Anche un dente di cane se c’è venerazione emette Luce མོས་གུས་ཡོད་ན། ཁྱི་སོ་འོད་འབྱུང་། Devozione e Miracoli: Il Potere del Tulpa


Dedicato al Maestro e Mentore professor Sandro Consolato


Il testo proviene dal libro “Mistici e maghi del Tibet” (Mystiques et magiciens du Thibet), scritto dalla celebre scrittrice ed esploratrice francese Alexandra David-Néel.

In questo estratto, l’autrice spiega il concetto tibetano secondo cui l’energia mentale (o “tulpa”) e la fede possono infondere potere o proprietà miracolose a oggetti inanimati. L’aneddoto citato è la famosa storia del “dente di cane” che, grazie alla fede incrollabile di una vecchia donna che lo credeva un dente di un Buddha, inizia a brillare di luce propria.

Autrice: Alexandra David-Néel (1868–1969).

Capitolo: Il testo si trova solitamente nel capitolo sesto, intitolato “I fenomeni psichici”

Nel libro Mistici e Maghi del Tibet, la David-Néel usa questo esempio per spiegare che, nella filosofia tibetana, l’oggetto in sé non ha potere intrinseco; è la concentrazione mentale e la fede del credente a proiettare e “animare” l’oggetto (il concetto di Tulpa o creazione mentale).

Il senso letterale è: “Se c’è devozione, dal dente di cane scaturisce la luce”.

La storia del “Dente di Cane” raccontata da Alexandra David-Néel (e tratta dalla tradizione orale tibetana) è una delle parabole più celebri per spiegare il potere della mente e della fede (Mögü).

La promessa del mercante

C’era una volta un ricco mercante che si recava ogni anno in India per affari. Sua madre, una donna molto devota ma ormai anziana, lo supplicava ogni volta di portarle una reliquia sacra dalla terra del Buddha, affinché potesse venerarla prima di morire.

Il figlio, tuttavia, era un uomo distratto e molto impegnato nei suoi commerci. Per diversi anni di seguito, preso dai suoi affari, si dimenticò completamente della promessa fatta alla madre, tornando a casa sempre a mani vuote.

L’ultima occasione

Un anno, mentre stava per rientrare in Tibet, il mercante si ricordò della promessa proprio quando era ormai vicino a casa. Guardandosi intorno con ansia, si rese conto di non avere nulla di sacro da offrirle e temette che la madre potesse morire di crepacuore per la delusione.

Scorgendo lo scheletro di un cane sul ciglio della strada, ebbe un’idea disperata: si chinò, estrasse un dente dalla mascella del cane, lo pulì accuratamente e lo avvolse in un prezioso pezzo di seta colorata.

L’inganno e la fede

Arrivato a casa, consegnò il pacchetto alla madre dicendole con solennità: “Madre, ecco per te un dente del venerabile Buddha in persona!”

La donna, colma di gioia e commozione, accettò il dono con una fede incrollabile. Pose il dente sull’altare di casa e iniziò a prostrarsi davanti ad esso ogni giorno, recitando preghiere e offrendo incenso con una concentrazione e una devozione assolute.

Il miracolo

Passò del tempo e accadde l’incredibile: dal dente di cane iniziarono a sprigionarsi raggi di luce e perle di splendore (le cosiddette ringsel, reliquie prodotte dai santi). La forza della fede della donna era stata così potente da “animare” l’oggetto e caricarlo di un’energia spirituale reale.

L’insegnamento

Il proverbio che hai trovato nel libro, “Se c’è devozione, dal dente di cane scaturisce la luce”, serve a spiegare che:

  1. L’oggetto in sé è neutro: Non è il dente ad avere potere, ma la mente di chi lo osserva.
  2. La proiezione mentale: La realtà è plasmata dai nostri pensieri. Se una persona proietta “sacralità” su un oggetto con sufficiente forza, quell’oggetto diventa effettivamente sacro per lei e produce effetti reali.

È un esempio perfetto della filosofia tibetana sulla natura della mente, che la David-Néel usa per introdurre il concetto di Tulpa (creazioni mentali rese visibili).

1. Traduzione e Origine

In tibetano, la parola si scrive སྤྲུལ་པ ed è traslitterata come Tulpa (o Sprul-pa secondo il sistema Wylie).

  • མོས་གུས་ (Mos-gus / “Meu-gus”): Devozione, venerazione, fede profonda.
  • ཡོད་ན། (Yod-na / “Yeu-na”): Se c’è, se esiste.
  • ཁྱི་སོ་ (Khyi-so): Dente (so) di cane (khyi).
  • འོད་ (Ö / “Eu”): Luce, splendore.
  • འབྱུང་། (‘Byung / “Tung”): Sorgere, scaturire, apparire.
  • Significato letterale: “Emanazione”, “manifestazione” o “forma costruita”.
  • Radice: Deriva dal verbo sprul, che significa “apparire”, “prendere forma” o “trasformarsi”.

2. Il Concetto nel Buddismo Tibetano

Nel contesto originale del Tibet, un Tulpa non è un “amico immaginario”, ma un concetto teologico profondo legato alla dottrina del Trikaya (i tre corpi del Buddha).

  • Emanazione Spirituale: Si crede che i maestri spirituali avanzati (Illuminati o Bodhisattva) abbiano la capacità di proiettare “emanazioni” di se stessi per aiutare gli esseri senzienti. Ad esempio, il Dalai Lama è considerato un Tulpa di Avalokiteshvara (il Bodhisattva della compassione).
  • Nirmāṇakāya: Il Tulpa è la manifestazione fisica o visibile di una mente illuminata nel mondo materiale.

3. La “Creazione” Mentale (Interpretazione Occidentale)

L’idea che un Tulpa sia una “forma-pensiero” creata volontariamente dalla mente di un praticante si è diffusa in Occidente grazie a figure come l’esploratrice Alexandra David-Néel all’inizio del XX secolo.

Secondo questa visione (più vicina all’occultismo e alla moderna sottocultura dei Tulpamancy):

  1. Concentrazione: Attraverso una meditazione intensa e costante, il praticante visualizza un’entità.
  2. Autonomia: Con il tempo, questa proiezione mentale acquisirebbe una sorta di “volontà propria” o coscienza separata da quella del creatore.
  3. Sensorialità: Nei casi più estremi, il creatore sostiene di poter vedere, sentire o toccare l’entità.

Mentre per i tibetani si tratta di un concetto sacro legato all’illuminazione, nella psicologia moderna la creazione di “Tulpa” viene spesso vista come una forma di auto-ipnosi o, in casi non controllati, come un fenomeno legato alla dissociazione.

Questo mosaico di citazioni ci riporta direttamente nell’universo sciamanico e psichedelico di Carlos Castaneda e del suo leggendario mentore, lo stregone yaqui Don Juan Matus.

È un ribaltamento totale della prospettiva: la realtà non è un dato oggettivo e immutabile, ma un riflesso della nostra energia e del nostro intento. queste parole offrono la via d’uscita: la via del guerriero.

1. La Strada che ha un Cuore

È il concetto più celebre di Castaneda. Don Juan insegna che, poiché nessuna strada “porta da qualche parte” (nel senso che la meta finale è per tutti la morte), l’unica distinzione valida è la qualità del viaggio.

  • La strada senza cuore: Ti stanca, ti rende rancoroso e ti indebolisce. È la strada dell’ambizione o della paura.
  • La strada con un cuore: Ti rende forte, felice e “una cosa sola” con il percorso. Non si sceglie con la logica, ma con il sentimento e l’osservazione priva di fretta.

2. Il Potere della Percezione

“Anche un dente di cane, se c’è venerazione, emette luce.”

Questa frase è una lezione magistrale sul potere dell’intento. Non è l’oggetto in sé a essere sacro o luminoso, ma la qualità dell’attenzione che gli rivolgiamo. Se guardi il mondo con “venerazione” (o consapevolezza), il mondo risponde illuminandosi. È il passaggio dal “guardare” (atto fisico) al “vedere” (atto sciamanico).

3. La Rivoluzione nel Corpo

Il guerriero non è un asceta distaccato, ma un atleta della consapevolezza. L’idea che la rivoluzione inizi nel corpo è fondamentale:

  • Assetto impeccabile: Non puoi affrontare lo “stupore di essere un umano” se sei depresso o fisicamente trascurato.
  • Il Guerriero vs Lo Schiavo: Il guerriero accetta il terrore dell’esistenza e lo trasforma in meraviglia attraverso la disciplina del proprio veicolo fisico e mentale.

4. Il Cacciatore e l’Ignoto

Il riferimento finale al cacciatore sottolinea che vivere non è un atto passivo. Essere un “cacciatore” nel mondo di Don Juan significa essere in uno stato di allerta costante, pronti a cogliere i segnali di quei “poteri” che guidano l’universo, senza però lasciarsi travolgere dalla paura.

Canto armonico e canto a voce profonda con monaci tibetani

Nestor Kornblum presenta una Meditazione di canto armonico in The Dome, insieme ai Lama tibetani del famoso monastero di Gaden Shartse, nel loro tour del 2014 in Spagna. I Lama cantano una preghiera usando l’accordo One Voice, molto simile al Kargyraa – canto Deep Voice di Tuva, ma senza creare melodie con gli armonici. Nestor canta sia la Deep Voice che gli High Overtones, che suonano come un flauto che suona sopra la voce dei cantori.

Bhaiṣajyaguru sanscrito “Maestro della Medicina” Yakushirurikō Nyorai 薬師瑠璃光如来 Bhaisajyaguruvaidūryaprabha 

Bhaiṣajyaguru sanscrito “Maestro della Medicina”
in cinese Yàoshī Fó 藥師佛; 
in giapponese Yakushirurikō Nyorai 薬師瑠璃光如来, noto anche come Buddha della Medicina o Maestro delle Cure, è il Buddha che rappresenta la medicina e il suo potere curativo.
coreano Yaksa Yeorae 약사여래


tibetano Sman-la o Sangye Men La

Sangheye Buhdda

Men La guaritore,medico, colui che guarisce
 Bhaishajyaguru Vaiduryaprabha,
“Maestro della Medicina dalla Luce Lapislazzuli”
il Signore dei Rimedi, il Maestro guaritore dalla radiosità di lapislazzuli, il benefattore supremo conosciuto anche come Re della Luce Acquamarina, colui che ha scritto i Quattro Tantra Medici.

本來無一物
Bhaisajyaguru seduto nella posizione del loto, con indosso le vesti monacali.
Il suo corpo è di colore blu lapislazzuli.


Come Shakyamuni indossa i vestiti di un monaco ed è seduto nella posizione del loto, il braccio destro verso terra con il palmo rivolto in avanti in segno di protezione di chi lo guarda; segue il varadamudra, “Gesto del dono” il pollice e l’indice tiene uno stelodi mirabolano, pianta miracolosa nota come la regina dei medicinali per la sua capacità di curare tutte le malattie

Nella mano sinistra, adagiata in grembo nel dhyanimudra (“Gesto della meditazione”), una ciotola contenente tre tipi di ambrosia

il nettare che cura la malattia e fa risorgere i morti; il nettare che mai si esaurisce, illumina la mente e accresce l a comprensione; in molte raffigurazioni il personaggio è circondato da pietre preziose curative (i cristalli), da foreste di erbe fragranti e piante medicinali.
Nei tradizionali tangka tibetani, il Signore dei rimedi di lapislazzuli è spesso raffigurato in compagnia di altri sette Buddha della medicina, tra i quali lo stesso Shakyamuni.
E nella raffigurazione del suo regno buddista orientale, noto come Puro LapisLazzuli, il Signore dei Rimedi di solito è affiancato dai due principali bodhisattva di quella terra pura, Suryaprabha e Chandraprabha, irradianti rispettivamente luce solare e lunare.

Il corpo è colorata di blu e questa luce terapeutica viene emanata tutt’intorno dal suo corpo per dissipare le nebbie delle emozioni che confondono la mente ed il cuore delle esistenze e per dissolvere i dolori del corpo fisico.
Namo Bhagavate
Bhaishajyaguru –vaidurya
Prabha-rajaya
Tathagataya
Arhate
Samyak – sambuddhaya
Tadyatha
Om Bhaishajye Bhaishajye
Bhaishajya-Samudgate Svaha

Io ti imploro, Benedetto Guru della Medicina,
Il cui santo corpo del colore del cielo di lapislazzuli
Significa saggezza onnisciente e compassione
Vasta come lo spazio infinito,
Ti prego concedimi la tua benedizione.
Io ti imploro, Benedetto Guru della Medicina,
Che nella mano destra reggi il re delle medicine
Simbolo del tuo impegno di aiutare tutti gli esseri senzienti in pena
Tormentati dai quattrocentoventiquatttro malanni,
Ti prego concedimi la tua benedizione.
Io ti imploro, Benedetto Guru della Medicina,
Che nella mano sinistra reggi una ciotola colma di nettare
Simbolo del tuo impegno di elargire il glorioso, immortale nettare del dharma
Che elimina le degenerazioni della malattia, della vecchiaia e della morte ,
Ti prego concedimi la tua benedizione.

Tradizionalmente il lapislazzuli simboleggiava le cose pure o rare.
Si dice che abbia il potere di curare o fortificare chi la indossa, e grazie alla sua naturale levigatezza può essere lucidata fino a raggiungere un’alta capacità di fare riflettere.
Per tutti questi motivi, oltre al fatto che la luce blu intenso possiede un comprovato effetto curativo nella pratica di visualizzazione, il lapis è il colore del principale Buddha della Medicina.
Il Signore dei Rimedi di Lapis è una delle figure più onorate nel panteon buddista.
I sutra in cui compare, confrontano la sua pura Terra orientale con il paradiso occidentale di Amitabha, e affermano che lì la rinascita porti all’illuminazione come la rinascita nella terra di Sukhavati.
La recitazione del suo mantra, o perfino solo la ripetizione del suo santo nome, sarebbe sufficiente a permettere la liberazione dai reami inferiori, e a concedere la protezione dai pericoli terreni e da una morte prematura.
In uno dei sutra principali concernenti il Buddha della Medicina, Shakyamuni dice al suo fedele discepolo e attendente personale Ananda:


Se questi esseri senzienti [immersi nelle profondità delle sofferenze del samsara) sentono il nome del Signore Maestro Guaritore, Tathagatha dalla radiosità di lapislazzuli, e lo accettano e vi si affidano con totale sincerità, e non nasce in loro alcun dubbio, allora non cadranno in un sentiero sventurato.

Si ritiene che la recitazione di questo mantra sia molto efficace per curare dalle sofferenze fisiche e per purificarsi dal karma negativo.

Un rituale molto in uso in caso di malattia è di recitare ogni giorno il mantra nella sua forma lunga per 108 volte su un bicchiere d’acqua e poi berne il contenuto: si crede che questo santifichi l’acqua con la benedizione del Buddha della Medicina ed abbia così effetti curativi.

È d’uso inoltre nel buddhismo tibetano recitare il mantra prima di ogni pasto non vegetariano; si crede che l’animale defunto possa così essere liberato dal suo karma negativo e reincarnarsi quindi in un’esistenza più felice.


On koro koro sendari matōgi sowaka (giapponese)

オン コ ロ コ ロ センダ リ マトウギ ソ ワ カ
OM KOROKORO SENDARI MATŌGI SOWAKA
“Mi abbandono/affido  ai Buddha, liberaci dalle malattie diaboliche! Invochiamo il Buddha di
Medicina che intercede presso le Dee della felicità Sendari e Matōgi”.
YAKUSHI NYORAI 薬師如来

Uno, nessuno, 84.000 sutra del Buddha

Nel marzo 2009, più di 50 tra i principali insegnanti, traduttori e accademici buddisti tibetani del mondo si sono riuniti ai piedi dell’Himalaya indiano per discutere l’importanza della traduzione dei testi canonici buddisti, con particolare attenzione alle sfide della traduzione del Canone buddista tibetano.

Meno del 5% del canone buddista tibetano ( Kangyur e Tengyur ) è stato tradotto in qualsiasi lingua moderna. 
Molti dei dotti maestri e studiosi della tradizione in grado di interpretare accuratamente i testi erano nella loro vecchiaia, o erano già morti. 
Essenzialmente un progetto di conservazione, questo senso di urgenza unito alla grande visione di rendere questo archivio di saggezza il più facilmente accessibile possibile, sono diventati fattori estremamente motivanti nello stabilire un progetto collaborativo e aperto per intraprendere collettivamente la traduzione del canone buddista tibetano nelle lingue moderne .

Mahākāla 大黒天

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”La radice di tutti i demoni è la propria mente”
Machig Labdrön

Mahākāla è un “protettore del dharma
Dharma è un termine sanscrito che presso le religioni dell’Asia meridionale riveste numerosi significati. Può essere tradotto come “Dovere”, “Legge”, “Legge cosmica”, “Legge Naturale”, oppure “il modo in cui le cose sono” . La parola Dharma è usata nella maggior parte delle filosofie religiose o religioni di origine indiana: Induismo, Buddhismo, Jainismo e Sikhismo.)

 Mahā (“grande”) e kāla (“nero”), in tibetano come Nagpo Chenpo, anche  Gonpo (“signore” o “protettore”, traduzione della parola sanscrita Nāth)

Demoni entità e proiezioni mentali o campi psichici di forze naturali o generate dall’immaginazione.

Il tibet prima dell arrivo del buddismo era immerso nella cultura sciamanica gremita da  forze personificate della mente ed entità della natura, proiezioni psichiche che dominavano nelle vette,il buddismo se ne approrio’ trasformandole.

“anche un dente di cane, se c’è venerazione , emette luce ”
Detto tibetano

 

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