Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone… Mito di Er Platone

“Ἀνάγκης θυγατρὸς κόρης Λαχέσεως λόγος. Ψυχαὶ ἐφήμεροι, ἀρχὴ ἄλλης περιόδου θνητοῦ γένους θανατηφόρου.

[e] οὐχ ὑμᾶς δαίμων λήξεται, ἀλλ’ ὑμεῖς δαίμονα αἱρήσεσθε. πρῶτος δ’ ὁ λαχὼν πρῶτος αἱρείσθω βίον ᾧ συνέσται ἐξ ἀνάγκης. ἀρετὴ δὲ ἀδέσποτον, ἣν τιμῶν καὶ ἀτιμάζων πλέον καὶ ἔλαττον αὐτῆς ἕκαστος ἕξει. αἰτία ἑλομένου· θεὸς ἀναίτιος.”

tratto dal Mito di Er nella Repubblica di Platone (X, 617d-e)
Testo Greco integrale

“Parola di Lachesi, figlia della Necessità. (Anake )Anime effimere, inizia un nuovo ciclo del genere mortale, soggetto alla morte.
Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone.
Il primo che ha sorteggiato scelga per primo la vita a cui sarà legato per necessità.
La virtù, invece, non ha padrone: ciascuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi.
La responsabilità è di chi sceglie; il dio non ha colpa.”

Cloto:
È la moira che fila il filo della vita. Il suo nome deriva dal greco “klotho”, che significa “io filo”. 
Lachesi:
È la moira che misura la lunghezza del filo della vita, decidendo quanto a lungo vivrà ogni individuo. Il suo nome deriva dal greco “lachesis”, che significa “sorte” o “destino”. 
Atropo:
È la moira che taglia il filo della vita, determinando la fine dell’esistenza di una persona. Il suo nome deriva dal greco “atropos”, che significa “inflessibile” o “inevitabile

Al termine della vita, ed una volta giunti al momento in cui bisogna scegliere in quale corpo reincarnarsi, le anime dopo un lungo viaggio, al termine del quale viene concesso loro di vedere l’Origine dell’universo, un immensa colonna di Luce, che discende dall’alto, attraversa tutto il celo e la terra, al cui interno si scorgono le catene del cielo, che mantengono in equilibrio l’universo , le anime pervengono al fuso della Necessità, Ἀνάγκης, origine di tutti i legami che reggono i moti del cielo, l’eternità della struttura dell’Universo, accanto a cui sono poste, tra le altre figure, le sirene, le Moire, figlie di Necessità, Lachesi, simbolo del passato, Cloto, simbolo del presente, e Atropo, simbolo del futuro.
Le anime ricevono un numero sorteggiato che determina l’ordine in cui sceglieranno la loro nuova vita. Davanti a loro vengono presentati diversi “modelli di vita” (βίοι), che includono vite di ogni tipo: ricche, povere, nobili, umili, virtuose o malvagie. Tuttavia, la virtù non è imposta: ogni anima è libera di scegliere, e la sua scelta riflette la sua saggezza o ignoranza.

Una volta terminata la fase iniziale, alle anime vengono mostrati i «paradigmi delle vite»  successive che ognuno ha la possibilità di scegliere (Platone, Repubblica X, 618 A).
Se, quindi, in una prima fase vi è un criterio di casualità delle sorti da parte della vergine, la scelta successiva del destino spetta soltanto all’anima del singolo e, come dice la stessa Lachesi, «la responsabilità, pertanto è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa», poiché «non ha padroni la virtù; quanto più di ciascuno di voi l’onora tanto più ne avrà; quanto meno l’onora, tanto meno ne avrà» (ivi, 617 E).


Dopo aver scelto, le anime vengono condotte nella valle di Lete , dove è presente il fiume Lete (oblio)  e s Λήθη pronuncia “Lḗthē”. Il nome deriva dal verbo greco “lanthano” (λανθάνω), che significa “essere nascosto” o “dimenticare e bevono, dal fiume Amelete (non curanza ) per dimenticare la loro esperienza nell’aldilà, e vengono poi mandate nel mondo terreno per vivere la vita scelta.

Le acque del fiume Lete, a cui accorrono una moltitudine di anime assetate (dipinto di John Roddam Spencer Stanhope)

Il concetto greco di felicità, o eudaimonia, ha subito una significativa evoluzione, passando da una dipendenza dalla sorte esterna a una profonda responsabilità individuale, per opera dei filosofi.

Inizialmente, l’eudaimonia significava letteralmente “aver ottenuto un buon demone protettore”. Secondo questa concezione antica, una persona era felice se la sorte aveva voluto che fosse scelta da un demone benevolo, mentre era infelice se scelta da un demone maligno. Questa visione prevalse per secoli nella cultura greca.

La trasformazione di questo concetto iniziò con i filosofi, che ne “corroseno” l’idea originaria:

  • Eraclito fu il primo a proporre un’alternativa, affermando: “Il demone dell’uomo è il suo carattere”. Questo spostò l’attenzione dalla sorte esterna a una qualità intrinseca dell’individuo.
  • Democrito, pur essendo considerato un presocratico ma influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea, sostenendo che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali come gli armenti o l’oro. Per Democrito, l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, il che significa che l’uomo decide la propria sorte e nessun altro.
  • Socrate spiegò in modo molto chiaro che l’uomo si costruisce temperando la sua anima con il logos (ragione o parola), quindi la felicità consiste nell’educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito umano, e dunque nella filosofia intesa in senso antico. Questo concetto dell’anima, la psiché, è profondamente greco e non di origine cristiana, essendo presente migliaia di volte in Platone.
  • Platone ha imposto definitivamente questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna (psicologia, psicoterapia, psicoanalisi ruotano attorno a questo concetto greco). Nel Gorgia, Socrate afferma che la felicità non è legata alla ricchezza o al potere, come quello del Gran Re di Persia, ma alla formazione interiore e alla giustizia. Per Platone, “chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e l’ingiusto e il malvagio è infelice”. Inoltre, il benessere fisico, pur appagando una fame iniziale, genera una “fame dello spirito”, che è più difficile da saziare e costituisce un asse importante della Repubblica.
  • Anche Aristotele contribuì a questa evoluzione, distinguendo tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
  • Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età di filosofare all’età di essere felici. Lo scopo fondamentale dell’antica filosofia greca era infatti trovare la verità e la felicità.

Il culmine di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è espresso nel mito di Er nella Repubblica di Platone. Questo mito narra della reincarnazione delle anime dopo un ciclo di premi o punizioni. Elementi chiave del mito che mostrano la responsabilità individuale includono:

  • Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un millennio, le anime si ritrovano su una pianura dove devono decidere il proprio destino. I paradigmi delle vite non vengono imposti, ma proposti, e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse.
  • La rivoluzione del “demone”: La frase più rivoluzionaria per un greco è: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”. Questo rovescia completamente la concezione tradizionale della sorte, affermando che è l’individuo a scegliere il proprio demone (cioè la propria vocazione o destino).
  • La libertà nel gestire la vita: Sebbene l’ordine di scelta delle vite sia dato dal sorteggio, l’uomo non è libero di scegliere la vita che gli viene data (quella gli è imposta alla nascita, ad esempio, il luogo e i genitori), ma è libero di scegliere come vivere moralmente quella vita.
  • La virtù senza padroni: La famosa frase “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà, quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa” afferma chiaramente che la responsabilità della propria condotta e della propria felicità è interamente dell’individuo, non di una divinità o di una forza esterna.
  • Il ruolo della sofferenza e della scelta consapevole: Anche l’ultimo a scegliere, se lo fa con giudizio e filosofia, può avere una vita soddisfacente. L’esperienza del dolore e della sofferenza, ricordata dalle anime nell’aldilà, insegna loro quali scelte sbagliate evitare. L’esempio di Ulisse, che per ultimo sceglie una vita “di un uomo qualunque” rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze passate, sottolinea la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
  • Ogni individuo ha la possibilità di essere felice: Chiunque nasca, qualunque sorte gli tocchi, ha la possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice; è l’individuo che “butta via” questa possibilità volendo di più o non accontentandosi.

In sintesi, il concetto greco di felicità si è evoluto da un’idea di dipendenza dalla sorte esterna a una visione in cui la felicità è intrinsecamente legata alla formazione dell’anima, alla scelta morale, alla virtù e alla responsabilità individuale, un messaggio che, come notato nel testo, risuona ancora oggi nella psicologia.
Secondo i filosofi greci, la scelta e la gestione della propria vita hanno un’influenza cruciale sulla felicità, in un’evoluzione che ha spostato il concetto di eudaimonia (felicità) dalla dipendenza dalla sorte esterna alla responsabilità individuale.

Inizialmente, l’eudaimonia significava “aver ottenuto un buon demone protettore”, implicando che la felicità fosse determinata dalla sorte che assegnava un demone benevolo o maligno. Questa concezione è stata gradualmente modificata dai filosofi:

  • Eraclito fu il primo a sostenere che “Il demone dell’uomo è il suo carattere”, spostando l’origine della felicità dall’esterno all’interno dell’individuo.
  • Democrito, influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea affermando che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali, ma che “l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, cioè la sorte dell’uomo la decidi tu e nessun altro”.
  • Socrate chiarì che la felicità consiste nell’“educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito dell’uomo e quindi nella filosofia”, intesa come temperanza dell’anima attraverso il logos (ragione o parola). Per Socrate, la felicità deriva dalla formazione interiore e dalla giustizia, non dalla ricchezza o dal potere, affermando che “chi è onesto e buono uomo o donna che sia è felice e l’ingiusto è il malvagio è infelice”. Egli osservò come il benessere fisico possa generare una “fame dello spirito” più difficile da saziare.
  • Platone ha imposto in modo definitivo questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna. Nel Gorgia, Platone ribadisce che la felicità non è legata alla ricchezza, ma alla virtù e alla giustizia.
  • Aristotele distinse tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
  • Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici, indicando come scopo fondamentale dell’antica filosofia greca la ricerca della verità e della felicità.

Il punto culminante di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è il Mito di Er narrato da Platone nella Repubblica, che illustra in che modo la scelta e la gestione della vita influenzano la felicità. Nel mito:

  • Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un periodo di premi o punizioni, le anime si ritrovano a scegliere i paradigmi delle vite successive. Questi paradigmi “non vengono imposti all’uomo ma proposti alle anime e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse”. Questa è una rottura radicale con la tradizione, poiché Platone afferma: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”.
  • La libertà nel gestire la vita data: Sebbene l’ordine di scelta e le circostanze della nascita (il luogo, i genitori) siano imposti, l’uomo “non è libero di scegliere la vita […] ma è libero di scegliere come vivere moralmente” quella vita. La gestione e il modo di vivere la vita non sono predeterminati, ma sono una scelta individuale.
  • La virtù non ha padroni: Il mito afferma in modo potente: “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa”. Questo rovescia la tendenza a incolpare le divinità per le proprie azioni.
  • Il valore della scelta consapevole e dell’esperienza della sofferenza: Anche chi sceglie per ultimo può avere una vita soddisfacente e non malvagia, purché scelga “con giudizio con filosofia e viva coerentemente a questa scelta”. L’esperienza del dolore e della sofferenza nell’aldilà serve a ricordare quali scelte sbagliate evitare.
  • L’esempio di Ulisse: Egli, pur essendo l’ultimo a scegliere, opta per “la vita di un uomo qualunque”, rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze della sua vita precedente. Questa scelta dimostra la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
  • La possibilità universale di felicità: La conclusione platonica è che “chiunque nasca in questa vita qualunque sorte gli tocca ha le possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice ma è lui che poi butta via questo vuole di più non si accontenta di questo o di quest’altro”. La responsabilità della propria felicità è interamente individuale, basata sulla capacità di vivere virtuosamente la vita assegnata.

Questo profondo spostamento concettuale ha avuto un impatto duraturo, tanto che, come notato, alcuni psicologi moderni come James Hillman riprendono il Mito di Er, sostenendo che “il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino […] è un mito che non è mai accaduto ma può sempre accadere perché è eterno”. Hillman afferma che ciascuno di noi “incarna l’idea di sé stesso” e sceglie ciò che vuole essere. Tuttavia, nel riprendere il mito, Hillman non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo”, che per Platone è cruciale e legata alla comprensione dell’“idea del bene” e all’armonia degli opposti per raggiungere la felicità.
Secondo i filosofi greci, la sofferenza e la verità giocano ruoli fondamentali nella ricerca della felicità umana, influenzando profondamente le scelte individuali e la formazione dell’anima.

Ruolo della Sofferenza nella Ricerca della Felicità:

La sofferenza è presentata come un’esperienza formativa che può guidare le scelte dell’individuo verso una vita più felice e virtuosa, soprattutto attraverso la sua memorizzazione e comprensione.

  • Anamnesi e Lezioni dalla Sofferenza: Nel mito di Er di Platone, le anime, prima di reincarnarsi, compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze passate, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza”. Soprattutto, le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate, e quindi quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge.
  • La Sofferenza come Elemento Plasmatore: Il filosofo Hans Georg Gadamer, citato nel testo, sottolinea che la sofferenza “plasma ed è un punto della esperienza che li fa crescere”. Questo rafforza l’idea che, sebbene difficile, la sofferenza sia essenziale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole.
  • La Scelta di Ulisse: L’esempio più lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita, memore delle immense sofferenze patite nella vita precedente (che lo avevano reso “il più sfortunato di tutti i mortali”), Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria”. Cercò e scelse “la vita di un uomo qualunque”, una vita semplice e senza preoccupazioni, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, motivata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore.

Ruolo della Verità nella Ricerca della Felicità:

La verità, indagata attraverso la filosofia, è vista come la via maestra per la felicità, in quanto permette all’individuo di comprendere l’essenza delle cose e di vivere in accordo con la ragione e la virtù.

  • Scopo della Filosofia Greca: Per gli antichi Greci, lo scopo fondamentale della filosofia era “trovare la verità e la felicità”. Epicuro afferma che per “acquistare la salute dell’anima” nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per filosofare, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici.
  • Contemplazione del Vero: Aristotele, ad esempio, ritiene che la felicità non consista nei piaceri fisici, ma in quelli spirituali, e in particolare nella “contemplazione del vero”. Dio stesso, che possiede la massima felicità, è descritto come “autocontemplazione”.
  • La Verità è Sempre Presente: Platone, come interpretato, suggerisce che la verità “è dunque sempre di fronte a noi e noi ne siamo quindi circondati e fasciati”. La difficoltà nel percepirla non risiede nella verità stessa, ma nell’intelletto umano, che è come gli occhi dei pipistrelli che faticano a vedere la luce del giorno. L’intelletto deve abituarsi a vederla, implicando uno sforzo di purificazione e orientamento.
  • La Virtù e l’Idea del Bene: La capacità di scegliere con giudizio e vivere filosoficamente, che porta a una vita soddisfacente, è strettamente legata alla verità. Platone sostiene che per scegliere la virtù, che “non ha padroni”, è cruciale “l’idea del bene”. Comprendere cos’è il bene, inteso come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”, permette all’uomo di imporre ordine al disordine delle situazioni e raggiungere la felicità sia in questa vita che nell’aldilà.
  • La Filosofia come Ricerca Costante: La grandezza della filosofia non sta nel trovare una “verità ultimativa definitiva” – perché l’uomo è un “homo viator” (un viaggiatore) – ma nella sua costante “ricerca della verità”. Questo continuo sforzo di comprensione è la ricchezza e la “sorte” dell’uomo.

In conclusione, sia la sofferenza che la ricerca della verità sono strumenti essenziali che, secondo i filosofi greci, permettono all’individuo di esercitare la propria responsabilità morale, formare la propria anima e compiere scelte consapevoli che conducono alla eudaimonia. La sofferenza, se compresa, previene gli errori e guida verso scelte più prudenti, mentre la verità, accessibile tramite la ragione e la filosofia, illumina il percorso verso il bene e la virtù, pilastri della felicità.

Nella filosofia greca, in particolare quella di Platone, i concetti di equilibrio e armonia sono strettamente legati all’idea del bene e sono fondamentali per raggiungere la felicità.

  • L’Idea del Bene come Armonia e Giusta Misura: Il bene è definito come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura“. Questo significa che raggiungere il bene implica trovare un punto di equilibrio tra elementi contrastanti, ponendo ordine dove c’è disordine.
  • Felicità attraverso l’Equilibrio Interiore: Comprendere e applicare l’idea del bene, che implica ricerca di armonia e giusta misura, è quindi la chiave per la felicità. Non si tratta solo di una felicità effimera, ma di una condizione profonda che deriva dalla capacità di ordinare la propria esistenza secondo principi razionali e armoniosi.
  • Imporre Ordine al Disordine: La capacità di imporre “misura” a tutte le situazioni – che per loro natura sono spesso disordinate – e di stabilire “ordine al disordine” è un aspetto cruciale dell’idea del bene. Questa capacità è ciò che permette all’individuo di vivere bene e di essere felice, sia nella vita terrena che nell’aldilà.

James Hillman, nel suo libro “Il codice dell’anima”, riprende fedelmente il mito di Platone, in particolare quello narrato nel mito di Er.

Il concetto centrale che Hillman adotta da Platone è che:

  • L’anima sceglie il proprio destino prima della nascita: Hillman afferma che il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino è una verità. Egli ripropone l’idea che l’anima sia “scortata fin dal sua nascita da un demone”, e che questo mito, sebbene non sia “mai accaduto” in senso letterale, “può sempre accadere perché è eterno” e “c’è da prima dell’inizio della tua stessa vita”.
  • Ciascuno incarna l’idea di sé stesso: Hillman riprende il concetto platonico secondo cui “ciascuno di noi incarna l’idea di sé stesso e questa forma, questa idea, questa immagine non tollera deviazioni”. Questo suggerisce che c’è una sorta di predestinazione o vocazione intrinseca che l’individuo porta con sé.
  • L’importanza della bellezza per la psiche: Hillman recupera anche concetti “oggi dimenticati” di Platone, come l’importanza della bellezza. Afferma che “la bellezza in sé stessa è una cura per il malessere della psiche” e che “la psicologia deve trovare la strada verso la bellezza per non morire”.

Tuttavia, il testo sottolinea anche cosa manca nell’interpretazione di Hillman rispetto a Platone: egli non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo” e non entra nel merito dell’“idea del bene” intesa come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”.

La sofferenza riveste un ruolo cruciale nella ricerca della felicità umana secondo la filosofia greca, fungendo da esperienza formativa e da guida per le scelte future.

Ecco come la sofferenza influenza la vita e la felicità:

  • Anamnesi e Lezione dalle Esperienze Passate: Nel mito di Er di Platone, prima di reincarnarsi, le anime compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze vissute, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza“. Le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate e quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge e consapevoli.
  • La Sofferenza come Elemento Plasmatore e di Crescita: Hans Georg Gadamer, uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, ha sottolineato che la sofferenza “plasma ed è un punto dell’esperienza che li fa crescere“. Questo concetto ribadisce che, sebbene difficile, la sofferenza è fondamentale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole. È un elemento che permette agli individui di maturare e di acquisire una comprensione più profonda della vita.
  • L’Esempio di Ulisse: La Scelta Mossa dal Ricordo del Dolore: Un esempio lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita tra i paradigmi disponibili, egli è descritto come “il più sfortunato di tutti i mortali” per le immense sofferenze patite nella vita precedente. A causa di queste esperienze dolorose, Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria” e cercò “la vita di un uomo qualunque“. Scelse una vita semplice, “senza preoccupazioni“, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, profondamente influenzata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore. Ulisse, pur avendo meno opzioni, riesce a fare una scelta giudiziosa che lo conduce a una vita soddisfacente.
  • Impatto sulla Responsabilità Individuale: Il mito di Er, attraverso il ruolo della sofferenza e la libertà di scelta, sottolinea che la “responsabilità pertanto è di chi sceglie. Il Dio non ha colpa“. Questo rovescia la concezione tradizionale greca che attribuiva la felicità o l’infelicità alla sorte o al demone protettore. La sofferenza esperita in una vita diventa un fattore cruciale per guidare una scelta più avveduta nella successiva, ponendo l’individuo al centro del proprio destino morale.

In sintesi, la sofferenza non è vista come una mera punizione, ma come un’esperienza che, se ben compresa e ricordata (anamnesi), può orientare le scelte future dell’individuo verso percorsi di vita più saggi e, in ultima analisi, più felici, come dimostra la scelta “meravigliosa” di Ulisse. È un elemento cruciale che “plasma” la persona e la fa “crescere”.

Va notato che James Hillman, pur riprendendo il mito di Platone e l’idea che l’anima scelga il proprio destino, non approfondisce la dimensione della sofferenza come elemento formativo nel modo in cui lo fa Platone o Gadamer. Il suo focus sembra più orientato all’idea dell’anima che incarna se stessa e all’importanza della bellezza.

Πάθει μάθος – “Col patire, capire”

In Eschilo  ogni uomo soffre in sé e in silenzio e allo stesso modo comprende, vivendo questo avvenimento come una sorta di elevazione personale, scissa dalla società in cui vive.
L’unica cosa che l’uomo può fare è sopportare, poiché gli dei gli hanno fatto questo dono, che è l’unico φάρμακον, (in greco il termine è una vox media, che può intendere sia la cura, sia il veleno) per i dolori umani e “irrimediabili”.
Sopportando si riesce a imparare, imparare a vivere prima di tutto, a conoscere il ritmo, la misura esatta.

 ” γίνωσκε δ’οἷος ῥυσμòς ἀνθρώπους ἔχει”
Archiloco esorta a conoscere il ritmo che governa gli uomini

LE RADICI DELLA TRADIZIONE INIZIATICA OCCIDENTALE – ANGELO TONELLI

Angelo Tonelli esplora le connessioni tra lo sciamanesimo greco ed eurasiatico e le influenze orientali sul pensiero greco. 
Si analizzano figure come Eraclito, Parmenide ed Empedocle, evidenziando i loro legami con le cerchie iniziatiche e le esperienze spirituali. 
L’oratore sottolinea l’importanza di liberarsi dai pregiudizi sull’autenticità della cultura greca, riconoscendo la sua apertura a diverse tradizioni. 
Viene esplorata l’attualità della sapienza greca, evidenziando la necessità di un contatto con il profondo per affrontare la crisi antropologica contemporanea. 
Si discute infine il ruolo dell’iniziazione e della conoscenza unitaria come elementi centrali per una possibile rigenerazione della civiltà.

La saggezza greca si manifesta sia nelle pratiche spirituali sia nella vita civile, con implicazioni profonde per la realizzazione personale e la società.

Nelle pratiche spirituali:
* Sciamanesimo greco: prima dei filosofi classici come Eraclito e Parmenide, esisteva uno sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, che influenzò le successive esperienze spirituali.
Questo sostrato sciamanico è evidente in riferimenti e simboli presenti negli scritti di figure come Parmenide ed Empedocle.
* Misteri eleusini: questi riti, aperti a chiunque parlasse greco e non fosse macchiato da delitti, coinvolgevano purificazioni, digiuni, inni e una drammatizzazione rituale.
Il culmine era l’epopteia, una visione suprema raggiunta attraverso un percorso di transizione e catarsi.
L’esperienza era paragonata alla morte, intesa come iniziazione a un nuovo stato di coscienza.
* Orfismo e Dionisismo: queste tradizioni iniziatiche e di culto diffondevano stati di coscienza unificata. Il mito di Dioniso che si guarda nello specchio simboleggia come il mondo sia uno sguardo divino riflesso, e l’iniziazione serve a risvegliare questo sguardo interiore.
* Stati di coscienza unitaria: figure come Parmenide, Eraclito ed Empedocle incarnavano stati di coscienza che trascendevano le procedure del pensiero filosofico. La loro scrittura era intesa come strumento per trasfondere questi stati di coscienza.

Nella vita civile:
* Filosofia e politica: per i sapienti greci, la realizzazione di stati di coscienza elevati coincideva con la tendenza a trasformare la polis.
La sapienza era vista come qualcosa di sovrumano, che superava la dimensione dell’umano troppo umano.
* Limiti e conoscenza: i miti greci, come quello di Edipo e di Serse, offrono insegnamenti sulla conoscenza di sé e sull’importanza di rispettare i limiti naturali.
Edipo, attraverso la conoscenza del proprio sé, raggiunge una dimensione superiore, mentre Serse viene punito per aver violato l’equilibrio naturale.
* Coscienza unitaria e crisi antropologica: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea.
La saggezza greca, con la sua attenzione all’interiorità e alla connessione con il cosmo, può offrire un antidoto a questa crisi.
* Nous: questo strumento permette di cogliere l’unità di tutte le cose.
Perdere il radicamento nel “nous” porta alla separazione dal cosmo e dalla propria natura autentica.

Angelo Tonelli sottolinea l’importanza di liberarsi dai pregiudizi e riconoscere le influenze orientali nella cultura greca. C’era una circolazione di idee e contatti tra le cerchie iniziatiche di diverse culture.
La saggezza greca, quindi, non è un fenomeno isolato, ma parte di un contesto più ampio di esperienze spirituali.
Nella Grecia antica, lo sciamanesimo rappresentava una forma primordiale di esperienza spirituale, essenziale per la sopravvivenza e diffusa in diverse latitudini.
Angelo Tonelli suggerisce che lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia.

Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo dello sciamanesimo nella Grecia antica:

* Influenza sulle figure filosofiche: studiosi come Martin West hanno evidenziato come certi riferimenti sciamanici siano riscontrabili negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle.
Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo del pensiero filosofico greco.
* Connessioni culturali ampie: lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni tra la Grecia, la Mesopotamia, l’Egitto, l’India e altre regioni.
Questa rete di connessioni indica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali.
* Radici delle pratiche misteriche: lo sciamanesimo può aver influenzato riti misterici come quelli di Eleusi, dove figure femminili con ruoli sciamanici avevano un ruolo.
Questi riti celebravano il ciclo della morte e rinascita e la connessione con il divino.
* Stati di coscienza alterati: lo sciamanesimo facilitava l’accesso a stati di coscienza alterati, che erano considerati essenziali per la conoscenza e la guarigione.
Tecniche come l’uso di musica, danza e, possibilmente, sostanze psicotrope potevano indurre transizioni che portavano a una visione più profonda della realtà.
* Magia naturale: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”.

Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto.
* Antidoto alla crisi: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea.
La saggezza greca, con le sue radici nello sciamanesimo, può offrire un antidoto a questa crisi.
* Iperborei: Lo sciamano Abaris, proveniente dal mondo degli Iperborei, guidato da una freccia d’oro donatagli da Apollo, potrebbe aver trasmesso la sapienza a Pitagora.

Aristotele descrive l’esperienza dell’iniziazione non come un apprendimento intellettuale, ma come un sentire, un’emozione e una disposizione d’animo specifica.

Più precisamente, secondo Aristotele:
* Gli iniziati “non devono apprendere qualcosa, ma sentire”.
* L’iniziazione non riguarda l’acquisizione di conoscenza attraverso l’udito come nell’insegnamento. Piuttosto, è il “nous” stesso che subisce un’illuminazione, una folgorazione.
* Aristotele paragona l’esperienza misterica all’iniziazione eleusina, dove l’iniziato riceve un’impronta (“tu possa”) e non un insegnamento.
Giorgio Colli definisce questa esperienza iniziatica come una “vissutezza”.
* L’iniziazione richiede una preparazione; altrimenti, la persona non percepirebbe il significato dell’esperienza.

In sintesi, Aristotele evidenzia che l’iniziazione è un’esperienza trasformativa che coinvolge la sfera emotiva e spirituale, portando a una comprensione intuitiva piuttosto che a una conoscenza concettuale. Questo tipo di esperienza è simile a quella dei misteri eleusini, dove l’iniziato è preparato a ricevere un’impronta che illumina il suo “nous”.
Nelle iniziazioni eleusine, la figura della sciamana aveva un ruolo specifico, in particolare nel periodo del VII-VI secolo a.C., quando si era ridotta la dimensione matrilineare e demetriaca.

Ecco alcuni aspetti del ruolo della sciamana nelle iniziazioni eleusine:
* Figura sacerdotale femminile: esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi.
Tra queste figure emergeva la ierofantide, una sacerdotessa sciamana femminile.
* Ierogamia: la ierofantide si univa nella ierogamia con lo iерофант, il sacerdote maschile.
La ierogamia era un rito sacro che simboleggiava l’unione del divino femminile e maschile, essenziale per la fertilità e la rigenerazione.

Quindi, sebbene le fonti non forniscano dettagli esaustivi sulle funzioni specifiche della sciamana nei misteri eleusini, è chiaro che figure femminili con caratteristiche sciamaniche erano presenti e svolgevano un ruolo attivo all’interno del culto, soprattutto in relazione alla dimensione femminile e ai riti di unione sacra.
Plutarco descrive l’esperienza interiore nel Telesterion come un processo di destrutturazione dell’io ordinario che porta a una trasformazione profonda.

Ecco alcuni elementi chiave della descrizione di Plutarco, in riferimento all’esperienza nel Telesterion:
* Destrutturazione: L’esperienza nel Telesterion tendeva a destrutturare l’io ordinario.
Questo processo era così potente da indurre Eraclito a definire la coscienza di veglia come una forma di “morte”, poiché l’individuo rimaneva ancorato all’io e non era in contatto con l’immortale.
* Morte e conoscenza: Plutarco associa la morte a un momento di conoscenza, in linea con la visione platonica del Fedone, dove Socrate accoglie la morte come l’occasione per vedere l’assoluto.
L’iniziazione nei misteri eleusini, quindi, offriva un’esperienza simile a quella della morte, intesa come accesso a una conoscenza superiore.
* Iniziazione come morte e rinascita: Plutarco sottolinea la somiglianza tra il morire (“teleutan”) e l’essere iniziato (“teleistai”), suggerendo che l’iniziazione comporta una morte allo stato di coscienza precedente e l’accesso a uno stato nuovo e più ampio.
* Vagabondaggi e peripezie: L’esperienza interiore comprendeva “vagabondaggi” e “tragitti inquieti e senza fine attraverso le tenebre”.
Questi elementi suggeriscono un cammino non finalizzato, caratterizzato da movimento fisico e oscurità, che contribuiva alla destrutturazione dell’io.
* Catarsi psico-corporea: Prima del culmine dell’esperienza, gli iniziati attraversavano “peripezie terribili, brividi, tremori, sudore e sbigottimento”.
Questa fase intensa di catarsi psico-corporea preparava l’individuo alla trasformazione finale.
* Luce e pacificazione: Dopo la fase catartica, gli iniziati sperimentavano “una luce meravigliosa” e venivano accolti in “luoghi puri e praterie, con voci e danze e la solennità di suoni sacri e sante apparizioni”.
Questa fase rappresentava la pacificazione e l’esperienza della luce, comuni in molte tradizioni spirituali, e conduceva a uno stato di liberazione e completezza.
* Celebrazione e purificazione: Infine, gli iniziati, “liberati e senza legami”, celebravano i riti sacri insieme a uomini santi e purificati, simboleggiando un nuovo inizio e una comunione con il divino.

In sintesi, Plutarco descrive l’esperienza interiore nel Telesterion come un percorso di trasformazione profonda, che passa attraverso la destrutturazione dell’io, la catarsi, l’esperienza della luce e la comunione con il sacro.
Questo processo era inteso come un’iniziazione a un nuovo stato di coscienza, simile all’esperienza della morte, ma portatrice di conoscenza e liberazione.
Nella Grecia antica, lo sciamanesimo rivestiva un ruolo fondamentale come forma primordiale di esperienza spirituale, essenziale per la sopravvivenza e diffusa in diverse latitudini.
Angelo Tonelli suggerisce che lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia.

Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo dello sciamanesimo nella Grecia antica:

* Influenza sulle figure filosofiche: studiosi come Martin West hanno evidenziato come certi riferimenti sciamanici siano riscontrabili negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle.
Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo del pensiero filosofico greco.
* Connessioni culturali ampie: lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni tra la Grecia, la Mesopotamia, l’Egitto, l’India e altre regioni.
Questa rete di connessioni indica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali.
* Radici delle pratiche misteriche: lo sciamanesimo può aver influenzato riti misterici come quelli di Eleusi, dove figure femminili con ruoli sciamanici avevano un ruolo.
Questi riti celebravano il ciclo della morte e rinascita e la connessione con il divino. In particolare, esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi, come la ierofantide, una sacerdotessa sciamana femminile che si univa nella ierogamia con lo ieromante.
* Stati di coscienza alterati: lo sciamanesimo facilitava l’accesso a stati di coscienza alterati, che erano considerati essenziali per la conoscenza e la guarigione. Tecniche come l’uso di musica, danza e, possibilmente, sostanze psicotrope potevano indurre transizioni che portavano a una visione più profonda della realtà.
* Magia naturale: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”.
Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto.
* Antidoto alla crisi: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea.
La saggezza greca, con le sue radici nello sciamanesimo, può offrire un antidoto a questa crisi.
* Iperborei: Lo sciamano Abaris, proveniente dal mondo degli Iperborei, guidato da una freccia d’oro donatagli da Apollo, potrebbe aver trasmesso la sapienza a Pitagora.
Martin West ha messo in luce come, nell’antica Grecia, si possano riscontrare riferimenti sciamanici negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle.
Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un substrato per lo sviluppo del pensiero filosofico greco.

In particolare, West evidenzia analogie tra la Grecia antica e altre culture come la Mesopotamia, l’Egitto e l’India, suggerendo che lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni. Questo implica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali.

Inoltre, West, insieme ad altri studiosi, ha studiato figure come Abaris, uno sciamano iperboreo che potrebbe aver influenzato Pitagora, evidenziando le connessioni tra lo sciamanesimo greco e le tradizioni sciamaniche di altre regioni.
Nei misteri eleusini, la ierofantide era una sacerdotessa sciamana femminile che emergeva come figura di rilievo. Il suo ruolo era particolarmente significativo nel periodo del VII-VI secolo a.C., quando la dimensione matrilineare e demetriaca era in declino.

Ecco alcuni aspetti del ruolo della ierofantide nei misteri eleusini:

* Figura sacerdotale femminile: esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi.
Tra queste figure emergeva la ierofantide.
* Ierogamia: la ierofantide si univa nella ierogamia con lo iеromante, il sacerdote maschile.
La ierogamia era un rito sacro che simboleggiava l’unione del divino femminile e maschile, essenziale per la fertilità e la rigenerazione.
Nel proemio della “Refuseos” di Parmenide, la dea rivela al giovane iniziato diverse cose.

In particolare:
* La dea accoglie il giovane iniziato con benevolenza, riconoscendo che il suo arrivo è dovuto a un desiderio di conoscenza e non a un destino funesto.
* La dea gli rivela che deve apprendere “ogni cosa”. Questo include sia “il cuore che non trema della ben rotonda verità” (l’assoluto) sia “le opinioni dei mortali” (la doxa).
* La dea gli comunica che le opinioni dei mortali mancano di certezza e costituiscono il mondo come apparenza, scisso dallo sfondo generativo invisibile. Tuttavia, la dea aggiunge che anche le cose apparenti possono essere comprese e ricondotte all’unità se vengono indagate in ogni senso.
* La dea gli indica il nous come strumento per cogliere l’unità di tutte le cose, sottolineando che, quando si perde il radicamento in questo centro, ci si separa dal cosmo e dalla propria autentica natura.

In sintesi, la dea rivela al giovane iniziato la natura duplice della realtà, composta sia dall’assoluto (l’essere) sia dall’apparenza (il mondo dei mortali), e gli indica il percorso per ricongiungere questi due aspetti attraverso la conoscenza e l’uso del nous.
La rivelazione sottolinea l’importanza di comprendere sia la verità ultima sia le opinioni umane, integrando la conoscenza dell’assoluto con la comprensione del mondo relativo.
Nella Grecia antica, lo sciamano rivestiva un ruolo fondamentale come forma primordiale di esperienza spirituale. Angelo Tonelli suggerisce che lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia.

Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo dello sciamano nella Grecia antica:

* Influenza sulle figure filosofiche: studiosi come Martin West hanno evidenziato come certi riferimenti sciamanici siano riscontrabili negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle.
Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo del pensiero filosofico greco.
* Connessioni culturali ampie: lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni tra la Grecia, la Mesopotamia, l’Egitto, l’India e altre regioni.
Questa rete di connessioni indica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali.
* Radici delle pratiche misteriche: figure femminili con ruoli sciamanici avevano un ruolo importante nei riti misterici come quelli di Eleusi. Questi riti celebravano il ciclo della morte e rinascita e la connessione con il divino. In particolare, esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi, come la ierofantide, una sacerdotessa sciamana femminile che si univa nella ierogamia con lo ieromante
* Stati di coscienza alterati: lo sciamanesimo facilitava l’accesso a stati di coscienza alterati, che erano considerati essenziali per la conoscenza e la guarigione.
Tecniche come l’uso di musica, danza e, possibilmente, sostanze psicotrope potevano indurre transizioni che portavano a una visione più profonda della realtà.
* Magia naturale: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”.
Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto.
* Antidoto alla crisi: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea.
La saggezza greca, con le sue radici nello sciamanesimo, può offrire un antidoto a questa crisi.
* Iperborei: Lo sciamano Abaris, proveniente dal mondo degli Iperborei, guidato da una freccia d’oro donatagli da Apollo, potrebbe aver trasmesso la sapienza a Pitagora.
* Funzione politica: i sapienti greci tendevano a trasferire la realizzazione di stati di coscienza evoluti nella polis.
* Guarigione: Parmenide era sacerdote di Apollo, quindi aveva una dimensione di guaritore.
I sapienti greci delle origini sono accomunati da diversi elementi chiave, che li distinguono dalle figure filosofiche successive.

Ecco alcuni aspetti che accomunano i sapienti greci delle origini:

* Radicamento nella coscienza unitaria: i sapienti delle origini, o *sofoi*, erano radicati in una coscienza unitaria che permetteva loro di percepire il senso di appartenenza alla *physis*. Questa coscienza unitaria era un’esperienza immediata e comune.
* Esperienze mistico-iniziatiche: questi sapienti incarnavano uno stato di coscienza che trascendeva le procedure del pensiero razionale. Aristotele definisce l’iniziazione come un’esperienza che non riguarda l’apprendimento, bensì il sentire un’emozione ed essere in una certa disposizione d’animo, perché si è diventati adeguati a questo.
L’iniziazione è un’esperienza vissuta, non un insegnamento.
* Contatto con l’invisibile: i *sofoi* camminavano sull’invisibile, portando in sé ciò che è indicibile, non mentale, non sentimentale ed emozionale.
A differenza dei filosofi successivi, i sapienti delle origini erano capaci di portare l’invisibile nel mondo manifesto, colmando il divario tra l’esperienza interiore e la realtà esterna.
* Dimensione politica della sapienza: la realizzazione di stati di coscienza evoluti coincideva con la tendenza a trasferirli nella *polis*, con una dimensione politica in senso collettivo della sapienza e della filosofia greca.
* Sapienza come guarigione: Alcuni di questi sapienti, come Parmenide ed Empedocle, erano figure connesse alla guarigione e alla dimensione religiosa.
Parmenide era sacerdote di Apollo, il che gli conferiva una dimensione di guaritore.
* Rapporto con lo sciamanesimo: Lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia.
Martin West ha messo in luce come, nell’antica Grecia, si possano riscontrare riferimenti sciamanici negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle.
Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un substrato per lo sviluppo del pensiero filosofico greco.
* Stati di coscienza alterati: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”.
Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto.
* Cosmopolitismo: bisogna pensare in termini un po’ più cosmopoliti riguardo a queste origini, altrimenti non si capiscono tante cose.
Nel proemio del poema “Sulla Natura” (Refuseos) di Parmenide, la dea rivela diverse cose al giovane iniziato.

* La dea accoglie il giovane iniziato con benevolenza, riconoscendo che il suo arrivo è dovuto a un desiderio di conoscenza e non a un destino funesto.
* Gli rivela che deve apprendere “ogni cosa”.
Questo include sia “il cuore che non trema della ben rotonda verità” (l’assoluto) sia “le opinioni dei mortali” (la *doxa*).
* Gli comunica che le opinioni dei mortali mancano di certezza e costituiscono il mondo come apparenza, scisso dallo sfondo generativo invisibile.
Tuttavia, la dea aggiunge che anche le cose apparenti possono essere comprese e ricondotte all’unità se vengono indagate in ogni senso.
* Gli indica il nous come strumento per cogliere l’unità di tutte le cose, sottolineando che, quando si perde il radicamento in questo centro, ci si separa dal cosmo e dalla propria autentica natura.

In sintesi, la dea rivela al giovane iniziato la natura duplice della realtà, composta sia dall’assoluto (l’essere) sia dall’apparenza (il mondo dei mortali), e gli indica il percorso per ricongiungere questi due aspetti attraverso la conoscenza e l’uso del *nous*.
La rivelazione sottolinea l’importanza di comprendere sia la verità ultima sia le opinioni umane, integrando la conoscenza dell’assoluto con la comprensione del mondo relativo.
Nel contesto della tradizione orfica, esiste una profonda analogia tra Dioniso e lo specchio.

Dioniso si guarda nello specchio e vede il mondo. In altre parole, il mondo è fatto dallo sguardo di un dio che si riflette in uno specchio. Il mondo in cui viviamo è quindi connesso a questo sguardo generativo del dio.
Questo implica che il mondo è fatto di conoscenza.

L’analogia tra Dioniso e lo specchio suggerisce che:

* Il mondo è una manifestazione dello sguardo divino: Il mondo che percepiamo è una sorta di riflesso o immagine prodotta dallo sguardo di Dioniso.
* Connessione non dualistica: Il mondo e il divino non sono separati, ma sono intrinsecamente connessi in modo non dualistico.
* Conoscenza e identità: Noi stessi siamo immagini nello specchio guardato dal dio.
Sia lo specchio che l’occhio del dio sono forme di una medesima realtà unitaria.
* Iniziazione come risveglio: Il compito dell’iniziazione è risvegliare questo sguardo del dio nello specchio che è dentro di noi.

Quando Eraclito afferma che “tutte le cose sono uno”, si riferisce allo stesso sguardo.
Questa comprensione consente il superamento della condizione umana ordinaria.

Giorgio Colli ha visto come ci sia questa dimensione apollinea in Dioniso, evidenziata con il mito dello specchio orfico.
C’è un Dioniso che è la danza, ma anche l’auto-contemplazione e quindi la conoscenza e l’aspetto sapienziale tipico di Apollo.

In definitiva, l’analogia tra Dioniso e lo specchio rivela che il mondo è un riflesso della coscienza divina e che l’iniziazione è il processo di risveglio di questa coscienza dentro di noi.
Platone descrive l’esperienza dell’assoluto come qualcosa di indicibile, che ha sperimentato personalmente e che cerca di rendere accessibile anche agli altri attraverso la dialettica e la filosofia.

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* Platone fa riferimento all’esperienza dell’assoluto che chiama Bene, ma sottolinea che la parola “bene” è solo un modo per designare qualcosa di indicibile di cui ha avuto esperienza.
* L’esperienza dell’assoluto è diversa dall’acquisizione di procedure corrette del pensiero tipiche dei filosofi non iniziati.
* Platone, attraverso il mito della caverna, cerca di rendere accessibile questa esperienza anche ai “molti” (πολλοί).
* Platone distingue tra i veri filosofi che sarebbero i filosofi iniziati, e quelli che non lo sono.
* Giorgio Colli spiega che per Platone, come per Parmenide, Pitagora ed Empedocle, la realizzazione di stati di coscienza evoluti o illuminati coincideva con l’immediata tendenza a trasfonderli nella *polis*.
* Per Platone, la dialettica e la filosofia sono strumenti per rendere accessibile l’esperienza dell’assoluto anche ai più.
* Platone paragona l’anima nell’ignoranza a chi si trova nel processo della morte, suggerendo che solo attraverso un processo di “morte” (intesa come trasformazione della coscienza) si può accedere alla conoscenza. Questo richiama il concetto di iniziazione come “morire” a uno stato di coscienza precedente per accedere a uno nuovo.
* In questo contesto, l’esperienza mistica è intesa come conoscenza per contatto (ὅμοίωσις), ovvero assimilazione tra soggetto e oggetto.
L’attualità della sofia presocratica risiede nella sua capacità di offrire una prospettiva alternativa e rigenerativa per la civiltà contemporanea, che si trova ad affrontare una crisi antropologica e una mancanza di contatto con il profondo.

Ecco alcuni punti chiave che evidenziano l’attualità della sofia presocratica:

* Realizzazione spirituale e azione politica: Per i *sofoi*, come Parmenide, Pitagora ed Empedocle, la realizzazione di stati di coscienza evoluti o illuminati coincideva con l’immediata tendenza a trasfonderli nella *polis*.
Questa dimensione politica della sapienza, intesa come impegno collettivo, è particolarmente rilevante oggi, in un’epoca in cui le élite al potere spesso mostrano un basso livello di realizzazione spirituale.
* Superamento della dimensione “troppo umana”: La sofia presocratica offre una via per superare la dimensione “troppo umana” che caratterizza il pensiero moderno, spesso distaccato dalla dimensione iniziatica e mistica.
I sapienti greci incarnavano uno stato di coscienza ben diverso dal semplice pensiero razionale.
* Riscoperta dell’esperienza iniziatica: L’attualità della sofia presocratica invita a riscoprire le radici iniziatiche e misteriche della nostra civiltà, in particolare attraverso l’esperienza dei misteri eleusini.
Questi misteri, aperti a uomini e donne che parlavano greco e non fossero macchiati di delitti, offrivano un percorso di trasformazione interiore attraverso rituali, musica, visioni e catarsi.
* Centralità della coscienza unitaria: I *sofoi* erano radicati in una coscienza unitaria che permetteva loro di percepire il senso di appartenenza alla *physis*.
Questa coscienza unitaria, che implica il riconoscimento dell’unità tra l’individuo e il cosmo, è un antidoto alla crisi antropologica contemporanea, caratterizzata da una crescente frammentazione e alienazione.
* Conoscenza per contatto e trasformazione interiore: L’iniziazione non è vista come un mero apprendimento intellettuale, ma come un’esperienza di trasformazione interiore che coinvolge le emozioni e la disposizione d’animo. Aristotele sottolinea che l’iniziazione non riguarda l’apprendimento, ma il “sentire” e l'”essere in una certa disposizione d’animo”.
Magia naturale e stati di coscienza alterati: Figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”.
Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto.
* Importanza dell’interiorità: Di fronte alle sfide economiche e sociali contemporanee, la sofia presocratica ci ricorda che la vera forza risiede nell’interiorità e nella connessione con la dimensione trans-umana della nostra spiritualità.
* Superamento del dualismo e integrazione: La dea rivela a Parmenide la natura duplice della realtà, composta sia dall’assoluto (l’essere) sia dall’apparenza (il mondo dei mortali), e gli indica il percorso per ricongiungere questi due aspetti attraverso la conoscenza e l’uso del *nous*.
* Risveglio dello sguardo divino: L’analogia tra Dioniso e lo specchio rivela che il mondo è un riflesso della coscienza divina e che l’iniziazione è il processo di risveglio di questa coscienza dentro di noi.
* Radicamento nel “Nous”: La sofia presocratica evidenzia l’importanza di coltivare il *nous*, inteso come una dimensione interiore connessa alla quintessenza cosmica.
Questo radicamento nel *nous* ci permette di affrontare i tumulti dell’esistenza e di “uscire vivi dalla selva del dolore”.
Sfida e stimolo alla catalizzazione del radicamento nel centro: Il problema della frammentazione diventa una sorta di sfida e di stimolo alla catalizzazione di questo radicamento nel centro che è tanto più necessario quanto più vengono alimentate le distanze da esso.

In sintesi, l’attualità della sofia presocratica risiede nella sua capacità di offrire una via di rigenerazione spirituale e civile, basata sulla riscoperta delle radici iniziatiche, sulla coltivazione della coscienza unitaria e sul radicamento nel *nous*. Questa prospettiva può fornire un antidoto alla crisi antropologica contemporanea e favorire la realizzazione di una civiltà più sapienziale.
Il simbolo della spiga riveste un significato profondo nel contesto dei misteri eleusini e della sapienza greca antica.

In sintesi, il simbolo della spiga rappresenta la generatività, l’unità nella molteplicità, il ciclo di morte e rinascita, il radicamento nella coscienza unitaria e il riferimento all’invisibile. Nei misteri eleusini, la spiga personifica il culmine di un percorso iniziatico volto alla trasformazione e alla conoscenza profonda della realtà. I concetti di “sé profondo“, “vuoto” e “assoluto” sono tutti modi per descrivere quella dimensione interiore che trascende la coscienza ordinaria.

Più precisamente:

Questi concetti sono tutti connessi all’idea di una coscienza unitaria in cui si percepisce l’appartenenza alla *fiusis*, φύσις ovvero all’origine di tutte le cose. I sapienti greci radicavano la loro esperienza in questa coscienza unitaria.

Angelo Tonelli spiega che abbiamo una decadenza progressiva dalla figura del sapiente greco che non è molto diverso da un sapiente orientale se non per alcune caratteristiche che poi esplicita.

Inoltre, secondo il mito orfico, il mondo è fatto dallo sguardo di un dio che si riflette in uno specchio. L’iniziazione ha il compito di risvegliare questo sguardo del dio nello specchio che è dentro di noi.

εὖδαίμων eudaimon

εὐδαιμονία (eudaimonìa),  bene (εὖ èu)  con  spirito guida- sorte (δαίμων dàimōn), "essere divino", "genio", o coscienza", eudemonia essere in compagnia di un buono spirito, il proprio destino...

La pratica non potrà, mai,  essere solamente un addestramento finalizzato ad un pragmatico fine, resta sempre una tensione, un ponte verso l'Assoluto , anche se inconsapevolmente , è l'espressione del desiderio di infrangere le barriere, il limite metafisico per gettarsi nel Oltre....
E' il brivido dell'ignoto nel mantra della ripetizione costante
Pro imago gratus sum Federica Maya

Una ricerca dell’Oltre che, per paradosso ,deve tenere presente il concetto/archetipo classico di Misura
“Est modus in rebus: sunt certi denique fines, quos ultra citaque nequit consistere rectum”.
C’è una misura nelle cose; vi sono precisi confini, oltre i quali non può sussistere il corretto (equilibrio).
Orazio

κατά μέτρον secondo giusta misura la felicità/realizazione/individuazzione (eudaimonìa) “buona” (eu) realizzazione, secondo misura (katà mètron), del proprio dàimon, della propria “passione” o “vocazione” più profonda.

Meden Agan greco μηδεν ἄγαν, "niente di troppo", il cui equivalente latino è ne quid nimis ,scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità

Agire ma non essere posseduti dall'azione , agire ma non essere posseduti dal fine....
Δελφική Ιδέα John William Godward, L’oracolo di Delfi, olio su tela, 1899

Ὀρφεύς Orpheus Orfeo

Artista per eccellenza, ”sciamano, capace di incantare animali e di compiere il viaggio dell’anima lungo gli oscuri sentieri della morte”, fondatore dell’Orfismo, foriero di  Mito Amore, Arte, riti misterici …

misteri orfici

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Pindaro che per primo riporta l’idea della natura divina della vita umana è un frammento, il 131 b, che così recita:

«Il corpo di tutti obbedisce alla morte possente,
e poi rimane ancora vivente un’immagine della vita, poiché solo questa
viene dagli dèi: essa dorme mentre le membra agiscono, ma in molti sogni
mostra ai dormienti ciò che è furtivamente destinato di piacere e sofferenza.»
Traduzione di Giorgio Colli, in La sapienza greca vol.1. Milano, Adelphi, 2005, p.127

Platone su riti Orfici

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Nell’Orfismo si riscontra per la prima volta un inequivocabile riferimento a un'”anima” ψυχή, psyché, contrapposta al corpo σῶμα sōma e di natura divina.

Eric R. Dodds,  filologo classico, antropologo e grecista irlandese, ritiene di individuare questa origine nella colonizzazione greca del Mar Nero avvenuta intorno al VII secolo a.C. che consentì alla cultura greca di venire a contatto con le culture sciamaniche proprie dell’Asia centrale, in particolar modo con quella scita.

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Tale sciamanesimo fondava le proprie credenza sulle pratiche estatiche laddove però non era il dio a “possedere” lo sciamano quanto piuttosto era l'”anima” dello sciamano che aveva esperienze straordinarie separate dal suo corpo.

IPERBOREI

Dodds pone mette in evidenza la rilevanza  degli ἰατρόμαντες (“iatromanti”), veggenti e guide religiose, che, come Abari, giunsero dal Nord in Grecia trasferendo il culto di Apollo Iperboreo; o anche di alcuni Greci come Aristea, il quale, originario dell’Ellesponto, si trasferì, almeno idealmente, nel Nord, sede delle sue percezioni sciamaniche.

«τοῦ καὶ ὰπειρέσιοι ποτῶντο ὄρνιζες ὑπὲρ κεφαλᾶς, ἀνὰ δ’ἰχθύες ὀρθοὶ κνανέου ἐξ ὓδατος ἃλλοντο καλᾶι σὺν ἀοιδᾷι» «Sul suo capo volavano anche innumerevoli uccelli e diritti dalla profondità dell’acqua cerulea i pesci guizzavano in alto al suo bel canto.»
(Simonides fr. 40; PLG III p. 408)

Confer Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Milano, Rizzoli, 2009,
«Ho tentato fin qui di delineare il percorso di un’eredità spirituale, che muove dalla Scizia attraverso l’Ellesponto e passa per la Grecia d’Asia, si combina probabilmente con qualche residuo di tradizione minoica sopravvissuta a Creta, emigra verso il lontano Occidente con Pitagora e trova il suo ultimo autorevole rappresentante nel siciliano Empedocle. Questi uomini diffusero la credenza in un io separabile, che mediante tecniche adatte può staccarsi dal corpo anche durante la vita; in un io più antico del corpo, al quale esso sopravviverà.».

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GIiorgio COLLI ORFICHESchermata 2020-04-18 alle 00.35.32

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Confer Giorgio Colli  La Sapienza Greca Dioniso Apollo Eleusi Orfeo

giorgio colli la sapienza greca

 

Sugli Iperborei CONFER Giorgio ColliIPERBOREI

V.I.T.R.I.O.L.U.M

Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam»

Visita l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la Pietra nascosta vero Rimedio.

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Aurora Consurgens manuscript, Zurich

Alcuni narrano che fosse il procedimento alchemico della Grande Opera, consistente nel dissolvimento, “Solve et Coagula“,degli aspetti più duri e vili della persona, così come degli elementi fisici più grossolani, per ricomporli in forma nobile e giungere alla realizzazione della pietra filosofale.

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Un percorso che necessita  di scendere nelle viscere della terra, cioè negli anfratti oscuri dell’anima,l’Ombra, per conseguire l’iniziazione, operando quella trasmutazione della materia nello spirito che avrebbe permesso di conseguire l’immortalità e riportare alla luce la sapienza,σοφία,  attraversando le diverse fasi dell’Opera alchemica, nigredoalbedorubedo.

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Il processo alche ico inizia con la putrefazione e la disintegrazione della materia, per liberarla da tutte le impurità, fino a ridurla alla materia prima che l’aveva generata, per poi essere ricostruita in altra forma più elevata.
Nigredo”, o Opera al Nero, fase di distruzione e disgregazione, la materia grezza è posta dall’alchimista in un crogiolo e fatta cuocere lentamente nel forno alchemico chiamato “Athanor” affinché, sotto l’influenza del fuoco, la materia possa sciogliersi e disgregarsi.

Albedo o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi;

Rubedo o opera al rosso, che rappresenta lo stadio in cui si ricompone, fissandosi.

Un processo metaforicamente rappresentabile da un cammino che ha per meta la completa conoscenza di se stessi, il contatto col vero Sé, la scoperta di quanto è celato alla coscienza.

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UROBORUS

«L ‘individuazione non ha altro scopo che di liberare il Sé, per un lato, dai falsi involucri della “Persona” , dall’altro lato, dal potere suggestivo delle immagini dell’inconscio». 

C.G. Jung,

 

 

 

 

 

αὐγῇ καθαρᾷ visione di Luce Pura  Πλάτων, Platone

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διὰ τὸ μὴ ἱκανῶς διαισθάνεσθαι. δικαιοσύνης μὲν οὖν καὶ σωφροσύνης καὶ ὅσα ἄλλα τίμια ψυχαῖς οὐκ ἔνεστι φέγγος οὐδὲν ἐν τοῖς τῇδε ὁμοιώμασιν, ἀλλὰ δι ‘ἀμυδρῶν ὀργάνων μόγις αὐτῶν καὶ ὀλίγοι ἐπὶ τὰς εἰκόνας ἰόντες θεῶνται τὸ τοῦ εἰκασθέντος γένος: κάλλος δὲ τότ’ ἦν ἰδεῖν λαμπρόν, ὅτε σὺν εὐδαίμονι χορῷ μακαρίαν ὄψιν τε καὶ θέαν, ἑπόμενοι μετὰ μὲν Διὸς ἡμεῖς, ἄλλοι δὲ μετ ‘ἄλλου θεῶν, εἶδόν τεν
 
250b
 
Ora nelle copie terrene di giustizia e temperanza e nelle altre idee che sono preziose per le anime non c’è luce, ma solo alcune, avvicinandosi alle immagini attraverso gli oscuri organi di senso, vedono in esse la natura di ciò che imitano, e questi pochi lo fanno con difficoltà. Ma in quel momento videro la bellezza splendere di luminosità, quando, con un coro beato  – seguiamo  Zeus, ed altri  qualche altro dio – videro l’apparizione e la visione benedette e furono iniziati a ciò che è giustamente
chiamato
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250C
 
μακαριωτάτην, ἣν ὠργιάζομεν ὁλόκληροι μὲν αὐτοὶ ὄντες καὶ ἀπαθεῖς κακῶν ὅσα ἡμᾶς ἐν ὑστέρῳ χρόνῳ ὑπέμενεν, ὁλόκληρα δὲ καὶ ἁπλᾶ καὶ ἀτρεμῆ καὶ εὐδαίμονα φάσματα μυούμενοί τε καὶ ἐποπτεύοντες ἐν αὐγῇ καθαρᾷ, καθαροὶ ὄντες καὶ ἀσήμαντοι τούτου ὃ νῦν δὴ σῶμα περιφέροντες ὀνομάζομεν, ὀστρέου τρόπον δεδεσμευμένοι .
ταῦτα μὲν οὖν μνήμῃ κεχαρίσθω, δι ‘ἣν πόθῳ τῶν τότε νῦν μακρότερα εἴρηται: περὶ δὲ κάλλους, ὥσπεε
 
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250C
 
il più benedetto dei misteri, che abbiamo celebrato in uno stato di perfezione, quando non avevamo esperienza dei mali che ci attendevano nel tempo a venire, essendo ammessi come iniziati alla vista di apparizioni perfette, semplici, calme e felici, che abbiamo visto nella luce pura, essendo noi stessi puri e non sepolti in ciò che portiamo con noi e chiamiamo il corpo, in cui siamo imprigionati come un’ostrica nel suo guscio. 
 
Fedro ΦαῖδροςΠλάτων, Platone
 
 

“Potremmo ipotizzare che l’epopteia fosse un approfondimento nella forma della luce dell’esperienza dell’unità di tutte le cose già assaporata nella telete/myesis un consolidamento noetico di questo stato di coscienza,deputato dal tumulto emozionale, che contrasegnava il primo livello di iniziazione, tutto fondato sulla trance dinamica sollecitata dalla musica dal canto, dalla danza,dal caos:
Tutti modi per destrutturare, dionisicamente, l’ego ordinario e consentire un viaggio ad interiora terrae che è condito sine qua non di un effettivo percorso di illuminazione mistica e sapienziale..”

 Confer
Angelo Tonelli 
in Attraverso Oltre
pag. 38 Eleusis

L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”

Giorgio Colli

note

La cerimonia dell’iniziazione  teleté (τελετή)  collegata significativamente di télos (τέλος) che significa ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ma anche ‘pieno sviluppo’, ‘perfezione’, e dunque, di nuovo: rito, festa, mistero.(τελευτή), in oltre ‘fine’, ‘compimento’ ma anche ‘morte’: per questo dire ‘iniziazione’ era come dire ‘morte’, cioè passaggio (e ritorno) della psiche al mondo che le è proprio, cioè alla dimensione metafisica.

L’esperienza mistica culminante di tutto il processo iniziatico, il più alto grado dei misteri eleusini, era indicata col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’ l’epóptes (επόπτης) era sia l’officiante dei misteri che l’iniziato del grado più elevato. L’aggettivo epoptikós (εποπτικός) significava  ‘concernente i misteri’, ‘esoterico’, ‘contemplativo’ ed ‘epoptiche’ erano definite in Grecia le filosofie che assumevano come loro compito specifico l’introdurre a quella diretta conoscenza/esperienza metafisica che è lo scopo esplicito dei misteri.

Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa: conduco

Confer

Attilio Quattrocchi ”Le parole del sacro nella tradizione misterica”

Accademia Platonica

Risveglio del dormiente incubazione ἐγκοίμησις, enkoimesis

Ταὐτὸ τ΄ἔνι ζῶν καὶ τεθνηκὸς καὶ ἐγρηγορὸς καὶ καθεῦδον καὶ νέον καὶ γηραιόν· τάδε γὰρ μεταπεσόντα ἐκεινά ἐστι κἀκεῖνα πάλιν μεταπεσόντα ταῦτα.» «È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo mutando son questi.»
Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος

(Eraclito, frammento 88)

Rito dal carattere fortemente misterico,

Mistero mystḕrion μυστήριον deriva da  mýstēs  μύστης iniziato derivante da μύω mýo; “celare”, l’atto di socchiudere gli occhi, come le labbra e concentrarsi nel buio e nel silenzio per entrare in una zona intima lontana dal quotidiano.

Il verbo μύω myo detiene anche un altra accezione acquetrasi ,calmarsi, un termine che  cela l’esito della ritualità.

Nell’’incubazione, è una parola latina che proviene dal greco ἐγκοίμησι:dormire nel tempio.

”Αὕτη μὲν ἡμῖν ἡπίτριπτος οἴχεται.

 Ἐγὼ δὲ καὶ σύ γ ‘ὡς τάχιστα τὸν θεὸν

ἐγκατακλινοῦντ ‘ἄγωμεν εἰς Ἀσκληπιοῦ.”

Aristofane 620 Plutus

La procedura avvicina alla morte attraverso il sonno con una trance iniziatica atta a volgerla in vita.
L’uomo chiude gli occhi e realizza una trance di tipo sciamanico: si separa dal mondo esterno ed entra in un livello profondo, nascosto ai più, oscurato durante il giorno.
Egli raggiunge uno speciale distacco, lo stato di «sonno visionario», estatico per tornare alla vita rinnovato.

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Zamenis longissimus, conosciuto come serpente del bastone di Asclepio

Asklepieia Ἀσκληπιεῖον era un tempio di guarigione, sacro al dio Asclepio, Ἀσκληπιός il dio greco della medicina.
Questi templi di guarigione erano un luogo in cui i pazienti venivano visitati per ricevere una cura o una sorta di guarigione, sia essa spirituale o fisica, originariamente si realizzarono diverse pratiche di cura e che in seguito si convertirono in luoghi dove si praticava il contatto con il sacro.

L’isola Tiberina tempio di Esculapio Roma
L’isola Tiberina tempio di Esculapio Roma

Asclepio, Ἀσκληπιός Esculapio era rappresentato come un  semidio e dunque uomo mortale per Omero, si diceva fosse stato istruito nella medicina dal centauro Chirone o che avesse ereditato tale proprietà dal padre Apollo

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Kylix attica a sfondo bianco attribuita al Pittore Pistoxenos con Apollo seduto che indossa una corona di alloro o mirto, un peplo bianco e un mantello rosso. Tiene nella mano sinistra la cetra la cui cassa è un guscio di tartaruga, mentre con la mano destra offre una libagione. Di fronte a lui sta il corvo (Museo Archeologico di Delfi, V secolo. a.C.)

Era un  Iatromante ἰατρόμαντις significato letterale “veggente medico” o uomo di medicina“.
Lo iatromante, una forma di 
sciamano greco, è collegato ad altre figure semimitiche come Abaris,AristeaEpimenide, e Hermotimus.

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Secondo Peter Kingsley,  ed altri studiosi tra cui Angelo Tonelli, le figure degli iatromanti appartenevano a una più ampia tradizione sciamanica greca e asiatica con origini in Asia centrale.

Una tavoletta dedicata al dio Asclepio dopo l’avvenuta guarigione di una malattia al viso
Una tavoletta dedicata al dio Asclepio dopo l’avvenuta guarigione di una malattia al viso

La principale pratica estatica e meditativa di questi profeti-guaritori era l’incubazione (ἐγκοίμησις, enkoimesis).

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L’incubazione avrebbe consentito a un essere umano di sperimentare un quarto stato di coscienza diverso dal sonno, dal sogno o dal risveglio normale: uno stato che Kingsley descrive come “coscienza stessa” e paragona al Turīya o Samādhi dell’India delle tradizioni yogiche.

La Māṇḍūkya Upaniṣad definisce la turiya così come segue:

«Il quarto stato non è quello che è conscio dell’oggetto né quello che è conscio del soggetto, né quello che è conscio di entrambi, né la semplice coscienza, né la massa completamente senziente, né quella completamente all’oscuro. È invisibile, trascendente, la sola essenza della coscienza di sé, il completamento del mondo.»

Confer

Peter Kingsley, In the Dark Places of Wisdom, The Golden Sufi Center, 1999, pp. 255, ISBN 1-890350-01-X.

Martin Litchfield West Professore, accademico e autore sostenitore del rapporto della letteratura greca con l’Oriente e, per diversi decenni, culminando con il suo capolavoro The East Face of Helicon (1997), sosteneva la presenza di influssi sciamanici nella arcaica cultura greca.

Platone afferma riguardo Apollo e i suoi seguaci
“in verità scoprì l’arte del tiro con l’arco, la medicina, la divinazione”
si può ricostruire per questi personaggi uno sfondo favoloso, un quadro sciamanico”

 Giorgio Colli “La Sapienza Greca”

Angelo Tonelli  Attraverso Oltre (Moretti&Vitali)

 

 

Nell’incubazione dedicata a Trofonio  Τροϕώνιος appaiono le prime costruzioni dove il praticante pernottava per ricevere la cura durante il sonno.
Consisteva fondamentalmente in un procedimento di “ingresso alle viscere della terra” (Katabasis) e di uscita (Anabasis) alla fine dell’esperienza.
Prima dell’apparizione delle costruzioni si utilizzavano caverne naturali in zone montuose e boscose. Pausania ne descrive una, oggi perfettamente localizzabile in un luogo vicino alla città di Zara, in Croazia.

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Gli attributi di Trofonio erano il nido d’api, la pianta d’alloro, i papaveri e un cigno in volo.

L’incubazione si praticava dopo vari giorni di digiuno e meditazione.
Secondo Plutarco ( nel De genio Socratis), durante l’incubazione, il praticante permaneva in uno stato di semi-incoscienza (dormiveglia) durante il quale si operava la guarigione.
I preliminari dell’incubazione includevano una serie di complicate operazioni e pratiche devozionali orientate a ottenere uno stato di purificazione e la grazia da alcune divinità.
In questa fase la divinazione svolgeva una funzione importante in quanto determinava l’opportunità di entrare o non entrare nella caverna.
Se entrava, l’interessato doveva offrire ai serpenti (un tipo specifico, Zamenis longissimus, conosciuto come serpente di Asclepio) che si trovavano all’interno, parte di un dolce (chiamato “popana” o anche “aidola”) fatto con farina di
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La parte che avanzava la mangiava egli stesso.
Il praticante era accompagnato durante tutto il rituale da assistenti che poi interpretavano l’esperienza vissuta dal soggetto.
In alcuni casi l’incubazione poteva durare più di un giorno.
confer

” Le pratiche di incubazione nell’antica Grecia”
Daniel Bustos Centro di Studi Parchi di Studio e Riflessione – Attigliano Marzo 2013

Ἀλαλά Alalà spirito della battaglia

Divinità Femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti. Figlia di Polemos, Alalà accompagnava in battaglia il dio della guerra Ares: secondo le tradizioni degli Antichi, il grido di battaglia del Dio greco consisteva infatti nel suo nome “Alale alala”, si suppone che l’utilizzo di questa parola sia derivato per onomatopea dall’inquietante gracchiare emesso dai corvi che, all’epoca, sorvolavano a migliaia i campi di battaglia, per cibarsi dei cadaveri insepolti

“Harken! O Alala , figlia di Polemos ! Preludio di lance! A cui i soldati vengono sacrificati per amore della loro città nel santo sacrificio della morte “

Pindaro, frammento di Dithyrambs 78 (trans. Sandys) (lirica greca C5 a.C.)

Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.
Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.

 

 

Gli spiriti Homados, Alala, Proioxis  Palioxis  Ioke , Alke e Kydoimos erano probabilmente annoverati tra i Makhai.
“Ma aborrendo Eris  nuda dolorosa Ponos , Lethe , e Limos , e l’Algea , pieni di pianto, l’Hysminai  e il Makhai , il Phonoi  e l’Androktasiai , il Neikea , lo Pseudo-Logoi , l’Amphilogiai  e Dysnomia  e Ate , che condividono la natura dell’altro, e Horkos ”

Esiodo, Teogonia 226 segg.  (epica greca C8 o C7 a.C.)

 

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Ἄρης,  Ares ( Mars Marte nella religione e cultura romana),  figlio di Zeus ed Era, dio della guerra. Fratellastro della dea Atena, entrambi sono dei della guerra, Ares predilige della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena è dea della guerra intesa come strategia e scaltrezza,sorella di Ares è Eris, dea della discordia.
Marte nel culto dell’antica Roma assume tratti più temperati e virtuosi (MOS MAIORUM )

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Ares nasce in Tracia da Zeus ed Era. In Tracia Ares fugge una volta che viene scoperto da Efesto insieme alla moglie di quest’ultimo, Afrodite.
Secondo alcuni mitografi, Ares viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia.
Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio.
Altri dei suoi compagni di lotta erano , Deimos Δεῖμος,  o anche Demo o Dimo la divinizzazione del terrore che suscita la guerra, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos Πόλεμος ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia.
I MAKHAI (Machae) Μαχη Μαχαι erano gli spiriti personificati ( demoni ) della battaglia e del combattimento.

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Le Hysminai ( ὑσμῖναι; singolare: hysmine ὑσμίνη) Discendenti di Eris, Ἔρις, «conflitto, lite, contesa sono personificazioni della battaglia.

Palioxis Παλίωξις era il simbolo della ritirata in battaglia

Proioxis  Προΐωξις era la personificazione dell’impeto in battaglia

Cidoimo Κυδοιμός del frastuono della battaglia, della confusione, del trambusto e del tumulto.

Tra i suoi compagni/e di avventura vi era Κῆρα la Morte violenta  nata da Nyx (Nύξ, la Notte) per partenogenesi, poi, al verso 217 è menzionata in plurale, le Keres (Κῆρας), sempre figlie di Nyx, da intendersi come inviate del Destino. Queste ultime a volte sono identificate con le Moire.

«Νὺξ δ᾽ ἔτεκεν στυγερόν τε Μόρον καὶ Κῆρα μέλαιναν
καὶ Θάνατον, τέκε δ᾽ Ὕπνον, ἔτικτε δὲ φῦλον Ὀνείρων·
— οὔ τινι κοιμηθεῖσα θεὰ τέκε Νὺξ ἐρεβεννή, —
δεύτερον αὖ Μῶμον καὶ Ὀιζὺν ἀλγινόεσσαν
Ἑσπερίδας θ᾽, ᾗς μῆλα πέρην κλυτοῦ Ὠκεανοῖο
χρύσεα καλὰ μέλουσι φέροντά τε δένδρεα καρπόν.
Καὶ Μοίρας καὶ Κῆρας ἐγείνατο νηλεοποίνους,
[Κλωθώ τε Λάχεσίν τε καὶ Ἄτροπον, αἵτε βροτοῖσι
γεινομένοισι διδοῦσιν ἔχειν ἀγαθόν τε κακόν τε,]
αἵτ᾽ ἀνδρῶν τε θεῶν τε παραιβασίας ἐφέπουσιν·
οὐδέ ποτε λήγουσι θεαὶ δεινοῖο χόλοιο,
πρίν γ᾽ ἀπὸ τῷ δώωσι κακὴν ὄπιν, ὅς τις ἁμάρτῃ.»
«La Notte a luce die’ l’odïoso Destino la Parca
negra la Morte il Sonno fu madre alla stirpe dei Sogni
(né con alcuno giacque per dar loro vita l’Ombrosa).
Poi Momo partorí la sempre dogliosa Miseria
l’Espèridi che cura di là dall’immenso Oceàno
hanno degli aurei pomi degli alberi gravi di frutti
e le dogliose Moire che infliggono crudi tormenti.»
(Teogonia, versi 212-222)

Nell’Iliade viene raffigurata, assieme a Eris (Ἔρις, la Discordia) e a Cidoimo (Κυδοιμὸς, il Tumulto) nel campo di battaglia, con un lungo mantello macchiato dal sangue degli uomini uccisi che da lei stessa venivano portati al cancello dell’oltretomba.

«ἐν δ’ Ἔρις ἐν δὲ Κυδοιμὸς ὁμίλεον, ἐν δ’ ὀλοὴ Κήρ,
ἄλλον ζωὸν ἔχουσα νεούτατον, ἄλλον ἄουτον,
ἄλλον τεθνηῶτα κατὰ μόθον ἕλκε ποδοῖιν·
εἷμα δ’ ἔχ’ ἀμφ’ ὤμοισι δαφοινεὸν αἵματι φωτῶν.
ὡμίλευν δ’ ὥς τε ζωοὶ βροτοὶ ἠδ’ ἐμάχοντο,
νεκρούς τ’ ἀλλήλων ἔρυον κατατεθνηῶτας.»
«Scorrea nel mezzo Eris, e seco
era il Kydoimos e la terribil Ker
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente.»

Eschilo, nella sua tragedia Ψυχοστασία (La pesatura delle vite) descrive la battaglia tra Achille e Memnone, in cui immediatamente prima Zeus ne pesa le Κῆρας (Kères), intese qui quali fatigeni della morte, o appunto, le vite dei guerrieri
In quest’ultima identificazione, come le anime dei morti, è ripresa talvolta nella tradizione popolare, nelle quali necessitano di sacrifici per essere placate.

Kerostasia – La decisione della sorte della battaglia tra Achille e Memnone. Schizzo da urna cineraria, sud Italia, 330 a.C.  Rijksmuseum, Amsterdam

 

 

 

 

τά μυστήρια mysterion μυστήριον i misteri greci

Ψυχὴ πᾶσα ἀθάνατος. τὸ γὰρ ἀεικίνητον ἀθάνατον · τὸ δ᾽ ἄλλο κινοῦν καὶ ὑπ᾽ ἄλλου κινούμενον, παῦλαν ἔχον κινήσεως νἔχῦ μόνον δὴ τὸ αὑτὸ κινοῦν, ἅτε οὐκ ἀπολεῖπον ἑαυτό, οὔποτε λήγει κινούμενον, ἀλλὰ κὅὶλι

Πλάτων, 427-347 π.Χ., Φιλόσοφος

(από τον Φαίδρο)

Ogni anima (è) immortale. Infatti, ciò che si muove sempre (è) immortale; ciò che invece muove altro ed è mosso da altro, quando ha la cessazione del movimento, ha la cessazione della vita.

Platone Fedro 245c 245a

Tutte le anime che non sono state iniziate provando un grande tormento si allontanano dalla visione dell’Essere e, essendosi del tutto distaccate dalla Verità si nutrono con il cibo dell’opinione. Ma a causa di ciò esse provano una grande e tormentosa difficoltà a vedere la pianura della verità e scoprire dov’è: il pascolo che si addice alla parte migliore dell’anima si trae appunto dalla prateria di lassù, e di questa si nutre la natura delle penne e delle piume da cui l’anima, resa leggera, viene sollevata”

Platone, Fedro, 244 e – 245

ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ
ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ

Misteri’ designa diverse ‘forme’ di culto proprie dell’antichità greca i cui ‘rituali’, le cui ‘dottrine’, le cui ‘esperienze’ erano rigorosamente tenuti segreti, riservate agli  iniziati, i quali avevano l’obbligo di non profanare il segreto, che doveva rimanere ineffabile, l’obbligo del silenzio  esuchìa  ησυχία, definiva anche  i significati di ‘calma’, ‘tranquillità’, ‘quiete’, ‘pace’, ‘riposo’ e si associava il concetto che l’esperienza misterica tale da non poter essere ‘rivelata’ o ‘descritta’ neanche volendolo fare.

Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD
Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD

 Mysterion μυστήριον, nella consuetudine greca, generalmente usato al plurale tà mystèria (τά μυστήρια), derivare dal verbo myo μύω che significa ‘chiudere gli occhi e le labbra’ ma anche, per traslato, ‘essere calmo’, ‘rimanere silenzioso’, molti sono i riferimenti in variegate culture all’importanza dell’acuire i sensi tramite l’ascolto silenzioso.
Vi è una probabile connessione con arcaica  radice indoeuropea ‘mu’ che indicava il dito posto sulle labbra per intimare il silenzio, radice che è anche alla base dei verbi latini musso e muttio, che vogliono dire appunto ‘tacere’, ‘balbettare’ e dell’aggettivo, usato anche come sostantivo, mutus.

Τα Ελευσίνια Μυστήρια
Τα Ελευσίνια Μυστήρια

 

 

 

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