di un famoso monaco mago, che faceva potenti incantesimi. «Ma quando era malato, andava comunque all’ospedale. Perché? Morirà comunque. Non ci credo, alla magia». E Ajahn rideva, un bambino grasso e soddisfatto di sé.
A Panyavudo era stato detto di ignorare la magia e per quattro anni aveva seguito l’indicazione. Di recente aveva deciso che doveva invece abbracciarla e conoscerla, per poterla lasciare in seguito e proseguire nel cammino verso l’illuminazione. Aveva percepito che il comprenderla, ora, faceva parte del suo dovere, un concetto molto importante per i monaci.
«La magia è frutto di intensa concentrazione» mi spiegò, sbattendo le palpebre dietro le lenti (spesse, ma non quanto quelle di Ajahn). Un esperto di arti magiche può concentrarsi, entrare in contatto con la tua mente e influenzarla con pensieri estranei.Per combatterlo bisogna ricorrere alla coscienza e alla consapevolezza, e mantenere forte la mente in modo che sia in grado di difendersi, riconoscendo i pensieri che le sono propri rispetto a quelli che potrebbero esservi stati introdotti da qualcun altro. Non devi dire l’ora della tua nascita a nessuno» mi disse Panyavudo, perché questo dato, stando a lui, poteva aiutarli a individuarti.
Per contrattaccare dovevi essere consapevole e conoscere te stesso, avere fiducia nelle tue sensazioni. Se una persona ti passa qualcosa da mangiare, prova a sentirlo per qualche minuto, avverti che tipo di vibrazione trasmette.
Spiegò che la pratica del tai chi mi avrebbe aiutato, come la meditazione e la consapevolezza. Potevo anche sperimentare la “meditazione compassionevole”, in cui dirigi pensieri positivi sulle persone che ami, che ti piacciono, che ti sono indifferenti, che non ti piacciono, purché siano del tuo stesso sesso. «Ma non sui defunti, perché quello può attirare gli spiriti». Il dolore può essere il residuo di spiriti che sono stati feriti – quello delle formiche che avevo…
eliminato dal bagno, per esempio, o di qualcuno a cui avevo fatto un torto. Quest’ultima cosa mi diede da pensare.
«Le energie negative possono ritorcersi contro di noi e abbiamo a disposizione ottant’anni di vita» lo disse come se fosse un dato assodato «per cui sii cauto, perché possono accumularsi e farti del male. Sii gentile e dimostra il tuo amore».
Panyavudo era un uomo intelligente e colto, che aveva vissuto in Olanda e in Germania fra i ventidue e i ventiquattro anni, per poi lavorare nel settore dell’import-export e al parlamento di Bangkok. Non era uno sciocco contadino superstizioso, faceva parte a pieno titolo del mondo moderno.
Mi guardò a lungo, e poi disse: «C’è una fascia di metallo intorno alla tua testa e alla tua fronte, una stretta fascia d’oro». Si passò le dita intorno al capo, per farmi capire cosa intendeva. «Significa qualcosa, per te?»
Scossi il capo.
«Allora forse dovresti occupartene» disse, sorridente come sempre. «Hai bisogno di vedere il lato spirituale del combattimento e dell’autodifesa, oltre al lato fisico e mentale. Le persone si allenano per costruire la volontà di combattere, ma la magia nera può distruggerla».
A partire dal sesto giorno si era verificata una specie di svolta e i miei attacchi di noia assoluta stavano sparendo. In fondo, che cos’è la noia? È solo un’altra sensazione, solo un’emozione, un’illusione – non è reale. La noia è come il dolore, arriva per farti vedere il carattere della noia stessa. Il dolore insorge per insegnarti il dolore. Una volta sedetti per quarantacinque minuti e smisi più per via dello shock che per la sofferenza. Quando Ajahn s’immergeva profondamente nella meditazione, stava seduto per sei ore e mezza. La mia consapevolezza stava crescendo e mi riusciva più facile accostarmi a essa, potevo caderci dentro e sentirla più familiare. Le cose incominciarono a diventare più chiare. Potevo vedere i miei pensieri da più punti di vista – stavo incominciando a vedere i miei problemi a trecentosessanta gradi.
Mi ero anche adattato alla mancanza di cibo e alle sei ore di sonno, e mi sentivo energico e forte per tutto il giorno senza il sostegno del caffè. In parte l’appagamento derivava anche dalla mancanza di tutte le intrusioni tecnologiche che avevano fatto parte della mia vita, l’interminabile brusio di sottofondo dei microchip che mi circondavano. Era come essere di nuovo bambino. Avevo la sensazione che quella situazione si sarebbe potuta protrarre all’infinito, ma fuori dalla finestra, attraverso la giungla, mi giungeva anche il richiamo del mondo. Il vento sibilava insinuandosi fra gli…alberi e nel folto dei bambù, le gocce incontravano le foglie. C’era un rumore costante, il rombo di motori lontani, uno scooter per strada, il vento, le cicale, i ragazzi alla porta accanto che chiacchieravano in un fluido thailandese, i monaci solitari che camminavano appena fuori dalla mia finestra.
Il decimo giorno, nel buio del primo mattino, salii in macchina, indossando di nuovo i miei soliti indumenti scuri, e non più quelli bianchi e puri, così comodi, così rilassanti per la mente. Mi ero messo il deodorante, il cui pungente odore filtrava dalla T-shirt di Bruce Lee. Tutte le catene e gli ammennicoli della società – tecnologia, denaro e carte di credito, biglietti e passaporti, un cellulare prestatomi da un amico: tante cose, ognuna più pesante dell’altra. Ajahn mi invitò a tornare per scrivere un libro su ciò che lui stava facendo, la meditazione e le esperienze dei farang in diversi templi. Penso che mi stesse invitando nel senso in cui i monaci buddhisti a volte invitano i laici a lavorare con loro, per costruire templi e cose del genere, per conquistarsi dei meriti.
«La consapevolezza può arrivare a incidere su tutto, può essere una parte di ogni cosa, del tuo allenamento e della tua lotta» mi disse Ajahn. Per i monaci non costituiva un problema il fatto che io fossi, anche solo a volte, un combattente. «Se usi la consapevolezza nella boxe, puoi essere conscio e non prigioniero dello stesso movimento, puoi essere senza forma, e ciò che è privo di forma non può essere sconfitto, finché sei forte dentro e hai i piedi ben radicati» mi spiegò Ajahn. Virgil si sarebbe sicuramente trovato d’accordo.
Mentre viaggiavamo attraverso la campagna nebbiosa, incontrando di tanto in tanto membri delle tribù delle colline, nei loro abiti tradizionali, che camminavano lungo la strada, Ajahn, che sedeva davanti, si voltò e mi disse: «La consapevolezza ti aiuterà a vedere libero da illusioni».
Annuii. «Hemingway parlava sempre di scrivere la frase “autentica”» dissi, quasi a me stesso.
«Il vecchio e il mare» mi disse Ajahn, e sorrise. «Una bella storia».
Nonostante le onnipresenti prove di flagrante titanismo che abbiamo intorno, loro, i Titani, sono invisibili, come il nero cielo notturno di Urano, il loro terribile padre, nascosti dalla madre Gaia nella profondità del suo ventre. A volte sono immaginati in forma di fantasmi. Operano invisibilmente nell’oscurità e in impulsi e fantasie che affiorano dal profondo. […] I Titani, poiché sono invisibili, ovvero non hanno immagini, appunto per questo non hanno limiti. Privi di immagine, diventano pura espansione. J. Hillman, Figure del mito
Perché toccò a Zeus salvare il mondo dai Titani? Non per la sua forza, secondo me, per i suoi fulmini, per la sua intelligenza scaltra né per la sua funzione di legge e ordine, bensì piuttosto per la sua capiente immaginazione. […] La gamma della sua fantasia era inclusiva, ampia, generosa e differenziata. Zeus era davvero un dio del cielo; copriva tutto con l’ampiezza della sua facoltà immaginativa, era pari, nella sua grandiosità articolata, alla enormità titanica. La smisuratezza titanica può essere abbracciata e contenuta soltanto da una capacità altrettanto vasta di creare immagini. […] La coscienza improntata a Zeus è attiva; terragna, aperta, presente. Zeus genera attivismo e militanza, il che ci insegna qualcosa su come far fronte al titanismo: non con il ritiro, la meditazione, la psicoanalisi, né con la speranza nel Regno a venire. (J. Hillman, Figure del mito [2007] 2014, 134)
Si presentano a noi cose, segni, immagini, spettri, ovvero fantasmi. [...] Non senza motivo Socrate definì l’oblio come una perdita di percezione; ma se per la stessa ragione avesse definito anche il seme del memorabile sparso e non concepito dalla memoria, egli avrebbe certo indagato il tema più in profondità. Se infatti la fantasia non bussa con vivacità sufficiente avvalendosi di immagini sensibili, la facoltà cogitativa non apre le porte e, se la facoltà cogitativa che è la custode non apre la porta, la madre delle Muse, sprezzando simili immagini non le accoglierà. Giordano Bruno, Sigillus sigillorum ad omnes animi dispositiones comparandas, 1583,
” La gnosi propugnata dalla Silicon Valley è un illusione di elevazione del singolo individuo, venduta in maniera scintillante secondo i paradigmi della controcultura dell ”ideologia californiana”; è un ombra imposta dall’individualità di altri che si serve del caos per destrutturare l’ordine precedente e sostituirlo con uno nuovo” pag. 79 cap. ” Il culto del Silicio”
FILE – In this Aug. 31, 2013 file photo, the “Man” burns on the Black Rock Desert at Burning Man near Gerlach, Nev. Burning Man organizers sued the U.S. Bureau of Land Management to recover millions of dollars they say the government has overcharged them in fees over the past seven years at the counter-culture celebration in the Nevada desert. Black Rock City LLC, the nonprofit that produces the annual Burning Man event, filed the lawsuit Dec. 13, 2019 in U.S. District Court in Washington. (Andy Barron/The Reno Gazette-Journal via AP, File)
Intelligenza artificiale, robot, macchine a guida automatica: tutto fa pensare al progresso tecnologico. Ma non potrebbe trattarsi invece di magia? Andrea Venanzoni ci invita a pensare lo sviluppo tecnico come un antico incantesimo. Sul regno del progresso troneggia un idolo oscuro. I maghi sono tra noi. Politici, imprenditori, amministratori delle più grandi aziende del mondo fanno segretamente ricorso alla potenza degli incantesimi e delle forze esoteriche. In questo libro Andrea Venanzoni sostiene che tutto ciò è consentito proprio dall’esplosione del mondo digitale, in sé profondamente “magico”. Scienza, tecnologia e magia vengono solitamente considerati concetti escludenti tra loro: l’epoca nata dai lumi e dal trionfo della ragione non può accettare la resistenza in ombrose nicchie culturali del pensiero magico, dell’esoterismo, di incantesimi ed evocazioni, visti tutti come frutto di irrazionali superstizioni. Eppure, molti dei nostri concetti tecnologici hanno una radice magica, come gli insiemi algoritmici utilizzati per fini predittivi, o come la rete Internet la cui concezione rimanda a idee come quella teologico-esoterica di “noosfera”. Alla fine di questo libro la Silicon Valley non ci apparirà più soltanto come un luogo di avanguardia tecnologica, innovazione e successo, ma anche come una terra di maghi, oscuri incantesimi, santuari segreti e rituali pagani celebrati nel deserto.
Andrea Venanzoni Costituzionalista e Segretario generale del Forum nazionale delle professioni. Autore di saggi apparsi sulle più rilevanti riviste di diritto pubblico e diritto delle nuove tecnologie, scrive su Il Sole 24Ore, Il Foglio e sulla rivista della Fondazione Leonardo, Civiltà delle Macchine. Collabora con le cattedre di Diritto costituzionale e di Diritto delle tecnologie dell’informazione, presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre.
”Gli algoritmi delle piattaforme non ci consentono invece di produrre l’evocazione della nostra energia ,la quale origina sempre dal fondo del nostro essere immanente e trascendente, l’autentico Meon, ma piuttosto ci livellano verso una beatificazione digitale e astrale in cui ogni interstizio è connessione verso l’unicità del SILICIO, un MEON PLASTICO, rindondante e fallace.” pag. 79 cap. il culto del silicio
Interpretazione “apotropaica”, αποτρέπειν, apotrépein allontanare atto, animale, oggetto, formula monile apotropaico, rito apotropaico o gesto apotropaico, per allontanare o annullare un’influenza maligna o negativa o di buon augurio per i raccolti affinché fossero sempre abbondanti, di protezione dalla nefasta possibilità di ricorrere alle scorte del magazzino, gli organi maschili simbolo di fertilità ed ancora di protezione apotropaica. Un rito solstiziale nell’Albero della Fecondità? Nell’antica religione romana il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi a differenti cose: al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio),alle effigi ed agli amuleti fallici contro il malocchio ed infine agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa
Le figure femminili tentano di cogliere i “frutti” e si accapigliano per strapparli una all’altra, ancora simbolismi di fecondità esplicita, o rappresentazione del potere magico dell’erotismo, sin dalla preistoria l’uomo ha sempre cercato nei simboli sessuali un qualche elemento per allontanare le forze maligne e assicurare fertilità e procreazione a una famiglia o a una comunità intera. La fecondità veniva spesso rappresentata da donne formose che mostravano i propri genitali in pose provocanti, simboli di lussuria e attrazione fatale.
Altre teorie si legano al conflitto tra guelfi e ghibellini, I guelfi avvertivano i frequentatori della fonte, che nel caso in cui i Ghibellini fossero tornati al potere, questi ultimi avrebbero diffuso idee eretiche, stregoneria e perversioni sessuali oppure, non vi è certezza, i ghibellini mostravano il loro” potere esoterico” con la Fascinazione dell’abbondanza. Lo studioso britannico George Ferzoco identificai come streghe le donne sotto l’albero, una delle più antiche rappresentazioni di streghe di tutta l’arte occidentale. Una di loro, inoltre, è nell’atto di aggiungere con un bastone un fallo a un ramo dell’albero. «All’epoca in Toscana era diffusa una leggenda secondo la quale le streghe tagliavano gli organi sessuali agli uomini e li mettevano nei nidi degli uccelli, dove avrebbero preso vita e si sarebbero moltiplicati».
definisce l’immagine addirittura come simbolo di sterilità, ne attribuisce la realizzazione al governo guelfo, che ha governato Massa Marittima tra il 1267 e il 1335, e addirittura mette in connessione le scene raffigurate nel dipinto con i riti celebrati dalle streghe e descritti nel Malleus maleficarum (1487). Nella sua lettura le donne ai piedi dell’albero sarebbero infatti delle streghe: quella a sinistra vestita di giallo e con la verga in mano starebbe cercando di raggiungere un nido di uccello dove ci sono due uccellini. Una cerimonia del genere è descritta nel Malleus dove si dice che le streghe praticano riti usando falli umani: dopo aver evirato gli uomini, collocano i loro attributi in nidi di uccello sugli alberi, in numero tra 20 e 30, li fanno crescere, infine li rimuovono e li usano per sortilegi vari.
Si narra che alcuni maestri di arti marziali fossero assidui frequentatori del Kurama Yama 鞍馬山….un monte che le leggende vogliono gremito dagli irascibili 天狗 tengu . qui dimorava Sojobo 僧正坊, il loro re, che addestrò il noto bushi Minamoto no Yoshitsune 源 義経 Qui il mitologico Morihei Ueshiba addestrava i suoi migliori allievi con allenamenti notturni in cui brandiva…
«Il tempo è un bambino – giocando come un bambino – giocando un gioco da tavolo – il regno del bambino. Questo è Telesforo, che percorre le regioni oscure di questo cosmo e si illumina come una stella fuori dalle profondità. Lui punta la strada alle porte del sole e alla terra dei sogni”
“Il tempo è un bambino che gioca, gioca d’azzardo, il fanciullo è il re”
Eraclito.
“Egli indica la strada alle porte del sole e nella terra dei sogni” è una citazione dell’Odissea Si riferisce a Ermes, lo psicopompo, che porta via gli spiriti degli spasimanti caduti.
Sulla facciata principale (la pietra è cubica) della famosa Pietra di Bollingen da Jung scolpita nel 1950, nella sua residenza estiva nota come la Torre di Bollingen.
Nella struttura naturale della pietra, vidi un piccolo cerchio, una specie di occhio che mi guardava. Lo scolpii nella pietra e nel centro vi feci un piccolo homunculus”.
La figura centrale è Homunculus-Mercurio-Telesforo, che indossa un mantello con cappuccio e porta una lanterna. Egli è circondato da un Mandala Quaternario di significato alchemico, con il quarto superiore dedicato a Saturno, il quarto inferiore a Marte, il quarto di sinistra al Sole-Giove (“maschio”) e il quarto di destra alla Luna-Venere (“femmina”) .
” Fin dal principio sentii la Torre come un luogo, in un certo senso, di maturazione, un grembo materno o una figura materna nella quale potessi diventare ciò che fui, sono e sarò.” (C. G. Jung, ‘Ricordi, sogni, riflessioni’)
levandus sum e profundo ad instar piscis…
“Orphanus sum, solus tamen ubique reperior, unus sum sed mihi contrarius, iuvenis et senex simul, nec patrem nec matrem novi, quia levandus sum e profundo ad instar piscis, seu delabor a coelo quasi calculus albus, nemoribus montibusque inerro, in penitissimo autem hominem delitesco, mortalis in unumquodque caput, non tamen tangor temporum mutatione.“
«Sono un orfano, solo; tuttavia sono stato trovato ovunque. Io sono uno, ma sono contrario a me stesso. Io sono gioventù e vecchio allo stesso tempo. Non ho conosciuto né padre né madre, perché ho dovuto essere estratto dal profondo come un pesce, o caduto come una pietra bianca dal cielo. Nei boschi e nelle montagne vagabondo, ma sono nascosto nell’anima più intima dell’uomo. Sono mortale per tutti, ma non sono toccato dal ciclo degli eoni.”
Un lato contiene una citazione presa dal Rosarium philosophorum:
“Rosario dei filosofi”, è un testo alchemico del XIII secolo, tradizionalmente attribuito ad Arnaldo da Villanova (1235-1315), forse di autore anonimo della fine del XIV secolo
«Hic lapis exilis extat, pretio quoque vilis, spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis»
«Qui si trova la media, scomoda pietra del filosofo, di prezzo molto economica. Più è disprezzata dagli sciocchi, più amata dai saggi.»
La strada che porta al centro è strada difficile…ardua ,gravida di pericoli, perchè di fatto un rito di passaggio dal profano al sacro ,dall’effimero e illusorio, alla realtà ed eternità, dalla morte alla vita, dall’uomo alla divinità Mircea Eliade
C. Michael Smith, psicologo clinico allievo di Paul Ricoeur, grande specialista di Jung e di sciamanesimo, nonché di antropologia medica, esplora differenze e affinità tra sciamanesimo e psicologia junghiana.
Forse la caratteristica più saliente comune a sciamanesimo e alla psicologia junghiana è che entrambe le discipline offrono una via per vivere ”pieni d’anima” una via che parta dallo spirito da una dimensione trascendente di saggezza e potere.
I nostri sforzi terapeutici, che siano propri dello sciamanesimo o della psicologia del profondo, devono essere mossi dall’intento di trovare colui che è là dentro e che si è perso, per farlo tornare alla vita dobbiamo aiutarlo a trovare il proprio nucleo vitale, il proprio centro dell’essere, dobbiamo sostenerlo, affinchè nutra la propria vita e la viva dall’interno, con la mente allineata al cuore, al servizio del cuore.
La meta-comunicazione senza meditazione è l’arte della truffa
La meditazione senza magia è sterile
La magia senza meditazione è follia
La magia senza meta-comunicazione è superstizione
La meditazione senza meta-comunicazione è una fuga dal mondo
La meta-comunicazione senza magia è una formula vuota
Ad un livello di coscienza cosiddetta ordinaria, noi possiamo conoscere solo ciò che già conosciamo. Noi pensiamo per lo più pensieri non nostri, non autogeni ma indotti dalla cultura dominante o dalla sottocultura a cui aderiamo in cui siamo immersi.
Tutto ciò che “accade” dunque viene filtrato dai pensieri: troviamo sempre il modo di rendere il mondo conforme ad essi, ovvero a ciò che conosciamo, al nostro “modello di realtà” (la nostra mappa)….
Fabrizio Ponzetta ( L’intuizione Illuminata)
confer Metacomunicazione con ipnosi/autoipnosi PNL, ipnosi ericksoniana, grammatica trasformazionale
“Magia” (Dal gr. mageía ‘dottrina dei magi persiani; arte magica, incantesimo)
è una parola dagli innumerevoli significati.
Spesso ci si riferisce con magia a certe facoltà extra-ordinarie, come la capacità di vedere e pre-vedere al di la’ dello spazio e del tempo (un accesso al vasto campo dell’inconscio collettivo, già ampiamente teorizzato da C.G. Jung, e oggi approfondito da molti studi anche su basi scientifiche, come La mente estesa di R. Sheldrake).
Fenomeni come la telepatia e l’“entanglement” ne sono un tipico esempio; ognuno di noi in potenza può sviluppare simili facoltà, ma in molte persone sono una dote innata già sviluppata.
Altre volte con magia ci si riferisce a quei professionisti della (meta)comunicazione, che con tecniche ipnotiche e risorse intuitive sono in grado di trasformare le vite delle persone.
note:
In Grecia fu Erodoto a generare il termine “mago” per indicare un sacerdote di una tribù della Persia antica.
Dal IV secolo a.C. il vocabolo mageia Μαγεία cominciò ad essere utilizzato per indicare un insieme di dottrine nate dalla commistione di tradizioni arcaiche e le pratiche rituali ereditate dai Persiani.
Fu comunque nella koinè culturale ellenistica che ebbe luogo quella fusione dei riti magici con elementi astrologici e alchimistici, che sarà alla base di tutta la speculazione magica dei secoli successivi.