Völva di Fyrkat, giusquiamo nero, e Berserker

Una veggente di Fyrkat?
La bacchetta della veggente vichinga. Lo spiedo era già leggermente piegato quando fu deposto nella sepoltura.

Forse, prima di un’importante battaglia, diede del giusquiamo ai guerrieri e agli abitanti di Fyrkat per infondere loro forza e coraggio?

I ritrovamenti principali e più significativi di giusquiamo nero (Hyoscyamus niger) sono avvenuti in siti archeologici legati all’epoca vichinga, in contesti costantemente rituali e mai domestici.

La scoperta più famosa e importante è avvenuta nel 1977 a Fircat, in Danimarca, all’interno di una fortezza anulare costruita durante il regno di re Harald Bluetooth. In questo sito, gli archeologi danesi hanno esaminato la tomba di una donna di altissimo rango, vissuta intorno al 980 d.C. e identificata come una völva (un’esperta di rituali norrena). Tra i suoi oggetti funerari è stata rinvenuta una piccola borsa di cuoio sigillata che conteneva diverse centinaia di semi di giusquiamo nero.

Questa non è stata l’unica scoperta. Scavi successivi in tutta la Scandinavia hanno portato alla luce ulteriori semi di giusquiamo. Questi rinvenimenti sono stati effettuati in siti specifici, come:

  • Sepolture di guerrieri
  • Tombe di individui di alto rango
  • Depositi rituali

Queste scoperte archeologiche hanno confermato che il giusquiamo non era una semplice erba da cucina, ma una vera e propria sostanza controllata: veniva deliberatamente coltivata, raccolta, conservata e somministrata da specialisti all’interno di un’istituzione organizzata
BERSERKER

I composti attivi del giusquiamo nero, in particolare gli alcaloidi tropanici come la iosciamina e la scopolamina, provocavano una serie di reazioni sul sistema nervoso che combaciano in modo millimetrico con i resoconti delle saghe norrene. Gli effetti specifici sul corpo e sulla mente dei guerrieri includevano:

Esaurimento e collasso prolungato: Una volta terminato lo scontro e svanito l’effetto della droga, i guerrieri andavano incontro a un crollo fisico devastante. Entravano in una fase di spossatezza così profonda da lasciarli inabili a funzionare per diversi giorni.

Forte agitazione e tremori: A differenza di altre sostanze sedative, il giusquiamo induceva un’intensa attività violenta; i tremori che i Berserker manifestavano prima del combattimento corrispondono alla fase iniziale di agitazione tipica di questo avvelenamento.

Allucinazioni vivide e paranoia: La pianta alterava profondamente la mente, causando deliri spesso associati a contenuti violenti, portando i guerrieri a ululare e mordere i bordi dei propri scudi.

Dissociazione dal dolore: Il giusquiamo produceva un’analgesia dissociativa. Questa drastica riduzione della sensibilità al dolore conferiva ai guerrieri un’apparente immunità alle ferite in battaglia, permettendo loro di mantenere un’efficienza coordinata nonostante traumi che avrebbero fermato un uomo comune.

Tachicardia e calore estremo: L’intossicazione causava un drastico aumento della frequenza cardiaca e una tipica sensazione di pelle arrossata e calda, spiegando così perché questi uomini combattessero sfidando il freddo, senza armatura o addirittura a torso nudo.

Schiuma alla bocca: Questo famigerato tratto distintivo dei Berserker era un sintomo clinico diretto causato dalla scopolamina, che agisce sopprimendo il normale riflesso della deglutizione dell’individuo.

A volte si fanno ritrovamenti archeologici davvero insoliti. Ad esempio, c’è la singolare tomba di una donna vichinga, rinvenuta nella fortezza circolare di Fyrkat, vicino a Hobro, in Danimarca. Tra le circa 30 tombe del sito, si distingue per il suo insolito corredo funerario. Si tratta della tomba di una donna, forse una veggente.

La veggente sepolta di Fyrkat – disegno di ricostruzione di Thomas Hjejle Bredsdorff.

le ricerche tossicologiche hanno delineato chiaramente le differenze chimiche e sintomatologiche tra l’Amanita muscaria (il fungo erroneamente associato ai guerrieri) e il giusquiamo nero (la vera sostanza utilizzata). Ecco i dettagli:

Giusquiamo Nero (Hyoscyamus niger)

  • Composizione chimica: I composti attivi della pianta sono alcaloidi tropanici, in particolare la iosciamina e la scopolamina. Appartengono alla stessa famiglia chimica che produce gli effetti della belladonna e della datura.
  • Effetti sul corpo: A differenza dei depressivi, il giusquiamo scatenava reazioni eccitanti e dissociative che corrispondono perfettamente ai racconti delle saghe norrene.
    • Provoca forte agitazione iniziale (compatibile con i tremori dei Berserker) e allucinazioni vivide, spesso con contenuti violenti o paranoici.
    • Genera un’estrema analgesia dissociativa, che riduce la sensibilità al dolore permettendo di combattere nonostante le ferite.
    • Induce tachicardia (aumento drastico della frequenza cardiaca) e una sensazione di forte calore sulla pelle.
    • La scopolamina inibisce specificamente il normale riflesso della deglutizione, causando il celebre sintomo della schiuma alla bocca.
    • Nella fase di recupero, causa un profondo collasso e un esaurimento che può lasciare l’individuo inabile per diversi giorni.

Fungo Amanita Muscaria

  • Composizione chimica: I composti attivi del fungo sono il muscimolo e l’acido ibotenico.
  • Effetti sul corpo: Si tratta di potenti neurotossine che funzionano come depressivi del sistema nervoso centrale, non come stimolanti.
    • I sintomi predominanti includono forte sedazione, nausea, vomito, profusa sudorazione e atassia (una grave perdita di coordinazione muscolare).
    • A dosi significative, causano confusione, difficoltà di linguaggio e perdita di coscienza.
    • Di conseguenza, un guerriero sotto l’effetto di questo fungo avrebbe avuto maggiori probabilità di rimettere e addormentarsi piuttosto che caricare una linea di scudi nemica con furia e coordinazione.

Al momento della sepoltura, la donna indossava abiti raffinati blu e rossi ornati con fili d’oro, segno di status regale. Fu sepolta, come le donne più ricche, nella cassa di una carrozza trainata da cavalli. Le erano stati offerti doni comuni a una donna, come fusi e forbici. Tuttavia, vi erano anche oggetti esotici provenienti da terre lontane, a indicare che la donna doveva essere benestante. Indossava anelli d’argento alle dita dei piedi, un tipo di anello che non si trova in nessun altro luogo della Scandinavia. Inoltre, nella tomba sono state rinvenute due ciotole di bronzo, che potrebbero essere arrivate addirittura dall’Asia centrale.

Nella tomba è stata rinvenuta anche una cosiddetta spilla a scatola proveniente da Gotland. La völva, a quanto pare, riutilizzava la spilla cava come contenitore per il biacca. Il biacca è un colorante bianco utilizzato in medicina da oltre 2000 anni, ad esempio nelle pomate per la pelle. È velenoso nella sua forma concentrata.

Tra gli oggetti insoliti, sono stati rinvenuti un bastone di metallo e semi della pianta velenosa di giusquiamo. Questi due oggetti sono associati alla veggente. L’oggetto più misterioso è il bastone di metallo, parzialmente disintegrato dopo la lunga permanenza nel terreno. Consiste in un’asta di ferro con finiture in bronzo. Potrebbe trattarsi di un bastone utilizzato nella pratica magica, un bastone da völva o un bastone magico.

I semi di giusquiamo sono stati trovati in una piccola borsa. Se gettati sul fuoco, questi semi producono un fumo leggermente allucinogeno. Assunti nelle giuste quantità, possono provocare allucinazioni ed euforia. Il giusquiamo era spesso usato dalle streghe in epoche successive. Poteva essere utilizzato come unguento magico per produrre un effetto psichedelico, se i praticanti di magia lo applicavano sulla pelle. La donna di Fyrkat faceva forse così? Nella fibbia della sua cintura è stato trovato del biacca, talvolta utilizzato come ingrediente in unguenti per la pelle.

Altri oggetti rinvenuti nella tomba avvalorano ulteriormente l’ipotesi che la donna fosse una veggente. Ai suoi piedi si trovava una scatola contenente vari oggetti, come borre di gufo e piccole ossa di uccelli e mammiferi. Oltre a questi, c’era un amuleto d’argento a forma di sedia: il seid, o sedia magica?

Coppa di bronzo, probabilmente proveniente dall’Asia centrale. Presentava un rivestimento in erba e conteneva una sostanza grassa
Una misteriosa tazzina, che la donna di Fyrkat aveva con sé nella tomba. La sua funzione è sconosciuta, ma potrebbe essere stata una piccola tazza per bere.

IPOTESI Per molto tempo si è ipotizzato che i Berserker rappresentassero una stirpe etnica distinta, una tribù biologicamente separata dai comuni contadini scandinavi. Tuttavia, un fondamentale studio del 2020 guidato dall’Università di Copenaghen, che ha sequenziato oltre 400 genomi di resti dell’epoca vichinga, ha smantellato completamente questa teoria.

I resti scheletrici appartenenti a questi guerrieri d’élite non hanno mostrato alcuna firma genetica unica o isolata. Al contrario, si inserivano perfettamente nella mappa genetica della Norvegia e della Svezia dell’epoca, risultando indistinguibili dai pescatori, dai contadini o dagli artigiani sepolti nelle tombe vicine. La loro spaventosa efficienza bellica non risiedeva nei geni, ma nel rigido sistema sociale che li selezionava, li addestrava e somministrava loro le dosi di giusquiamo nero. Il Berserker non era un’eccezione genetica, bensì un “prodotto” culturale e farmacologico.

Quando la Scandinavia fu cristianizzata e le leggi vietarono esplicitamente queste pratiche rituali, l’istituzione scomparve, ma gli uomini no. I testi documentano che questi guerrieri semplicemente smisero di essere Berserker e tornarono alla vita civile. Si stabilirono nei loro villaggi, coltivarono le valli, si sposarono e la loro linea genetica rifluì in modo naturale nel bacino della popolazione norrena principale.

Gli ampi studi sulle biobanche odierne confermano una continuità genetica diretta tra la popolazione dell’epoca vichinga e quella odierna. Gli stessi aplogruppi del cromosoma Y documentati nelle sepolture dei Berserker sono presenti oggi con alta frequenza negli uomini norvegesi. I discendenti di questi guerrieri non sono mai scomparsi: vivono ancora oggi nelle stesse valli e nelle stesse fattorie da cui i loro antenati partivano per le razzie, con lo stesso identico aspetto di tutti gli altri.

CONFER fonte

https://nationalmuseet.dk/en

Alle donne vichinghe venivano donati anche pendenti a forma di zampa d’anatra, realizzati in argento.
attorno alla sua vita erano concentrati diversi oggetti. Si pensa che fossero appesi alla cintura, come mostrato in questo disegno di Hayo Vierck. Vi si trovano un coltello, il cui fodero è avvolto in argento, e una cote di ardesia. Dato che i Vichinghi e gli Anglosassoni prediligevano le cote decorate, che spesso si trovano nelle tombe o in altri contesti cerimoniali, è plausibile immaginare che un sacrificio fosse preceduto da una drammatica affilatura dello strumento di morte. (Immaginate questo atto accompagnato da canti e tamburi, mentre la tensione cresce). L’oggetto numero 5 nel disegno è un’ipotesi sull’origine di numerosi piccoli frammenti di vetro sottile, che potrebbero rappresentare una piccola ampolla di questo tipo. Si trattava di una forma comune di amuleto protettivo nel mondo classico e il suo utilizzo continuò in epoca cristiana, quando venivano riempite con l’acqua usata per lavare le tombe dei santi. L’oggetto numero 2 è una presunta borsa contenente semi di giusquiamo. Il giusquiamo può provocare forti allucinazioni ed è una delle piante più comunemente associate alla magia nell’Europa settentrionale.
L’oggetto numero 4 è questo amuleto a forma di sedia. Si tratta di uno degli oggetti più fortemente associati alla magia norrena, noto solo grazie alle tombe di donne sospettate di essere veggenti o streghe. Probabilmente rappresenta l'”alto seggio” su cui una völva sedeva per pronunciare le sue profezie, come descritto in diverse fonti norrene.

Vi starete chiedendo perché non ho chiamato Fyrkat 4 una 
völva , visto che è così che gli autori moderni si riferiscono solitamente alle donne magiche o profetesse norrene. Ma la terminologia norrena antica relativa alla magia e ai praticanti di magia è uno di quegli argomenti che, una volta approfonditi, si rischia di non approfondire. Ci sono diversi termini il cui significato è cambiato nel corso dei secoli. È del tutto possibile che questa donna considerasse “völva” un insulto così insopportabile da far tagliare la lingua a chiunque l’avesse chiamata così, prima di profetizzare la rovina di tutta la sua famiglia (come “strega”). Quindi è più sicuro evitare del tutto i termini norreni e usare qualcosa di generico e inglese. Per inciso, potreste pensare di sapere perché una saggia donna norrena veniva chiamata 
völva , termine che sembra evocare il mistero femminile. In realtà significa “portatrice di bastone”. Il che mi porta all’altro oggetto innegabilmente magico di Fyrkat 4, un bastone o una bacchetta di ferro gravemente corrosa con finiture in bronzo.

Quella tradizione aveva molti elementi. Il più noto e probabilmente centrale era la profezia. Le saghe ci raccontano che i veggenti viaggiavano regolarmente attraverso le terre norrene, facendo tappa in ogni fattoria importante. Lì venivano accolti con grande entusiasmo e a loro e ai loro seguaci veniva offerto un banchetto. Presiedevano a un rituale che prevedeva canti e, in epoca precristiana, sacrifici animali. Poi si vestivano con elaborati costumi – fu forse in questa occasione che la maga Fyrkat si dipinse il viso di bianco? – prendevano posto su una sedia posta su una piattaforma e profetizzavano ciò che l’anno avrebbe portato alla famiglia. Secondo le nostre fonti, di solito davano buone notizie. Sempre secondo le nostre fonti, potevano essere corrotti e avrebbero pronunciato profezie migliori per coloro che li nutrivano meglio. Questa stessa accusa veniva ovviamente rivolta agli oracoli nel mondo antico ed è ancora rivolta agli sciamani moderni, spesso da altri sciamani, quindi questo dibattito sembra essere parte integrante dell’intera questione della profezia.

La figura della “Dama Pagana” (The Pagan Lady) di Peel è una delle scoperte archeologiche più affascinanti dell’Isola di Man, unendo il rigore della storia al fascino cupo della mitologia norrena.
Sebbene il riferimento a Thorhallur Thrainsson sia più strettamente legato alle leggende di spettri e folklore nordico (come il celebre glámr delle saghe), la scoperta della Dama Pagana nel Castello di Peel è un fatto storico documentato che sembra uscito direttamente da una ballata vichinga.

La Scoperta (1982)
Durante gli scavi diretti dall’archeologo David Freke presso il Castello di Peel (sull’isolotto di St Patrick’s Isle), è stata rinvenuta una sepoltura risalente alla metà del X secolo. All’interno non vi era un guerriero, ma una donna di alto rango la cui tomba conteneva un corredo rituale straordinario.
Il Corredo della “Maga”
Ciò che rende questa donna una sospetta Völva (una sciamana o profetessa vichinga) sono gli oggetti che l’accompagnavano:
L’Ala di Cigno: Il dettaglio più poetico e inquietante. La donna è stata sepolta con l’ala intera di un cigno selvatico posta sotto il suo braccio. Nella simbologia norrena, i cigni sono legati alle Valchirie e alla capacità di viaggiare tra i mondi.
La Collana di Perle: Una magnifica collana composta da oltre 70 perle di vetro, ambra e corniola provenienti da tutta Europa e dall’Oriente, segno di un prestigio immenso.
Strumenti Rituali: Accanto a lei sono stati trovati un coltello, una borsa di pelle contenente aghi d’osso e una “bacchetta” di ferro, spesso interpretata come il distaff (conocchia) usato dalle sciamane per “tessere” il destino.

Il Significato Simbolico
La presenza dell’ala di cigno suggerisce un rituale di trasformazione o protezione. Le Völur erano figure temute e rispettate, capaci di praticare il Seiðr, una forma di magia che permetteva di vedere il futuro e influenzare gli eventi.
Nota Storica: La sepoltura della Dama Pagana rappresenta un momento di transizione unico. È stata trovata in un cimitero cristiano, ma il suo corredo è inequivocabilmente pagano. Questo suggerisce che, nonostante l’avanzata della nuova fede, il potere spirituale di queste “streghe” vichinghe fosse ancora troppo grande per essere ignorato.

Il Collegamento con Thorhallur Thrainsson
Sebbene Thrainsson sia un nome noto nelle saghe islandesi per incontri con il soprannaturale, il legame qui è tematico: il Castello di Peel è rinomato per essere uno dei luoghi più infestati delle isole britanniche (celebre è il Moddey Dhoo, il cane nero spettrale).
La Dama Pagana incarna perfettamente quella “presenza norrena” che Thrainsson e altri cronisti del folklore hanno cercato di descrivere: un mondo dove il confine tra i vivi, i morti e le creature mitologiche era sottile come un colpo d’ala di cigno.
Oggi, i resti e i tesori della Dama sono conservati presso il Manx Museum a Douglas, dove la sua collana rimane uno dei pezzi più iconici dell’eredità vichinga nell’Isola di Man.

La “Pagan Lady of Peel” è stata sepolta con diversi oggetti che presentano connotazioni magiche, religiose o rituali:

  • Amuleti: Tra gli oggetti ritrovati nella sua tomba, ed in particolare associati alla piccola borsa di pelle che indossava, vi erano alcuni amuleti.
  • Perle di preghiera: La donna indossava una preziosa collana, considerata un cimelio di famiglia che raccontava la storia e i viaggi dei suoi antenati. Una di queste perle era molto antica, risalente al sesto secolo (avendo quindi 400 o 500 anni al momento della sua sepoltura), e si ritiene potesse appartenere originariamente al rosario (perle di preghiera) di uno dei monaci che vivevano in precedenza sull’isola.
  • Corredo funerario pagano: Nonostante fosse sepolta in un cimitero cristiano, la tomba conteneva un corredo funerario di tradizione pagana pensato per accompagnarla nell’aldilà. Il rituale prevedeva che non potesse passare al mondo successivo senza i suoi attrezzi quotidiani, tra cui un kit da cucito, due coltelli, uno spiedo per arrostire e persino un’ala d’oca.

L’intero rituale di sepoltura è stato eseguito con grande cura: la donna è stata deposta facendole riposare il capo su un cuscino di piume d’oca e facendole indossare una piccola cuffia bianca, a dimostrazione del grande affetto di chi l’ha seppellita.

La statuetta “Portatore di bastone” o “Danzatore con arma” proveniente da Birka, in Svezia.

Gran parte di questo materiale proviene da Neil Price, 
The Viking Way: Magic and Mind in Late Iron Age Scandinavia.

La “Dama Pagana” del Castello di Peel, Isola di Man, maga vichinga sepolta con un’ala di cigno. Di Thorhallur Thrainsson.

È interessante notare che le fonti delle saghe dicono poco riguardo alla veggente che entrava in trance o in estasi. Ma il giusquiamo non è una droga da poco, e chiunque ne assumesse a sufficienza potrebbe andare ben oltre lo stato razionale. Inoltre, l’estasi, in una forma o nell’altra, è quasi universalmente parte della tradizione profetica. Quindi credo che dovremmo immaginare che le veggenti norrene, almeno a volte, si drogassero per entrare in uno stato di trance al fine di cercare risposte a domande urgenti. Una cosa che abbiamo imparato dagli sciamani moderni è che sono capaci di operare in più modalità, fornendo risposte preconfezionate a domande standard – sì, certo, avrete un ottimo raccolto, cosa mangeremo? – e allo stesso tempo drogandosi o inducendosi in altri modi in stati di trance molto pericolosi quando si trovano di fronte a una vera crisi.

Ho evitato anche di definire Fyrkat 4 una veggente, come invece la definisce il Museo Nazionale Danese. Ho fatto ciò perché la tradizione magica norrena includeva, oltre alla profezia, anche altri elementi, tra cui il repertorio standard degli indovini: guarigione, ritrovamento di oggetti smarriti, creazione di amuleti protettivi e così via. Si diceva anche che evocassero tempeste e maledicessero a morte i loro nemici. Presumo che la maga di Fyrkat si dedicasse almeno alla guarigione, ed è affascinante immaginare che a volte re Harald mandasse via il suo vescovo e chiedesse alla sua maga di maledire i suoi nemici o di avere una visione di come si sarebbero svolte le sue prossime guerre.

Ne sono noti circa trenta esemplari; questa immagine proviene dal British Museum. Alcuni di essi, come questi, presentano ornamenti che li distinguono, ma altri assomigliano praticamente in tutto e per tutto a spiedi. E in effetti alcuni di essi potrebbero essere stati effettivamente spiedi, sebbene nelle sepolture siano associati a donne fatate. Quindi è probabile che fossero utilizzati per uno scopo diverso.

Il forziere ai piedi di Fyrkat 4 era antico e presentava diverse riparazioni con vari tipi di legno, un dettaglio piuttosto singolare. Conteneva principalmente abiti, di cui è sopravvissuta solo una quantità di filo d’oro e d’argento. Insomma, abiti molto eleganti. Vi si trovavano anche gli oggetti tipici sepolti con le donne vichinghe: forbici, un fuso e un’altra cote.
La maga di Fyrkat doveva essere una donna formidabile. Ricca, spendeva gran parte del suo denaro in merci esotiche provenienti da terre lontane, prediligendo in particolare mode non ancora adottate dalle sue contemporanee. E, in un regno che si professava cristiano, era una devota di un’antica tradizione magica.
Fyrkat era una delle fortezze costruite dai re di Danimarca, probabilmente intorno al 980 d.C. Esistono almeno altre due fortezze quasi identiche risalenti all’epoca vichinga, e altre due possibili. L’ipotesi più accreditata è che i re le facessero costruire come parte della preparazione di una grande campagna militare. In questo caso, il re sarebbe stato Harald Bluetooth, e la campagna sarebbe stata la sua vittoriosa guerra per riconquistare lo Jutland meridionale dagli imperatori tedeschi. Da notare che Harald Bluetooth si era a quel tempo convertito al cristianesimo e richiedeva a tutti i suoi seguaci di fare altrettanto. CONFER
Fonte https://benedante.blogspot.com/2021/03/the-sorceress-of-fyrkat.html
La maga vichinga di Fyrkat
Statuetta di Ekhamar Luogo di ritrovamento: Ekhammar, Uppland, Svezia.

MAGIA, MEDITAZIONE, THAI BOXE, Cuore Guerriero

Era il tempo del monsone, la stagione delle piogge, e anche se Bangkok era all’asciutto, il Nord non lo era. Le piogge arrivavano spesso, accompagnate prima da una brezza e poi da un vento che correva fra gli alberi, che frullava e mulinava il fogliame in potenti turbini, mentre il cielo si raffreddava e si oscurava. A volte c’era il tuono, altre volte no, solo la pioggia, che poteva trasformarsi in un rovescio spettacolare, o restare per ore un picchiettio costante, che gocciolava fra le foglie larghe e pesanti.

Da solo nella mia stanza, con i sensi acuiti, sentivo le lucertole sul tetto mentre pattugliavano i bordi delle finestre, in cerca di insetti attratti dalla luce. A volte, dalle finestre filtrava chiaramente della musica rock o pop thailandese, e all’inizio pensavo che provenisse dal paese sottostante. «Oh no, qualcuno ha messo a palla quella schifezza» pensavo. Un giorno, appena terminata la mia mezz’ora di meditazione, era partita la techno e mi ero precipitato fuori, per capire da dove provenisse, scoprendo che veniva dal seminterrato del mio cottage. Bussai alla porta ma non ricevetti risposta. Più tardi, Ajahn si mostrò contrito quando glielo raccontai: «Ah, sì, è un monaco, è mio cugino».

«Puoi chiedergli di usare le cuffie o qualcosa del genere?» Ajahn mi guardò a lungo. «Ti spostiamo» disse poi. «Lui è un po’ disturbato.»

Se dovessi mai fare un monologo di cabaret sulla mia permanenza in un centro di meditazione buddhista nel Nord della Thailandia, ci sarebbe di sicuro un pezzo chiamato “Il monaco nel sottoscala”. Un altro monaco, un thailandese che aveva frequentato l’università nell’Indiana, mi accompagnò nel cammino del giorno seguente e mi diede la sua solidarietà. «È terribile, disturbarti così» disse. «Sei venuto per l’isolamento più totale e quello ti spara la techno. E che cazzo!»

Il quarto giorno, dopo il canto serale, quando tutti lentamente si erano alzati e iniziavano a camminare, Panyavudo mi si avvicinò e mi chiese, senza giri di parole: «Ti hanno mai fatto un rito di magia nera?» nello stesso modo con cui avrebbe potuto chiedere a un ubriaco se aveva bevuto.

«Non credo proprio» risposi io. «Vedo delle strisce rosse intorno al tuo petto, proprio qui, sopra le costole» e mi passò le mani sopra le costole, dove mi ero fatto male. Fui piuttosto scioccato.

Le costole mi stavano dando fastidio, e forse aveva notato che le massaggiavo, ma di certo non ne avevo parlato con nessuno. Mi condusse in un angolo tranquillo, mi sedetti e lui sedette dietro di me, mi poggiò i piedi contro la schiena, concentrando l’energia su di me per sciogliere i nodi e – chi lo sa? – forse mi sentii meglio.

Devi stare attento» mi disse poi. «Capita a volte, prima di un incontro, che a un combattente diano qualcosa di strano da mangiare o da bere o che gli lancino una maledizione». Avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto sentire strano? Non era un evento raro, in Thailandia.

Ci volle tempo, ma alla fine convinsi Panyavudo a parlarmi della magia nera. C’erano alcuni monaci che praticavano la magia, la capivano e la usavano per contrastare la magia negativa che incontravano, quelli che realizzavano amuleti benedetti e che lavoravano con i thailandesi più superstiziosi. A quanto pare, Panyavudo era uno di loro. Certamente Ajahn Suthep non lo era, invece. Rideva e poi raccontava la storia di un famoso monaco mago, che faceva potenti incantesimi. «Ma quando era malato, andava comunque all’ospedale. Perché? Morirà comunque. Non ci credo, alla magia». E Ajahn rideva, un bambino grasso e soddisfatto di sé.

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A Panyavudo era stato detto di ignorare la magia e per quattro anni aveva seguito l’indicazione. Di recente aveva deciso che doveva invece abbracciarla e conoscerla, per poterla lasciare in seguito e proseguire nel cammino verso l’illuminazione. Aveva percepito che il comprenderla, ora, faceva parte del suo dovere, un concetto molto importante per i monaci.

«La magia è frutto di intensa concentrazione» mi spiegò, sbattendo le palpebre dietro le lenti (spesse, ma non quanto quelle di Ajahn). Un esperto di arti magiche può concentrarsi, entrare in contatto con la tua mente e influenzarla con pensieri estranei. Per combatterlo bisogna ricorrere alla coscienza e alla consapevolezza, e mantenere forte la mente in modo che sia in grado di difendersi, riconoscendo i pensieri che le sono propri rispetto a quelli che potrebbero esservi stati introdotti da qualcun altro. Non devi dire l’ora della tua nascita a nessuno» mi disse Panyavudo, perché questo dato, stando a lui, poteva aiutarli a individuarti.

Per contrattaccare dovevi essere consapevole e conoscere te stesso, avere fiducia nelle tue sensazioni. Se una persona ti passa qualcosa da mangiare, prova a sentirlo per qualche minuto, avverti che tipo di vibrazione trasmette.

Spiegò che la pratica del tai chi mi avrebbe aiutato, come la meditazione e la consapevolezza. Potevo anche sperimentare la “meditazione compassionevole”, in cui dirigi pensieri positivi sulle persone che ami, che ti piacciono, che ti sono indifferenti, che non ti piacciono, purché siano del tuo stesso sesso. «Ma non sui defunti, perché quello può attirare gli spiriti». Il dolore può essere il residuo di spiriti che sono stati feriti – quello delle formiche che avevo…




eliminato dal bagno, per esempio, o di qualcuno a cui avevo fatto un torto. Quest’ultima cosa mi diede da pensare.

«Le energie negative possono ritorcersi contro di noi e abbiamo a disposizione ottant’anni di vita» lo disse come se fosse un dato assodato «per cui sii cauto, perché possono accumularsi e farti del male. Sii gentile e dimostra il tuo amore».

Panyavudo era un uomo intelligente e colto, che aveva vissuto in Olanda e in Germania fra i ventidue e i ventiquattro anni, per poi lavorare nel settore dell’import-export e al parlamento di Bangkok. Non era uno sciocco contadino superstizioso, faceva parte a pieno titolo del mondo moderno.

Mi guardò a lungo, e poi disse: «C’è una fascia di metallo intorno alla tua testa e alla tua fronte, una stretta fascia d’oro». Si passò le dita intorno al capo, per farmi capire cosa intendeva. «Significa qualcosa, per te?»

Scossi il capo.

«Allora forse dovresti occupartene» disse, sorridente come sempre.
«Hai bisogno di vedere il lato spirituale del combattimento e dell’autodifesa, oltre al lato fisico e mentale.
Le persone si allenano per costruire la volontà di combattere, ma la magia nera può distruggerla».

A partire dal sesto giorno si era verificata una specie di svolta e i miei attacchi di noia assoluta stavano sparendo. In fondo, che cos’è la noia? È solo un’altra sensazione, solo un’emozione, un’illusione – non è reale. La noia è come il dolore, arriva per farti vedere il carattere della noia stessa. Il dolore insorge per insegnarti il dolore. Una volta sedetti per quarantacinque minuti e smisi più per via dello shock che per la sofferenza. Quando Ajahn s’immergeva profondamente nella meditazione, stava seduto per sei ore e mezza. La mia consapevolezza stava crescendo e mi riusciva più facile accostarmi a essa, potevo caderci dentro e sentirla più familiare. Le cose incominciarono a diventare più chiare. Potevo vedere i miei pensieri da più punti di vista – stavo incominciando a vedere i miei problemi a trecentosessanta gradi.

Mi ero anche adattato alla mancanza di cibo e alle sei ore di sonno, e mi sentivo energico e forte per tutto il giorno senza il sostegno del caffè. In parte l’appagamento derivava anche dalla mancanza di tutte le intrusioni tecnologiche che avevano fatto parte della mia vita, l’interminabile brusio di sottofondo dei microchip che mi circondavano. Era come essere di nuovo bambino. Avevo la sensazione che quella situazione si sarebbe potuta protrarre all’infinito, ma fuori dalla finestra, attraverso la giungla, mi giungeva anche il richiamo del mondo. Il vento sibilava insinuandosi fra gli…alberi e nel folto dei bambù, le gocce incontravano le foglie. C’era un rumore costante, il rombo di motori lontani, uno scooter per strada, il vento, le cicale, i ragazzi alla porta accanto che chiacchieravano in un fluido thailandese, i monaci solitari che camminavano appena fuori dalla mia finestra.

Il decimo giorno, nel buio del primo mattino, salii in macchina, indossando di nuovo i miei soliti indumenti scuri, e non più quelli bianchi e puri, così comodi, così rilassanti per la mente. Mi ero messo il deodorante, il cui pungente odore filtrava dalla T-shirt di Bruce Lee. Tutte le catene e gli ammennicoli della società – tecnologia, denaro e carte di credito, biglietti e passaporti, un cellulare prestatomi da un amico: tante cose, ognuna più pesante dell’altra. Ajahn mi invitò a tornare per scrivere un libro su ciò che lui stava facendo, la meditazione e le esperienze dei farang in diversi templi. Penso che mi stesse invitando nel senso in cui i monaci buddhisti a volte invitano i laici a lavorare con loro, per costruire templi e cose del genere, per conquistarsi dei meriti.

«La consapevolezza può arrivare a incidere su tutto, può essere una parte di ogni cosa, del tuo allenamento e della tua lotta» mi disse Ajahn. Per i monaci non costituiva un problema il fatto che io fossi, anche solo a volte, un combattente. «Se usi la consapevolezza nella boxe, puoi essere conscio e non prigioniero dello stesso movimento, puoi essere senza forma, e ciò che è privo di forma non può essere sconfitto, finché sei forte dentro e hai i piedi ben radicati» mi spiegò Ajahn. Virgil si sarebbe sicuramente trovato d’accordo.

Mentre viaggiavamo attraverso la campagna nebbiosa, incontrando di tanto in tanto membri delle tribù delle colline, nei loro abiti tradizionali, che camminavano lungo la strada, Ajahn, che sedeva davanti, si voltò e mi disse: «La consapevolezza ti aiuterà a vedere libero da illusioni».

Annuii. «Hemingway parlava sempre di scrivere la frase “autentica”» dissi, quasi a me stesso.

«Il vecchio e il mare» mi disse Ajahn, e sorrise. «Una bella storia».


Titani Invisibili  tecnica e persuasione magica, logos e  pathos….

Nonostante le onnipresenti prove di flagrante titanismo che abbiamo intorno, loro, i Titani, sono invisibili, come il nero cielo notturno di Urano, il loro terribile padre, nascosti dalla madre Gaia nella profondità del suo ventre. A volte sono immaginati in forma di fantasmi. Operano invisibilmente nell’oscurità e in impulsi e fantasie che affiorano dal profondo. […] I Titani, poiché sono invisibili, ovvero non hanno immagini, appunto per questo non hanno limiti. Privi di immagine, diventano pura espansione.
J. Hillman, Figure del mito

Perché toccò a Zeus salvare il mondo dai Titani? Non per la sua forza, secondo me, per i suoi fulmini, per la sua intelligenza scaltra né per la sua funzione di legge e ordine, bensì piuttosto per la sua capiente immaginazione. […] La gamma della sua fantasia era inclusiva, ampia, generosa e differenziata. Zeus era davvero un dio del cielo; copriva tutto con l’ampiezza della sua facoltà immaginativa, era pari, nella sua grandiosità articolata, alla enormità titanica. La smisuratezza titanica può essere abbracciata e contenuta soltanto da una capacità altrettanto vasta di creare immagini. […] La coscienza improntata a Zeus è attiva; terragna, aperta, presente. Zeus genera attivismo e militanza, il che ci insegna qualcosa su come far fronte al titanismo: non con il ritiro, la meditazione, la psicoanalisi, né con la speranza nel Regno a venire. (J. Hillman, Figure del mito [2007] 2014, 134)

FONTE confer ENNEAGRAMMA

“IL TRONO OSCURO. MAGIA, POTERE E TECNOLOGIA”, Andrea Venanzoni ci invita a pensare lo sviluppo tecnico come un antico incantesimo…

” La gnosi propugnata dalla Silicon Valley è un illusione di elevazione del singolo individuo, venduta in maniera scintillante secondo i paradigmi della controcultura dell ”ideologia californiana”; è un ombra imposta dall’individualità di altri che si serve del caos per destrutturare l’ordine precedente e sostituirlo con uno nuovo” pag. 79 cap. ” Il culto del Silicio”

Intelligenza artificiale, robot, macchine a guida automatica: tutto fa pensare al progresso tecnologico. Ma non potrebbe trattarsi invece di magia? Andrea Venanzoni ci invita a pensare lo sviluppo tecnico come un antico incantesimo. Sul regno del progresso troneggia un idolo oscuro. I maghi sono tra noi. Politici, imprenditori, amministratori delle più grandi aziende del mondo fanno segretamente ricorso alla potenza degli incantesimi e delle forze esoteriche. In questo libro Andrea Venanzoni sostiene che tutto ciò è consentito proprio dall’esplosione del mondo digitale, in sé profondamente “magico”.
Scienza, tecnologia e magia vengono solitamente considerati concetti escludenti tra loro: l’epoca nata dai lumi e dal trionfo della ragione non può accettare la resistenza in ombrose nicchie culturali del pensiero magico, dell’esoterismo, di incantesimi ed evocazioni, visti tutti come frutto di irrazionali superstizioni.
Eppure, molti dei nostri concetti tecnologici hanno una radice magica, come gli insiemi algoritmici utilizzati per fini predittivi, o come la rete Internet la cui concezione rimanda a idee come quella teologico-esoterica di “noosfera”.
Alla fine di questo libro la Silicon Valley non ci apparirà più soltanto come un luogo di avanguardia tecnologica, innovazione e successo, ma anche come una terra di maghi, oscuri incantesimi, santuari segreti e rituali pagani celebrati nel deserto.

Andrea Venanzoni Costituzionalista e Segretario generale del Forum nazionale delle professioni. Autore di saggi apparsi sulle più rilevanti riviste di diritto pubblico e diritto delle nuove tecnologie, scrive su Il Sole 24Ore, Il Foglio e sulla rivista della Fondazione Leonardo, Civiltà delle Macchine. Collabora con le cattedre di Diritto costituzionale e di Diritto delle tecnologie dell’informazione, presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre.

”Gli algoritmi delle piattaforme non ci consentono invece di produrre l’evocazione della nostra energia ,la quale origina sempre dal fondo del nostro essere immanente e trascendente, l’autentico Meon, ma piuttosto ci livellano verso una beatificazione digitale e astrale in cui ogni interstizio è connessione verso l’unicità del SILICIO, un MEON PLASTICO, rindondante e fallace.”
pag. 79 cap. il culto del silicio

Simbolismi nelle terre di Toscana Fonte dell’Abbondanza

Interpretazione “apotropaica”, αποτρέπειν, apotrépein  allontanare atto, animale, oggetto, formula monile apotropaico, rito apotropaico o gesto apotropaico, per allontanare  o annullare un’influenza maligna o negativa o di buon augurio per i raccolti affinché fossero sempre abbondanti, di protezione dalla nefasta possibilità di ricorrere alle scorte del magazzino, gli organi maschili simbolo di fertilità ed ancora di protezione apotropaica. Un rito solstiziale nell’Albero della Fecondità?
Nell’antica religione romana il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi a differenti cose: al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio),alle effigi ed agli amuleti fallici contro il malocchio ed infine agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa

Le figure femminili tentano di cogliere i “frutti” e si accapigliano per strapparli una all’altra, ancora simbolismi di fecondità esplicita, o rappresentazione del potere magico dell’erotismo, sin dalla preistoria l’uomo ha sempre cercato nei simboli sessuali un qualche elemento per allontanare le forze maligne e assicurare fertilità e procreazione a una famiglia o a una comunità intera.
La fecondità veniva spesso rappresentata da donne formose che mostravano i propri genitali in pose provocanti, simboli di lussuria e attrazione fatale.

Altre teorie si legano al conflitto tra guelfi e ghibellini, I guelfi avvertivano i frequentatori della fonte, che nel caso in cui i Ghibellini fossero tornati al potere, questi ultimi avrebbero diffuso idee eretiche, stregoneria e perversioni sessuali oppure, non vi è certezza, i ghibellini mostravano il loro” potere esoterico” con la Fascinazione dell’abbondanza.
Lo studioso britannico George Ferzoco identificai come streghe le donne sotto l’albero, una delle più antiche rappresentazioni di streghe di tutta l’arte occidentale.
Una di loro, inoltre, è nell’atto di aggiungere con un bastone un fallo a un ramo dell’albero.
«All’epoca in Toscana era diffusa una leggenda secondo la quale le streghe tagliavano gli organi sessuali agli uomini e li mettevano nei nidi degli uccelli, dove avrebbero preso vita e si sarebbero moltiplicati». 

definisce l’immagine addirittura come simbolo di sterilità, ne attribuisce la realizzazione al governo guelfo, che ha governato Massa Marittima tra il 1267 e il 1335, e addirittura mette in connessione le scene raffigurate nel dipinto con i riti celebrati dalle streghe e descritti nel Malleus maleficarum (1487).
Nella sua lettura le donne ai piedi dell’albero sarebbero infatti delle streghe: quella a sinistra vestita di giallo e con la verga in mano starebbe cercando di raggiungere un nido di uccello dove ci sono due uccellini.
Una cerimonia del genere è descritta nel Malleus dove si dice che le streghe praticano riti usando falli umani: dopo aver evirato gli uomini, collocano i loro attributi in nidi di uccello sugli alberi, in numero tra 20 e 30, li fanno crescere, infine li rimuovono e li usano per sortilegi vari.

天狗 TENGU dispettosa magia marziale

Tengu 天狗 marzialisti magici e sciamani folli….

Si narra che alcuni maestri di arti marziali fossero assidui frequentatori del Kurama Yama 鞍馬山….un monte che le leggende vogliono gremito dagli irascibili  天狗  tengu . qui dimorava  Sojobo 僧正坊, il loro re, che addestrò il noto bushi Minamoto no Yoshitsune 源 義経 Qui il mitologico Morihei Ueshiba addestrava i suoi migliori allievi con allenamenti notturni in cui brandiva…

鞍馬山 Kurama Yama Ueshiba tengu e Reiki

” Il tempo è un fanciullo che gioca a dadi ” C.G Jung

«Ὁ Αἰὼν παῖς ἐστι παίζων, πεττεύων· παιδὸς ἡ βασιληίη» · Τελεσφόρος διελαύνων τοὺς σκοτεινοὺς τοῦ κόσμου τόπους, καὶ ὡς ἀστὴρ ἀναλάμπων ἐκ τοῦ βάθους, ὁδηγεῖ «παρ’ Ἠελίοιο πύλας καὶ δῆμον ὀνείρων».

 
 
Ὁ.ΑΙΩΝ.Π               ΑΙΣ.ΕΣΤΙ.ΠΑΙΖΩ               Ν.ΠΕΤΤΕΥΩΝ.Π               ΑΙΔΟΣ.Ἡ.ΒΑΣΙ                  ΛΗ [♄] ΙΗ   ΤΕΛΕΣ                             ΦΟΡΟΣ   ΔΙΕΛΑΥ                           ΝΩΝ.ΤΟ     ΥΣ.ΣΚ                           ΟΤΕΙΝ      [☉ ♃]            [☿]            [♀ ☾] ΟΥΣ                                               ΤΟΥ  ΚΟΣΜΟΥ.                         ΤΟΠΟΥ  Σ.ΚΑΙ.ὩΣ.                          ΑΣΤΗΡ.  ΑΝΑΛ              ΑΜΠΩ         Ν.ΕΚ.ΤΟ   Υ.ΒΑ             ΘΟ [♂] ΥΣ.      ὉΔ                     ΗΓΕΙ   ΠΑΡ᾽                  ΗΕΛΙΟΙΟ.ΠΥΛΑΣ.Κ                    ΑΙ.ΔΗΜΟΝ.Ο                       ΝΕΙΡΩΝ
Ὁ.ΑΙΩΝ.Π ΑΙΣ.ΕΣΤΙ.ΠΑΙΖΩ Ν.ΠΕΤΤΕΥΩΝ.Π ΑΙΔΟΣ.Ἡ.ΒΑΣΙ ΛΗ [♄] ΙΗ ΤΕΛΕΣ ΦΟΡΟΣ ΔΙΕΛΑΥ ΝΩΝ.ΤΟ ΥΣ.ΣΚ ΟΤΕΙΝ [☉ ♃] [☿] [♀ ☾] ΟΥΣ ΤΟΥ ΚΟΣΜΟΥ. ΤΟΠΟΥ Σ.ΚΑΙ.ὩΣ. ΑΣΤΗΡ. ΑΝΑΛ ΑΜΠΩ Ν.ΕΚ.ΤΟ Υ.ΒΑ ΘΟ [♂] ΥΣ. ὉΔ ΗΓΕΙ ΠΑΡ᾽ ΗΕΛΙΟΙΟ.ΠΥΛΑΣ.Κ ΑΙ.ΔΗΜΟΝ.Ο ΝΕΙΡΩΝ

«Il tempo è un bambino – giocando come un bambino – giocando un gioco da tavolo – il regno del bambino. Questo è Telesforo, che percorre le regioni oscure di questo cosmo e si illumina come una stella fuori dalle profondità. Lui punta la strada alle porte del sole e alla terra dei sogni”

“Il tempo è un bambino che gioca, gioca d’azzardo, il fanciullo è il re”

 Eraclito.

“Egli indica la strada alle porte del sole e nella terra dei sogni” è una citazione dell’Odissea
 Si riferisce a Ermes, lo psicopompo, che porta via gli spiriti degli spasimanti caduti.

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Sulla  facciata principale (la pietra è cubica) della famosa Pietra di Bollingen  da Jung scolpita nel 1950, nella sua residenza estiva nota come la Torre di Bollingen.

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Nella struttura naturale della pietra, vidi un piccolo cerchio, una specie di occhio che mi guardava. Lo scolpii nella pietra e nel centro vi feci un piccolo homunculus”.

La figura centrale è Homunculus-Mercurio-Telesforo, che indossa un mantello con cappuccio e porta una lanterna. Egli è circondato da un Mandala Quaternario di significato alchemico, con il quarto superiore dedicato a Saturno, il quarto inferiore a Marte, il quarto di sinistra al Sole-Giove (“maschio”) e il quarto di destra alla Luna-Venere (“femmina”) .


”  Fin dal principio sentii la Torre come un luogo, in un certo senso, di maturazione, un grembo materno o una figura materna nella quale potessi diventare ciò che fui, sono e sarò.”
(C. G. Jung, ‘Ricordi, sogni, riflessioni’)

levandus sum e profundo ad instar piscis…

Orphanus sum, solus tamen ubique reperior, unus sum sed mihi contrarius, iuvenis et senex simul, nec patrem nec matrem novi, quia levandus sum e profundo ad instar piscis, seu delabor a coelo quasi calculus albus, nemoribus montibusque inerro, in penitissimo autem hominem delitesco, mortalis in unumquodque caput, non tamen tangor temporum mutatione.

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«Sono un orfano, solo; tuttavia sono stato trovato ovunque. Io sono uno, ma sono contrario a me stesso. Io sono gioventù e vecchio allo stesso tempo. Non ho conosciuto né padre né madre, perché ho dovuto essere estratto dal profondo come un pesce, o caduto come una pietra bianca dal cielo. Nei boschi e nelle montagne vagabondo, ma sono nascosto nell’anima più intima dell’uomo. Sono mortale per tutti, ma non sono toccato dal ciclo degli eoni.”

Un lato contiene una citazione presa dal Rosarium philosophorum:

“Rosario dei filosofi”, è un testo alchemico del XIII secolo, tradizionalmente attribuito ad Arnaldo da Villanova (1235-1315), forse di autore anonimo della fine del XIV secolo

«Hic lapis exilis extat, pretio quoque vilis, spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis»«Qui si trova la media, scomoda pietra del filosofo, di prezzo molto economica. Più è disprezzata dagli sciocchi, più amata dai saggi.»

 

Jung e lo sciamanesimo L’anima fra psicanalisi e sciamanesimo

C. Michael Smith, psicologo clinico allievo di Paul Ricoeur, grande specialista di Jung e di sciamanesimo, nonché di antropologia medica, esplora differenze e affinità tra sciamanesimo e psicologia junghiana.

Forse la caratteristica più saliente comune a sciamanesimo e alla psicologia junghiana è che entrambe le discipline offrono una via per vivere ”pieni d’anima” una via che parta dallo spirito da una dimensione trascendente di saggezza e potere.

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 I nostri sforzi terapeutici, che siano propri dello sciamanesimo o della psicologia del profondo, devono essere mossi dall’intento di trovare colui che è là dentro e che si è perso, per farlo tornare alla vita dobbiamo aiutarlo a trovare il proprio nucleo vitale, il proprio centro dell’essere, dobbiamo sostenerlo, affinchè nutra la propria vita e la viva dall’interno, con la mente allineata al cuore, al servizio del cuore.

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Meditazione Metacomunicazione Magia

”Gli attenti a se stessi divengono immortali
i distratti a se stessi vivono come morti.”
Buddha

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La meta-comunicazione senza meditazione è l’arte della truffa

La meditazione senza magia è sterile


La magia senza meditazione è follia

La magia senza meta-comunicazione è superstizione

La meditazione senza meta-comunicazione è una fuga dal mondo

La meta-comunicazione senza magia è una formula vuota

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Ad un livello di coscienza cosiddetta ordinaria, noi possiamo conoscere solo ciò che già conosciamo. Noi pensiamo per lo più pensieri non nostri, non autogeni ma indotti dalla cultura dominante o dalla sottocultura a cui aderiamo in cui siamo immersi.
Tutto ciò che “accade” dunque viene filtrato dai pensieri: troviamo sempre il modo di rendere  il mondo conforme ad essi, ovvero a ciò che conosciamo, al nostro “modello di realtà” (la nostra mappa)….
Fabrizio Ponzetta ( L’intuizione Illuminata)
confer   Metacomunicazione  con  ipnosi/autoipnosi   PNL, ipnosi ericksoniana,  grammatica trasformazionale
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“Magia” (Dal gr. mageía ‘dottrina dei magi persiani; arte magica, incantesimo)
è una parola dagli innumerevoli significati.

Spesso ci si riferisce con magia a certe facoltà extra-ordinarie, come la capacità di vedere e pre-vedere al di la’ dello spazio e del tempo (un accesso al vasto campo dell’inconscio collettivo, già ampiamente teorizzato da C.G. Jung, e oggi approfondito da molti studi anche su basi scientifiche, come La mente estesa di R. Sheldrake).

Fenomeni come la telepatia e l’“entanglement” ne sono un tipico esempio; ognuno di noi in potenza può sviluppare simili facoltà, ma in molte persone sono una dote innata già sviluppata.

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Altre volte con magia ci si riferisce a quei professionisti della (meta)comunicazione, che con tecniche ipnotiche e risorse intuitive sono in grado di trasformare le vite delle persone.
note:
In Grecia fu Erodoto a  generare il termine “mago” per indicare un sacerdote di una tribù della Persia antica.
Dal IV secolo a.C. il vocabolo mageia Μαγεία cominciò ad essere utilizzato per indicare un insieme di dottrine nate dalla commistione di tradizioni arcaiche e le pratiche rituali ereditate dai Persiani.
Fu comunque nella koinè culturale ellenistica che ebbe luogo quella fusione dei riti magici con elementi astrologici e alchimistici, che sarà alla base di tutta la speculazione magica dei secoli successivi.

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